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La difficile Conferenza sul futuro dell'Europa

Accostare la parola democrazia all’Unione Europea e, in generale, alle forme di integrazione sovranazionale, crea sempre qualche problema. Alcuni, infatti, vedono Bruxelles e il lavoro svolto dalle Istituzioni come un modo per togliere sempre più potere decisionale ai cittadini degli Stati nazionali. Altri, invece, sostengono che una forte integrazione europea sia l’unico modo per preservare la democrazia dall’espansione degli autoritarismi che si è verificata negli ultimi anni nel mondo. Dove sta la verità? È difficile rispondere quando il discorso viene semplificato in forma di slogan. La contrapposizione fra europeisti ed euroscettici potrà far comodo ai fini elettorali, ma di certo non aiuta nell’analisi di una problematica complessa che mette in questione il modo di intendere la politica.

La nuova Commissione, entrata in carica nel 2019, deve affrontare la delicata missione di rilanciare l’immagine di un’Unione Europea che ha visto crescere vistosamente i suoi oppositori negli ultimi anni. Nel suo discorso di fronte al Parlamento dello scorso luglio, Ursula von der Leyen ha sicuramente inserito fra gli obiettivi della sua squadra delle misure importanti: il Green New Deal, la possibilità di un fondo europeo contro la disoccupazione e la riforma del Trattato di Dublino in materia di immigrazione. Tutte queste aperture sono sicuramente indicative di una Commissione che vuole essere più presente nella vita e nel benessere dei cittadini. Tuttavia, fin da novembre, non si è parlato soltanto di temi tecnici, ma anche degli aspetti più “teorici”. Ha iniziato a circolare una voce riguardo una possibile Conferenza sul futuro dell’Unione Europea, da tenersi durante il mandato di questa Commissione. La conferma è arrivata poco tempo fa. In una comunicazione indirizzata al Parlamento e al Consiglio, la Von der Leyen ha cominciato il suo ragionamento dalla costatazione che, alle ultime elezioni europee, un numero maggiore di cittadini si è recato alle urne. In effetti, nel 2014 ha votato il 42% degli aventi diritto, mentre nel 2019 l’affluenza era al 50%. Un dato non eccellente ma che, nel ragionamento della Von der Leyen, deve essere letto come una richiesta, da parte dei cittadini europei, di maggiore partecipazione. È per questo che la Commissione vuole lanciare la Conferenza sul futuro dell’Unione Europea della durata di circa due anni. L’idea sarebbe quella di creare un forum di dialogo all’interno del quale possano partecipare diversi attori: cittadini, rappresentanti della società civile, corpi intermedi etc. Quest’evento deve essere organizzato secondo due filoni principali:

  • Policy: ci si concentra sugli obiettivi che l’Unione Europea deve raggiungere. I cittadini dovrebbero esprimere l'ambito che considerano più importante fra sfide ambientali, economia sociale, digitale e altre priorità.
  • Istituzioni: in questo caso la discussione dovrebbe vertere sul processo democratico e sulle questioni istituzionali.

Nei piani della Commissione, questa Conferenza deve essere un modo per promuovere nuove forme di partecipazione alla vita politica europea. Si parla addirittura di cittadini che si trasformano in policy-making. Da dove viene questa esigenza di avvicinamento? Un sondaggio pubblicato da Eurobarometro e tenutosi prima delle elezioni del 26 maggio scorso, ha indagato il sentimento di appartenenza dei cittadini all’Ue. Il 55% degli intervistati ha dichiarato di provare “positive emotions” nei confronti delle Istituzioni di Bruxelles. Questi risultati fecero tirare un sospiro di sollievo agli europeisti, visto la possibile “spallata” da parte dei sovranisti ed euroscettici alle elezioni. Spallata che poi non c’è stata. Quello che emerge dal sondaggio, però, è anche una grande sfiducia. Solo poco più della metà si sente vicina al sogno europeo. Sintomo di una delusione che ancora si annida forte nei cittadini. A questo possiamo aggiungere anche i dati dell’affluenza elettorale in alcuni Paesi: in Francia, ad esempio, alle europee del 2019 ha votato il 50% degli aventi diritto contro il 77% delle politiche del 2017. C’è quindi bisogno di un avvicinamento a Bruxelles da parte dei cittadini. Nella comunicazione della Von der Leyen si legge anche che questa Conferenza non deve essere un modo per superare la democrazia rappresentativa; questo è un passaggio molto importante. Nelle intenzioni della Commissione non c’è la possibilità di aprire ad un percorso di democrazia diretta. Associazioni, corpi intermedi ed eurodeputati devono rimanere centrali nell’architettura politica europea. L’inizio della Conferenza è fissato per il 9 maggio del 2020, una data simbolica. In quella data si festeggiano i 70 anni dalla Dichiarazione Schuman che diede di fatto avvio al processo di integrazione europea.

Possiamo fare una breve valutazione di questa iniziativa promossa dalla Commissione, rimandando alla fine della Conferenza le considerazioni finali sulla sua effettività e sulle conseguenze che potrà produrre. Quando si creano dei forum di discussione è sempre qualcosa di positivo. Riuscire a svincolare il dibattito sull’Unione Europea dalla triste contrapposizione che domina le campagne elettorali è sicuramente utile. Il fatto poi, che cittadini con idee diverse possano apportare delle proposte su delle tematiche specifiche, aiuta anche ad entrare nel merito della questione. Sarebbe bello che da questo tipo di forum uscisse un’Europa cambiata, con più consapevolezza di sé e soprattutto con un maggiore senso di appartenenza da parte dei cittadini. Tuttavia, ci possono essere anche degli aspetti negativi. Non tutti hanno i mezzi o il tempo per dedicarsi ad una discussione costruttiva e, in questo caso, dovrebbero giocare un ruolo importante i partiti politici e le associazioni. Se questi hanno perso, nel corso degli anni, la loro legittimità, non è detto che la Conferenza possa essere un successo. Inoltre, ci vuole anche un po’ di sano realismo: quando si parla di modifiche importanti, come quelle che riguardano l’architettura istituzionale, gioca un ruolo fondamentale il Consiglio e, di conseguenza, i governi nazionali. Se davvero si vuole realizzare una maggiore integrazione e, quindi, rendere anche il processo decisionale europeo più “democratico” non si può prescindere da una sintonia fra i vari leader nazionali. I padri fondatori avevano una precisa idea del futuro, ma adesso?


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  • L'Autore

    Leonardo Cherici

    All’interno della famiglia di Mondo Internazionale ricopre la carica di Direttore di Mondo Internazionale Hub, la sezione specializzata nella ricerca e nell’innovazione. Oltre a questo, è Vice-Responsabile del Progetto EuropEasy e del Progetto Framing the world.

    He has the honor of being the Director of Mondo Internazionale Hub, the section specialized in research and innovation, within this family. In addition to this, He is Vice-Manager for the EuropEasy project and the Framing the World project.

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