background

La crisi venezuelana e l'epilogo del Chavismo

Il chavismo ha fallito. E chi sostiene il contrario mente. La minaccia del Presidente Maduro in aprile “preparatevi a un tempo di massacri” non ne è che un’espressione. La democrazia a Caracas è solo un ricordo, oramai nemmeno così recente. E l’autoritarismo è chiaramente mutato in dittatura. Con buona pace di Montesquieu, della separazione dei poteri e della tradizione parlamentarista più antica dell’America Latina.

757

La recente istituzione di una Costituente plenipotenziaria che rimpiazzasse, di fatto, il Parlamento con l’obiettivo di riscrivere la carta fondamentale del Paese è solo la punta dell’iceberg. Tagliente, evidente e significativa. Certo. Ma sempre e solo l’ultimo tassello di una spirale di autodistruzione cominciata qualche tempo fa. La crisi politica si intreccia così a quella economica, che a sua volta ha preso le sembianze del mostro dell’emergenza umanitaria.

Il Venezuela, che nel 2005 poteva vantare il PIL pro capite più alto del continente Latinoamericano, è oggi irriconoscibile. Dati alla mano, dal 2015 il PIL è crollato di 26 punti percentuali, un dato che nemmeno i Paesi in guerra raggiungono. L’inflazione supera il 1600% l’anno, nonostante le stime del Fondo Monetario Internazionale vengano pesantemente ridimensionate dalla Banca Centrale venezuelana – i cui dati si attestano comunque su un altrettanto tragico 400%. Le riserve di valuta straniera si sono prosciugate. L’82% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà. Per dire, nel 2016 il nuovo stipendio minimo diario garantiva 500 Bolivares Fuertes (circa 0,50 dollari statunitensi), mentre un chilo di patate ne costava 1200. Quando si riusciva a trovarlo. È difficile procurarsi beni di prima necessità. Pane, latte e carta igienica sono addirittura introvabili. In alcune regioni, la gente affitta dentifricio e deodoranti. Negli ospedali mancano elettricità, acqua e antibiotici, per non parlare di strumenti sterilizzati e guanti in lattice. E il mercato nero si ingrossa, ingordo.

A tutto ciò si aggiunge un sistema giudiziario paradossale. A fronte di un aumento esponenziale della violenza che ha fatto guadagnare alla capitale il titolo di città più pericolosa al mondo, i dati indicano che il 93% dei casi rimane impunito. I sospetti e gli oppositori del regime, invece, vengono prontamente arrestati, processati e condannati ad anni di detenzione. 

758

Le ragioni dell’ormai conclamata crisi umanitaria sono molteplici. La prima e più evidente si può ricondurre all’oro nero. Il clientelismo e l’assistenzialismo che hanno caratterizzato il primo quindicennio del nuovo millennio a Caracas – quando, per intenderci, la crescita economica e l’aumento del prezzo del greggio consentivano al Venezuela di prosperare e al suo governo di elargire denaro e doni ai propri elettori per garantirsi la sopravvivenza – sono ora insostenibili. E il barile è ormai vuoto. Nel vero senso della parola. Il modus vivendi che l’ha fatta da padrona ha creato un modello tale per cui la spesa pubblica raggiungeva livelli così alti da poter essere sostenuta e finanziata unicamente tramite i ricavi derivanti dall’esagerato prezzo del greggio al barile. Con lo scoppio della bolla petrolifera, si è andati di male in peggio. E il sistema è imploso. Se, infatti, nel 2014 il reddito da estrazione ed esportazione si attestava a 72 miliardi di dollari, solo un anno dopo si era pressoché dimezzato, non superando i 36 miliardi. Per un Paese le cui entrate governative dipendono per circa il 60% dai proventi petroliferi e il cui export vi si basa per il 95%, è facile intuire la catastrofe.

È tuttavia parziale e miope sintetizzare le ragioni della crisi nell’esogeno fattore del costo delle risorse. Oggi il Venezuela sta facendo i conti con le responsabilità della classe politica chavista che non ha seguito gli esempi di molti altri esecutivi latinoamericani, mantenendo la propria economia in chiave mono-produttrice. Di più. Il Fondo di Stabilizzazione che in altri Paesi del Continente era servito a creare solidità e prosperità macroeconomica, in Venezuela veniva riconvertito dall’allora Presidente Hugo Chávez in uno strumento per finanziare sussidi e programmi di sviluppo tanto ambiziosi quanto improduttivi. Nonostante dal 1999 il Paese abbia visto il proprio reddito petrolifero quintuplicarsi rispetto ai 40 anni precedenti, paradossalmente il debito pubblico è aumentato in modo esponenziale, passando da 30 a 220 miliardi di dollari. Il Venezuela, in ultima analisi, sta pagando lo scotto di non aver “seminato petrolio”. E quando le vacche hanno cominciato inesorabilmente a dimagrire, com’era d’altro canto prevedibile, Caracas si è trovata in braghe di tela. La crisi energetica derivante dall’estrema siccità non ha fatto altro che rincarare la dose. Il governo è stato costretto a razionare l’erogazione di elettricità, facendo entrare i blackout nella vita quotidiana del popolo venezuelano, e a ridurre la settimana lavorativa a due giorni.

760

L’insofferenza ormai dilagante nei confronti di una situazione sempre meno sostenibile ha portato il 5 dicembre 2015 a un ribaltone elettorale: la maggioranza del Parlamento passava nelle mani dell’opposizione ai chavisti, la Mesa de la Unidad Democrática (MUD). Ma quella che per un attimo è sembrata una luce alla fine del tunnel, una speranza dalla quale cominciare a costruire finalmente un nuovo futuro, si è presto rivelata essere un treno a folle velocità. Immediatamente dopo la sconfitta elettorale, Maduro ha iniziato quello che è stato definito un “Blitzkrieg istituzionale” per sterilizzare il voto. Anzitutto, il Parlamento uscente ha prolungato in extremis la propria legislatura per approvare la nomina di 13 nuovi giudici della Corte Suprema. Immediatamente dopo, questa stessa, ora saldamente nelle mani del Presidente – come si accennava, alla faccia della separazione dei poteri – bloccava l’insediamento di 3 deputati dell’opposizione, accusati di elezione fraudolenta. Il “caso” volle che quella mutilazione rendesse matematicamente impossibile al MUD il raggiungimento della maggioranza qualificata di 2/3 di parlamentari, quota richiesta per la modifica della Costituzione e per la convocazione di un referendum revocatorio ai danni di Maduro stesso.

È oramai pacifico che il governo venezuelano ha abbandonato qualunque pretesa democratica. Lo scorso aprile, la Corte Suprema ha esautorato l’Assemblea Nazionale di tutti i suoi poteri. La motivazione dell’estremo gesto sarebbe l’identificazione dei parlamentari di MUD come dei traditori della patria per il solo fatto di dissentire dalla linea dell’esecutivo. Poco importa il dietrofront quasi immediato, costretto dalle pressioni interne e internazionali: l’aura tragica dell’evento rimane intatta. Anche considerando che lo stesso stuolo di giudici, dall’insediamento del nuovo Parlamento, ha sempre cassato ogni iniziativa legislativa di rilievo che si distanziasse oltre il tollerabile dal dettato di Maduro.

E negli ultimi mesi, il consolidamento del potere nelle mani del Presidente ha subito una notevole accelerazione. Si parla di decine di morti e centinaia di feriti fra i manifestanti. Giornalisti e dissidenti di ogni sorta finiscono in carcere. Gli oppositori all’interno delle istituzioni vengono rimossi. L’ultima goccia: l’istituzione dell’Assemblea Costituente.

761

Nonostante l’isolamento internazionale a cui il Venezuela è oramai costretto, forte del sostegno dell’esercito e con i poteri giudiziario ed esecutivo nelle mani del Presidente, Maduro è finora riuscito a mantenere il controllo, soffocando nel sangue le violente proteste che infiammano le strade di Caracas. Come osserva Zanatta, il regime venezuelano galleggia, cercando di prendere tempo per evitare la deriva. E mentre il Paese continua a sporgersi oltre il bordo del burrone ad ammirare, impavido, una guerra civile che sempre più appare inevitabile e prossima, al Palacio de Miraflores non sembrano arrivare le disperate suppliche di un popolo allo stremo.


Condividi il post

  • Image

    Michele Guidotti

Categorie

Mondo America del Sud


Tag

Chavismo Maduro Venezuela

Potrebbero interessarti

Image

La crisi venezuelana e l'epilogo del Chavismo

Michele Guidotti
Image

Il primo massacro del 2018 in Venezuela.

Glenda Ferrari
Image

Le elezioni in Venezuela

Glenda Ferrari
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui
Diventa Associato