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La geopolitica della Cina secondo Kissinger (2)

Se si guardano i confini odierni della Cina, vediamo una grande potenza ormai convinta di essere protetta dalle sue caratteristiche geografiche, che si prestano a una difesa efficace e a un commercio molto attivo. A nord vediamo il confine con la Mongolia, lungo 4677 chilometri. Sui due lati del confine si estende il deserto del Gobi. Oggi un esercito ci metterebbe settimane a radunarsi prima di essere pronto per avanzare, e avrebbe bisogno di linee di approvvigionamento incredibilmente lunghe, in grado di muoversi su un terreno inospitale prima di entrare nella Mongolia interna (parte della Cina) e di avvicinarsi alla Pianura centrale. L’eventuale espansione cinese non avverrà con l’azione militare, ma tramite accordi commerciali, visto che la Cina sta tentando di mettere le mani sulle risorse naturali della Mongolia, principalmente su quelle minerali. Questo processo causerà una forte migrazione degli Han verso la Mongolia.

 A est, si trova il confine tra Cina e Russia che si estende fino al Pacifico (Mar del Giappone). Sopra c’è l’Estremo Oriente russo, un territorio montuoso sterminato e inospitale, perciò semi-spopolato. Sotto c’è la Manciuria con una popolazione di 100 milioni di persone e sta crescendo, per contro l’Estremo Oriente russo ha meno di 7 milioni di abitanti. Ci si può aspettare una forte migrazione da sud a nord, che darà a sua volta alla Cina più peso politico nei rapporti con la Russia. Sul piano militare, il punto più favorevole si trova a Vladivostok, ma ci sono poche ragioni per farlo. Tra Russia e Cina sono stati stipulati importanti accordi commerciali che sono favorevoli ai cinesi.

 

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Lungo la costa, scendendo dall’Estremo Oriente, ci sono il Mar Giallo, il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale che si affacciano sul Pacifico e sull’Oceano Indiano, fino ad arrivare ai confini terrestri con il Vietnam, con il Laos e con il Myanmar. La zona al confine con il Vietnam è facilmente attraversabile da un esercito, ma di fronte alla crescente potenza militare della Cina, il Vietnam sarà meno incline ad affrontare uno scontro armato e cercherà di ingraziarsi ulteriormente gli americani per avere la loro protezione. Il confine con il Laos è una giungla collinare, difficile da attraversare per i mercanti e ancora più complicata per le forze armate. Man mano che si avanza lungo il confine in senso orario, le colline diventano montagne, fino a confondersi con la catena dell’Himalaya. È la zona del Tibet, fondamentale per la Cina.

La catena dell’Himalaya corre per tutta la lunghezza del confine sino-indiano prima di piegare verso sud per diventare la catena del Karakorum che costeggia il Pakistan, l’Afghanistan e il Tagikistan. Separa i due paesi più popolosi del mondo sia dal punto di vista militare sia dal punto di vista economico. La Cina rivendica la provincia indiana di Arunachal Pradesh, e l’India accusa la Cina di occupare militarmente l’Aksai Chin. Nel corso dei secoli l’interscambio commerciale tra Cina e India è stato molto limitato ed è improbabile che il trend si possa invertire in tempi ragionevolmente brevi. Naturalmente il confine è in realtà quello che separa il Tibet dall’India e la Cina ha sempre voluto avere il controllo poiché considerato il “serbatoio della Cina” dove ci sono le sorgenti del Fiume Giallo, lo Yangtze e il Mekong.

L’indipendenza del Tibet è ostacolata dalla demografia e la geopolitica. I cinesi stanno costruendo infrastrutture in tutto il Tibet. Negli anni Cinquanta, l’Esercito popolare cinese iniziò a costruire strade che portavano in Tibet e ora anche le ferrovie. La linea che conduce alla capitale tibetana, Lhasa, è stata inaugurata nel 2006 dall’allora presidente cinese Hu Jintao. Oggi arrivano quattro treni passeggeri e merci al giorno fin da Shanghai e da Beijing. È contrastante il dato della presenza di indigeni tibetani, secondo il governo cinese nella regione autonoma ufficiale, gli indigeni sono più del 90%, secondo altre fonti, invece, sono ormai una minoranza. Dai dati si rileva che il governo non conta la presenza degli Han. Un tempo la maggior parte della popolazione della Manciuria, della Mongolia interna e dello Xinjiang era etnicamente mancese, mongolica e uigura; adesso in tutte le regioni la maggioranza, o quasi della popolazione è composta da cinesi Han.

 

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Continuando a costeggiare i confini si arriva al Pakistan, Tagikistan e Kirghizistan (tutti montuosi) prima di arrivare al Kazakistan che riporta a nord alla Mongolia. È l’antica via della seta, il ponte commerciale che univa il Regno di Mezzo al resto del mondo. Teoricamente è un punto debole nel sistema difensivo della Cina, un vuoto tra le montagne e il deserto; ma è lontana dal cuore del paese, i kazaki non sono in condizione di minacciare la Cina, e la Russia è a centinaia di chilometri. A sud-est del confine kazako c’è la provincia semi autonoma irrequieta dello Xinjiang, con la popolazione indigena musulmana degli uiguri, che parla una lingua simile al turco. Lo Xinjiang confina con otto paesi: Russia, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India.

Gli uiguri hanno dichiarato più volte l’indipendenza del “Turkestan orientale”. Lo Xinjiang per la Cina è troppo importante dal punto di vista strategico per lasciar decollare un movimento indipendentista: oltre a confinare con otto paesi, creando così una zona cuscinetto che protegge la Pianura centrale, ha anche il petrolio, e ospita siti attrezzati per i test nucleari.

È decisivo anche per la strategia economica cinese detta “One Belt, One Road”, letteralmente “una cintura di strada”. La “strada” curiosamente è una rotta navale; è la “Nuova via della seta”, una rotta terrestre formata dalla vecchia Via della seta, che attraversa lo Xinjiang per poi collegarsi a sud con il grandissimo porto che la Cina sta costruendo a Gwadar, in Pakistan. La Cina ha firmato un contratto quarantennale di affitto del nuovo scalo marittimo. Lo Xinjiang è al 40% Han, con una stima prudente, e la stessa Urumqui potrebbe ormai essere a maggioranza Han.   

C’è un Congresso mondiale uiguro che ha sede in Germania, e in Turchia è stato fondato il Movimento per la liberazione del Turkestan orientale. Per restare in buoni rapporti con il maggior numero possibile di vicini di casa ed evitare che qualunque movimento indipendentista organizzato possa avere linee di rifornimento o punti di appoggio, Beijing non esita a dipingere i separatisti come fondamentalisti islamici. Al-Qaeda e altri gruppi, che hanno teste di ponte in paesi come il Tagikistan, stanno cercando in effetti di creare collegamenti con i separatisti uiguri, ma questo movimento è prima nazionalista e poi islamico.

Il punto ora è come si rapporterà alla ricerca contemporanea dell’ordine mondiale, in particolare nelle sue relazioni con gli Stati Uniti. Stati Uniti e Cina sono entrambi pilastri essenziali dell’ordine mondiale. Il rapporto dell’America con la politica è di tipo pragmatico; quello della Cina è concettuale. L’America non ha mai avuto un vicino potente e minaccioso; la Cina non è mai stata senza un avversario potente ai suoi confini. La mentalità dei cinesi plasmata in parte dal comunismo, integra in misura crescente un modo di pensare tradizionale del paese; nessuno dei due è intuitivamente familiare agli americani.

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Nel corso della loro storia, Cina e Stati Uniti hanno partecipato appieno a un sistema internazionale di Stati sovrani, solo recentemente. I leader che attualmente governano la Cina rappresentano la quinta generazione postrivoluzionaria. Molte azioni americane, da parte cinese, vengono interpretate come un piano per contrastare l’ascesa della Cina, e la promozione dei diritti umani da parte americana viene vista come un progetto per minare la struttura politica interna cinese. (Politica del pivot degli Stati Uniti).

Un altro problema sempre più pressante per il partito è l’incapacità di dar da mangiare alla popolazione. Oggi stando al ministero dell’Agricoltura, più del 40% delle terre coltivabili è inquinato o si sta assottigliando nello strato superficiale. La Cina è prigioniera di un circolo vizioso: deve portare avanti il processo di industrializzazione perché modernizza la società e innalza il tenore di vita, ma tale processo minaccia la produzione di alimenti. Se non riuscirà a risolvere questo problema, scoppieranno tumulti. Intanto, però, in Cina i costi della manodopera stanno già lievitando a beneficio delle concorrenti Thailandia e Indonesia.

Ma cosa succederebbe se ci fosse un blocco navale che impedisse alle merci di entrare ed uscire dal paese?

Adesso la Cina sta costruendo una marina militare in grado di attraversare gli oceani. La Cina ci metterà ancora molto tempo (le stime indicano trent’anni) a sviluppare una capacità navale che la metta in condizione di competere seriamente con la forza navale più potente che il mondo abbia mai visto: la marina degli Stati Uniti. Una portaerei di fabbricazione cinese (Liaoning) è ormai pronta e all'inizio del 2016 la Cina ha annunciato la decisione di approntarne un'altra entro la fine del 2021. Da parte americana, il timore è che una Cina in crescita insidi sistematicamente la supremazia degli Stati Uniti e quindi la loro sicurezza. Per analogia con l’Unione Sovietica durante la guerra fredda, gruppi significativi vedono la Cina determinata a conseguire il predominio militare oltre che economico in tutte le regioni circostanti e quindi, in definitiva, l’egemonia.

Entrambe le parti sono confermate nei loro sospetti dalle manovre militari e dai programmi di difesa dell’avversario. Un po’ alla volta i cinesi metteranno nei loro mari, e nel Pacifico, sempre più navi. Gli americani sanno che i cinesi stanno costruendo una rete di missili terrestri anti-navi per raddoppiare le ragioni che un giorno dovrebbero sconsigliare agli americani o ai loro alleati di avventurarsi nel Mar Cinese Meridionale o in qualunque altro mare.

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    Michele Pavan

    Sono un ragazzo serio e determinato, che si impegna con costanza e forza di volontà per raggiungere gli obiettivi prefissati. Uno di questi obiettivi è quello di studiare e approfondire le tematiche degli scenari e delle crisi internazionali, che mi appassionano molto. Vorrei, con il mio lavoro, contribuire, nel mio piccolo, a migliorare il mondo che ci circonda. Sono molto attaccato alle tradizioni e cresciuto con sani valori. Mi sento vicino e molto attratto dal mondo militare a cui mi sono avvicinato con brevi ma intense ed istruttive, oltre che formative, esperienze.

Data di pubblicazione 10 aprile 2018

Categorie Geopolitica
Tag Cina Storia Geopolitica

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