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Kazakistan e Bitcoin – Parte 2

Migrazioni digitali e crisi energetiche

Per il Kazakistan, il 2022 è iniziato all’insegna della crisi e della violenza: dal 2 gennaio, dure rivolte stanno infiammando le piazze e stanno venendo sedate nel sangue dai militari kazaki, per un totale di più di 160 morti e più di 2000 feriti civili, oltre ai più di 8000 arresti. Come abbiamo visto nello scorso articolo, la crisi certamente mostra una profonda ferita socioeconomica aggravata dalla corruzione endemica del governo. Tuttavia, la scintilla delle proteste è stata l’aumento dei prezzi del carburante e dell’energia, e sembra che un ruolo non marginale l’abbia avuto la cripto per eccellenza: il Bitcoin. Ma come si lega la celebre criptovaluta con le proteste e le morti in Kazakistan?

Oggi ci focalizziamo sul ruolo delle criptovalute e della loro produzione nel creare i presupposti per una crisi energetica senza precedenti. In particolare, vedremo come le vicende kazake rientrino in una tendenza più ampia legata al mercato delle valute digitali, che da tempo vede molti Stati fare crescenti pressioni per proibirne l’uso sul proprio territorio, e come i miners si trovino costretti a migrare e portare un’industria fortemente energivora in nazioni che spesso non sono attrezzate per riceverla.

Che cosa c’entrano i Bitcoin?

Abbiamo visto che le attuali proteste hanno avuto molti precedenti in passato, ma la stranezza dei recenti avvenimenti sta nel fatto che il Kazakistan è uno dei maggiori esportatori mondiali nel settore dell’energia, e una crisi energetica è finora stato l’ultimo dei problemi per la nazione centrasiatica. Ma l’imprevisto è stato l’aumento esponenziale del mining dei Bitcoin, ovvero il processo elettronico energeticamente molto dispendioso che serve per generare nuove criptomonete, che ha causato da solo un aumento del 10% del consumo di energia elettrica nel Paese e innescato la reazione del governo.

Questo effetto, tuttavia, non sarebbe stato così disastroso se il Kazakistan non fosse diventato negli ultimi anni uno dei Paesi più liberali e accoglienti nei confronti delle cripto, portandolo ad agosto 2021 ad ospitare il 18% di tutto il mining globale, e se molti Stati limitrofi non avessero al contrario adottato politiche sempre più stringenti e avverse alle valute digitali private.

Infatti, l’economia delle criptovalute, fiorita in moltissime società finanziarie in Cina e India, necessita di grandi risorse energetiche e di una certa libertà e agibilità finanziaria, due requisiti che ultimamente non erano più garantiti in queste zone: nel corso del 2021, molti Stati del Sud-Est asiatico hanno adottato misure in materia, mentre la Cina ha reso illegali l’estrazione e le transazioni con cripto e l’India persino il possesso. Questo ha chiaramente messo pressione a tutta una filiera produttiva che si era creata in questi Paesi, portando quasi 90.000 società di mining a “migrare” verso un luogo in cui le regolamentazioni in merito fossero favorevoli e il costo dell’energia relativamente basso.

Ma anche il governo kazako ha fatto la sua parte nel rendere la situazione ingestibile nel Paese, adottando un piano per rendere il Kazakistan più appetibile e sostanzialmente scommettendo sul Bitcoin.

Il piano del governo kazako

Il governo, infatti, aveva davvero creduto che diventare la “terra promessa” delle criptovalute fosse la sua grande occasione. Già a giugno 2020 il Ministro dell’Innovazione aveva presentato un progetto ambizioso che, sfruttando un misto di energia a basso costo e regolamentazioni lasche per attirare i miners, avrebbe potuto generare investimenti da 300 miliardi di tenge (circa 600 milioni di euro) in tre anni.

Così, in un anno il Paese centrasiatico è passato dall'ospitare il 5% del mining mondiale al 9%, e dopo la messa al bando del mining in Cina a giugno 2021 la sua quota è raddoppiata nel giro di un’estate. È allora che le cose sono andate fuori controllo, perché le infrastrutture elettriche non erano in grado di sostenere un tale aumento dei consumi, e i kazaki si sono trovati in mezzo a blackout periodici, interruzioni programmate di corrente e altre misure per contenere il dispendio di energia. Ma non è bastato, e per la prima volta il Kazakistan ha sperimentato un eccesso di domanda energetica e quindi la necessità di importare energia dalla Russia a caro prezzo.

Allo stesso tempo, i fantasmagorici guadagni previsti non ci sono stati: gli investimenti sono arrivati, ma questi non hanno generato ricchezza o occupazione nel Paese, mentre le entrate fiscali sono state molto poche. Questo a causa dell’illegalità di molte strutture di mining ma anche del funzionamento stesso del processo produttivo delle cripto, che tende ad occupare pochi lavoratori specializzati e a generare ricchezza solo per chi possiede le criptomonete (che solitamente utilizza portafogli digitali anonimi, privi di una “residenza fiscale”, e spende in contesti digitali globalizzati o nei Paesi occidentali).

Effetto boomerang

La crisi economica e poi politica kazaka ha però anche avuto un colpo di frusta che ha causato danni al mercato delle cripto: per silenziare le proteste, come ormai spesso accade in Paesi autoritari, il governo kazako ha disposto il blocco generale della rete Internet, cosa che ha anche impedito il mining di Bitcoin. Così, con un effetto boomerang, proprio il fatto che nell’ultimo anno una parte consistente dell’estrazione si fosse spostata sul territorio kazako ha reso questa interruzione disastrosa: la potenza di calcolo globale della rete di Bitcoin ha subito un crollo del 14% in poche settimane, con un rallentamento sostanziale dell’estrazione e delle transazioni globali e quindi un crollo del suo valore.

Cosa succederà adesso?

Quello che è accaduto in Kazakistan ha fatto luce sull’esigenza di una soluzione immediata e collettiva per il mondo delle criptovalute. Secondo Sergio Bellucci, saggista ed esperto di tecnologie, “la crisi del Kazakistan sarà ricordata come la prima rivolta innescata direttamente dagli interessi del mondo digitale, che poi è parte sostanziale del mondo reale di oggi.”

Sappiamo che molti Stati hanno cominciato a interessarsi e ad agire in materia, ma un’azione di regolamentazione di un sistema così decentralizzato a livello locale causa problemi in altre zone che non hanno avuto voce in capitolo ma che subiscono le conseguenze delle scelte unilaterali di altri, con effetti negativi anche a livello globale. Per questo, gli eventi in Kazakistan dovrebbero essere la spinta per un’azione collettiva e sistemica di regolazione dell’universo finora frammentato di criptoassets, stablecoins e govcoins.

Rimane un argomento molto delicato, ma c’è fiducia fra gli esperti che si possano creare i presupposti concreti per un’azione coordinata: da un lato fa ben sperare il Crypto Climate Accord, che ha riunito 150 tra le maggiori realtà di mining e che le impegna a raggiungere la neutralità delle emissioni entro il 2030; dall’altro c’è l’Unione Europea, che secondo Orlando Merone, country manager di Bitpanda, “è in una buona posizione per dare l’esempio e stabilire regole eque per creare un vero mercato unico delle criptovalute che salvaguardi gli interessi dei consumatori e la stabilità finanziaria.”


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è un ragazzo fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e all'attualità. Attualmente studente di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per l'area tematica Tecnologia e Innovazione, in particolare in ambito economico, contribuisce come autore e revisore per altre associazioni ed è volontario presso Volt Torino. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e l'attualità perché crede nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is a boy strongly interested in the field of international relations, politics and current affairs. Currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the section Technology and Innovation, in particular of economic matters, gives his contribution as writer and editor for other associations, and volunteers at Volt Torino. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and current affairs because he believes in the people's capacity to have an impact and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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