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La disfatta dello Stato venezuelano: migrazioni, violenze e scontri al confine Venezuela-Colombia

Un passo indietro

Non è un mistero che il Venezuela sia inciampato, diversi anni fa ormai, in una crisi economica e sociale indotta da una sequela di politiche di governance del tutto improprie.

Se Chàvez ha preparato le carte per precondizioni di sciagura del Venezuela con il crollo del prezzo del petrolio, il suo successore Maduro ha contribuito al peggioramento dello stato economico del Paese.

Con Chàvez al potere solo la minor parte delle risorse ricavate dalle esportazioni di petrolio fu disposta per investimenti produttivi nel settore petrolifero e in altri settori economici. Una scelta che, oggidì, ha mortificato il destro di superare la crisi e ripagare i debiti. Dunque, all’epoca, mancarono investimenti pubblici, nonché privati: le imprese non accettarono il rischio imprenditoriale in una condizione di volatilità normativa, di alto tasso di corruzione e di politica di nazionalizzazioni ed espropri. Non ci è voluto poi molto prima che la mancanza di investimenti cagionasse la diminuzione della produttività del petrolio e, consecutivamente, il crollo delle esportazioni e delle riserve ufficiali. Questa nuova effettività finanziaria ha forzato il Venezuela a limitare gravemente le importazioni, con la consequenziale indisponibilità di beni alimentari di prima necessità e di servizi sanitari di base.

Il popolo venezuelano ha dovuto fare i conti con una crisi ancor più cruda: quella della democrazia costituzionale. Infatti Maduro ha distinto e anteposto un processo di accentramento di potere: il Parlamento è stato sciolto, le opposizioni bandite e le manifestazioni di piazza represse, sfibrando le chances di una cruciale mobilitazione d’opposizione dei cittadini. L’unica vera mobilitazione costituitasi si traduce in emergenza umanitaria, poiché nei fatti milioni di venezuelani sono costretti da anni a lasciare il Paese. Un esodo (dalle proporzioni inedite per la regione latina) diretto verso Paesi confinanti e oltreoceano.

Un riflesso netto della criticità migratoria venezuelana svela la badiale incapacità di gestione e di accoglienza dei Paesi vicini: le strutture scolastiche, al pari di quelle sanitarie e dei servizi pubblici non assicurano il benessere della loro stessa popolazione. Il tutto sottintende l’inabilità di queste ultime di sopportare una collisione migratoria di questa portata. In aggiunta, manifesti sono l’aumento dei mendicanti, di bambini denutriti, di ammalati, della prostituzione, della criminalità per le strade e di criminalità organizzata frontaliera.

A proposito di confini

I confini colombiani, una volta attraversati, si convertono in una selva malsicura per i migranti venezuelani: questi ultimi, infatti, rischiano di essere reclutati da gruppi armati o di essere incastrati in reti di trafficanti, di finire a lavorare nelle coltivazioni illegali, di divenire vittime di discriminazioni. Le donne, nello specifico, capitombolano in una rete di violenze sessuali, di maltrattamenti e prostituzione, scompaiono o vengono assassinate. In pratica i migranti rappresentano la nuova “corsa all’oro” del mercato illegale del confine venezuelano-colombiano, messo in atto dai gruppi armati e dai membri delle forze di sicurezza di entrambi i Paesi.

Colombia: la destinazione principe 

Proprio la sua terra è culla di problemi endemici, probabilmente kafkiani. Oltre due mila chilometri di estensione di terra e di zone vedove di controlli e pattugliamenti, sono il fortino di gruppi di guerriglieri colombiani legati alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), ma anche all’Esercito di liberazione nazionale (ELN). Questi hanno il controllo su qualsiasi attività di traffico: contrabbando, narcotraffico, spaccio di benzina e altri beni di prima necessità.

È stato notificato un profilo di "prepotenza criminale" dall’inchiesta-denuncia di Human Rights Watch: la violenza brutale esercitata dalle ELN, dalle FARC e dalle forze patriottiche di liberazione nazionale (FPLN), per il controllo della vita quotidiana delle persone nella provincia colombiana orientale di Arauca e del vicino stato venezuelano di Apure. Questa prepotenza criminale oltre ad esprimersi in omicidi, costrizione al lavoro, reclutamento di minori e stupro, consuma il suo ultimo stadio evolutivo nella tratta di persone, che biforca i propri scopi a seconda del sesso: dunque, se le donne vengono abusate nello sfruttamento sessuale, gli uomini, invece, vengono sfruttati per intenti lavorativi.

Involuzioni relazionali: Maduro vs Duque

In maggior misura, ciò che disturba l’ideale di risoluzione di questa mala realtà di frontiera è la scelta di entrambi i governi della regione di deliberare per un’inopia d’intervento e di misure di protezione delle vittime della tratta. Alias: non ci sono stati accusati o condannati tra i membri dei gruppi armati per il reclutamento dei minori, le vittime non vengono identificate, non ci sono protocolli standardizzati e - ciliegina sulla torta - i governi del Venezuela e della Colombia sono radicalizzati in una crisi diplomatica di accuse e contro-accuse. Da una parte il presidente socialista venezuelano accusa il presidente colombiano Duque di proteggere e incentivare il traffico di droga all’interno del proprio Paese convertendolo in un vero narco-Stato e denuncia che i narcotrafficanti si spendano in tentativi di destabilizzazione dello Stato venezuelano. Duque invece, dal canto suo, accusa il Presidente Maduro di ospitare guerriglieri colombiani di sinistra, tra cui membri dell’ELN e delle FARC, i quali rinnegano l’accordo di pace firmato con il governo nel 2016. Trattasi di un accordo fondamentale che poneva fine a circa cinquant’anni di guerra armata. Nel 2019 Maduro ha timbrato (idealmente) la sospensione dei rapporti diplomatici con la Colombia dopo aver espulso dal Paese diplomatici colombiani. Dall'altra parte, Duque ha dichiarato di non riconoscere Maduro come Capo di Stato legittimo, mostrando il suo supporto per il leader d’opposizione, Juan Guaidó.



Ancora problemi

Nel mese di marzo, Arauquita (dipartimento di Arauca, Colombia) è stata testimone di forti scontri tra la Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANBV) e i dissidenti delle FARC. Una conflittualità che si aggiunge a tutte le altre criticità della regione e che non può esimersi dall'ottenere lo stesso esito di tutte le altre sopracitate: un'enorme manovra di sfollamento di venezuelani (ma anche di colombiani: i c.d. retornados, che vivevano in Venezuela) oltre il confine in cerca di protezione internazionale. Un disastro tale che il governo colombiano ha dichiarato lo stato di “Calamità Pubblica” nello Stato di Arauca, così che si potessero attivare tutti i congegni per gli aiuti umanitari.

Premessa: è bene specificare che la dissidenza della FARC non è organica e compatta. E proprio questa scomposizione sembrerebbe essere il problema all’origine degli scontri nello Stato di Arauca: una rappresaglia, dunque, rispetto lo sviluppo di dissidi interni proprio tra i diversi gruppi costituenti. Secondo la versione colombiana, gli scontri sarebbero la conseguenza diretta del rifiuto definitivo di Miguel Botache Santillana, leader della dissidenza Frente 10 Martín Villa, di riconoscere Marquéz e Santrich (leaders di un altro gruppo di dissidenza, della Segunda Marquetalia) come capi della dissidenza stessa. Questa decisione pare abbia scatenato la rappresaglia della FANBV, alleata di Marquetalia.

La criticità di questo conflitto sta nel fatto che, essendo frontaliero, compromette simultaneamente due Stati - e quindi due popoli - nelle stesse estensioni conflittuali. Per questo, infatti, anche dallo Stato di Apure, precisamente dal lato di La Victoria (Venezuela), si è generato un flusso drammatico di persone in cerca di protezione verso la Colombia.

Per ciò che concerne la disperata situazione al confine venezolano-colombiano, pare un buon tentativo di affrancamento il comunicato del 13 aprile del Comandante della Milizia Nazionale del Venezuela, che informa che in questi giorni almeno un migliaio di combattenti della Milizia Nazionale saranno schierati nello Stato di Apure - zona di confine - volendo sottolineare l’importanza di una “forza di milizia umanitaria che possa proteggere le comunità della regione”.


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  • L'Autore

    Elisa Maggiore

    Elisa Maggiore si è laureata a febbraio 2018 in Scienze per l'investigazione e la sicurezza presso l'Università di Narni (PG) con una tesi intitolata "La divina violenza. Una lettura sociologica del capolavoro dantesco", attraverso la quale ha tentato di sviluppare un'analisi compartivo-sociologica rispetto il tema della violenza e delle sue mutanti declinazioni temporali. Ha conseguito un tirocinio nella Casa Circondariale di Terni, all'interno del quale ha partecipato a laboratori con i detenuti, colloqui e riunioni di equipe. Al momento si sta specializzando in Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale all'Università degli Studi Internazionali di Roma, UNINT. In Mondo Internazionale è autrice dell'area America Latina in Framing the World.

    Elisa Maggiore graduated in February 2018 in Science for Investigation and Security at the University of Narni (PG) with a thesis entitled "La divina violenza. A sociological reading of Dante's masterpiece", through which she attempted to develop a comparative-sociological analysis of the theme of violence and its changing temporal declinations. She completed an internship at the Terni prison, where she participated in workshops with inmates, interviews and team meetings. She is currently specialising in Investigation, Crime and International Security at the University of International Studies in Rome, UNINT. In Mondo Internazionale, she is the author of the Latin America section in Framing the World.

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Dal Mondo America del Sud Sezioni Società Politica Framing the World


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Latin America migrants clashes humanitarian emergency

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