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La crisi venezuelana: situazione interna e attori coinvolti

Analisi oggettiva della crisi venezuelana, con un focus sugli sviluppi interni e attori coinvolti. Lavoro svolto in occasione del Press Game organizzato da Mondo internazionale in collaborazione con MSOI Milano.

Dal suo inizio, nel 2014, la crisi venezuelana ha visto contrapporsi non solo governo e popolo ma anche le relazioni tra Stati Uniti e Russia, due Stati che hanno interessi profondamente differenti sul territorio in Venezuela. 

Solo agli inizi del 2019 si è fatto avanti il nuovo leader dell’opposizione che durante una manifestazione contro il PSUV (partito di Maduro) si è autoproclamato presidente ad interim, scatenando così una pesante crisi istituzionale.

L’inflazione oggi oscilla tra il 700% e il 1100%, la moneta nazionale, il bolívar fuerte, è ormai paragonabile alla carta straccia, le medicine e i viveri scarseggiano, il prezzo del greggio (che ha sempre rappresentato il 95% del sostentamento del Paese) e il PIL sono crollati e il Paese versa in una condizione di emergenza mai affrontata prima. Circa 3,7 milioni di persone hanno abbandonato la propria casa e cercato asilo nei territori limitrofi quali Colombia, Cile, Perù, Ecuador, Argentina e Brasile. La mancanza di documenti ha dato origine a movimenti di massa, in carovane, per cui i fuggitivi sono definiti ‘caminates’. Secondo José Samaniego, coordinatore per il Venezuela dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), si tratta di “una crisi umanitaria senza precedenti per la regione”.  Nel 2018 il Segretario Generale delle Nazioni Unite, A. Guterres, ha lanciato una piattaforma regionale per garantire un migliore coordinamento nella risposta dei Paesi interessati dalla situazione venezuelana. 

Il principale accusato di tutto ciò è il leader Nicolas Maduro il quale, oltre a reprimere con la forza le manifestazioni popolari, impedirebbe il trasferimento di medicine, cibo e generi di prima necessità all’interno del Paese. Dall’altra parte, l’oppositore Juan Guaidò ha dichiarato: “Ci mobiliteremo in tutto il Paese al fine di ottenere l’entrata degli aiuti che permettano di far fronte alla crisi”.

In questo tragico scenario l’esercito avrà un ruolo chiave nel definire il futuro della situazione politica venezuelana. Da sempre fedeli al presidente Maduro, le forze armate continuano a reprimere con la violenza la folla riversata nelle strade e nelle piazze. Lo stesso ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino ha ribadito, in una recente dichiarazione pubblica, il pieno supporto dell’esercito al regime di Maduro, riconosciuto anche da due grandi potenze globali quali Cina e Russia. L’opposizione conta, invece, sul sostegno di alcune principali figure politiche come il presidente della Colombia Iván Duque Márquez e il suo omologo brasiliano Jair Bolsonaro, nonché sul supporto degli Stati Uniti. Juan Guaidò punta a convincere l’esercito a passare dalla sua parte, facendo leva sulla difesa della Costituzione e sui valori della democrazia. 

Il motivo del costante appoggio fornito dalle milizie al presidente Maduro, nonostante Guaidó abbia avanzato loro l’occasione di un’amnistia, va ricercato nella storia del Venezuela: a partire dal 1958 il processo di transizione verso la democrazia ha visto i militari acquisire un ruolo di grande influenza. Nel corso degli anni, a seguito delle garanzie di denaro e potere concesse ai militari, si è stabilito un forte rapporto tra forze armate e governo. Secondo Transparencia Venezuela, almeno 60 delle 576 aziende di Stato sono gestite dai militari. Nove dei trentadue ministeri sono controllati dall’esercito, compreso quello dell’Energia. Da Chávez in poi, le spese per il comparto militare sono aumentate a dismisura. Oltre a quelle ufficiali, c’è il Fondo de Desarrollo National (FONDEN), finanziato dalla Banca centrale e dalla Compagnia petrolifera venezuelana Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), che aggiunge risorse al budget militare a seconda delle entrate dalla vendita del greggio (dalla compagnia petrolifera dipendono il 96% delle entrate pubbliche). Secondo i dati più recenti, tra il 2005 e il 2015, il FONDEN ha versato 6,9 miliardi di dollari alle forze armate, un’allocazione media annuale che ammonta al 26% del budget della Difesa.

Per quanto riguarda i rapporti con le altre potenze globali, il Venezuela sta facendo riassaporare al mondo un clima e una dialettica da Guerra Fredda: il paese sudamericano è un luogo dove gli interessi del “blocco americano” e di quello formato da Russia e Cina convergono. 

La Casa Bianca ha sempre avuto un atteggiamento molto critico nei confronti del presidente Maduro e del suo predecessore Hugo Chàvez. Le diverse amministrazioni hanno definito i leader di casa Miraflores, senza mezzi termini, “dittatori”. Il presidente Trump, già agli inizi del 2017, ha cercato di colpire l’economia venezuelana con nuovi dazi sul petrolio e con lo stop alla compravendita dei bond venezuelani. Questa azione economica era volta a destabilizzare il già traballante governo “Bolivariano”. Secondo il Tycoon "la dittatura di Maduro continua [...] a imprigionare membri dell'opposizione eletta democraticamente e a sopprimere violentemente la libertà di parola". Per questo, Guaidò è stato sostenuto dal segretario di stato Mike Pompeo che ha prontamente dichiarato: “Maduro se ne deve andare”. Il presidente Trump si è poi nuovamente espresso in merito, affermando che “la brutale repressione del popolo del Venezuela deve finire”. Mentre agli inizi del 2007 l’allora consigliere alla sicurezza nazionale, H.R. McMaster, aveva dichiarato che “nessuna azione militare è prevista nell'immediato futuro”, oggi i toni si sono fatti molto più accesi, tanto che la possibilità di un intervento militare si è detta possibile allo scopo di restituire la democrazia al popolo. La replica della Russia non ha tardato ad arrivare: il ministro degli esteri Sergey Lavrov ha intimato che non si tollereranno ulteriori passi aggressivi da parte degli americani.

In questo clima di tensione si aggiunge un quarto attore, la Cina: il governo cinese ha sempre operato grandi investimenti nel paese latino-americano, fino ad arrivare a una somma vicina ai 21 miliardi di dollari. Inoltre, dal 2007 la Cina ha prestato oltre 65 miliardi di dollari, che solo parzialmente sono stati rifondati col petrolio. Consapevole del fatto che la sua influenza sul “giardino di casa” americano potrebbe ridursi con l’eventuale insediamento di un governo appoggiato dagli USA, per ora il paese del dragone resta schierato con il presidente Maduro.

Insomma, la situazione è in continuo mutamento e a farne le spese maggiori sono sia i civili sia i manifestanti che continuano a morire per le strade di Caracas. Il tentativo di Guaidò di attrarre dalla propria parte la Guardia Nacional, spingendola ad abbandonare Maduro, è fallito. Per il leader dell’opposizione è aperta una fase molto rischiosa, tanto che è costretto a rifugiarsi in pochi posti sicuri per evitare l’arresto, sorte che è toccata anche al vicepresidente dell’Assemblea nazionale e grande oppositore di Maduro, Edgar Zambrano. Le ultime indiscrezioni provenienti da Oslo riportano che i rappresentati di ambedue le parti si siano incontrati nella città scandinava al fine di raggiungere un accordo. Tuttavia, rimangono ancora ignoti i contenuti e i risultati delle discussioni.

A cura di Sofia Abourachid, Vittoria Beatrice Giovine, Matteo G. Rogora



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  • L'Autore

    Vincenzo Battaglia

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Dal Mondo America del Sud


Tag

Venezuela Maduro Guaidò USA Russia Cina

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