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Kazakistan e Bitcoin – Parte 1

Cleptocrazie e inflazione.

Per il Kazakistan, il 2022 è iniziato all’insegna della crisi e della violenza: dal 2 gennaio, dure rivolte stanno infiammando le piazze e stanno venendo sedate nel sangue dai militari kazaki e da contingenti russi, per un totale che ad oggi ammonta a più di 160 morti e più di 2000 feriti civili, oltre ai più di 8000 arresti. In un Paese ricco di risorse ma pieno di abitanti poveri, finora emblema di stabilità in Medio-Oriente ma anche immobile in un regime semi-autoritario, la crisi certamente mostra una profonda ferita socioeconomica aggravata dalla corruzione endemica del governo. Tuttavia, la scintilla delle proteste è stata l’aumento dei prezzi del carburante e dell’energia, e sembra che un ruolo non marginale l’abbia avuto anche la cripto per eccellenza: il Bitcoin. Ma come si lega la celebre criptovaluta con le proteste e le morti in Kazakistan?

In questo primo articolo sull’argomento, facciamo una panoramica generale della situazione politica ed economica in Kazakistan per poi andare più nello specifico sulle cause e gli eventi relativi alle recenti proteste. In questo modo, ci prepariamo il terreno per capire nel prossimo articolo come le criptovalute entrino in gioco e perché le vicende kazake potrebbero essere parte di una tendenza più ampia del mercato delle valute digitali, che però ha conseguenze più che reali per le popolazioni coinvolte.

Cos’è il Kazakistan?

Il Kazakistan è, fra tutti i Paesi dell’Asia occidentale, quello più stabile - o, come alcuni direbbero, immobile - dal punto di vista politico: da 30 anni governa la nazione una casta che fa capo a Nursultan Nazerbayev, ex-segretario del Partito Comunista kazako, che alla dissoluzione dell’Unione Sovietica è riuscito a costruire un sistema accentrato di potere prima politico e poi economico, procurando immensi guadagni a sé e al suo clan. Il Kazakistan è infatti un Paese immenso, grande come tutta l’Europa occidentale, e ricchissimo di risorse naturali, che lo hanno portato a diventare il primo esportatore mondiale di uranio e uno dei maggiori esportatori di petrolio e gas naturale (per non parlare dei bacini auriferi). Tuttavia, gran parte dei 20 milioni di abitanti si trova in una condizione di povertà, perché Nazerbayev ha instaurato quella che può essere definita a tutti gli effetti una cleptocrazia, sfruttando le risorse immense dello Stato asiatico per procurare a sé e ai suoi ricchezze enormi, con patrimoni offshore alle Isole Vergini e in Europa, a discapito della popolazione e della crescita del Paese.

Inoltre, la scarsità di infrastrutture sul territorio fa del trasporto su gomma l’unico modo per spostare merci e persone e del costo del carburante un elemento fondamentale del tenore di vita della popolazione. È quindi chiaro che nello Stato di gran lunga più ricco della regione ma il cui stipendio medio - circa 550 euro al mese - non riflette lo stile di vita faraonico della classe dirigente, il malcontento sociale aspettasse solo una scintilla per deflagrare.

Cosa ha scatenato le proteste?

In un Paese dove non esiste opposizione, le decisioni del governo spesso non riflettono gli effettivi bisogni della popolazione, e non è la prima volta che la politica economica di Nur-Sultan infiamma le piazze. In particolare, già nella primavera 2016, un’ampia privatizzazione della proprietà terriera e una svalutazione dell’85% del tenge rispetto al dollaro aveva fatto insorgere le piazze. Questo aveva portato Nazerbayev a fare un passo indietro e operare un cambiamento politico nel 2019, lasciando il posto all’attuale presidente Quasym-Jomart Tokayev, che già aveva un ruolo direttivo nel consiglio di sicurezza nazionale. Tuttavia, nonostante le mosse per distanziarsi dal vecchio esecutivo e per cercare di placare la folla sciogliendo il governo, non sembra che ci sia stata una vera svolta nella struttura del regime kazako, con Nazerbayev ancora visto come un “presidente ombra” dai manifestanti.

Stavolta, ciò che ha inizialmente scatenato le proteste nel nord del Paese è stata la liberalizzazione del prezzo del GPL, una misura che il governo ha deciso di adottare per rispondere ad un’inedita crisi dell’offerta energetica nel Paese, ma che ha comportato il raddoppio del prezzo del carburante in pochi giorni. Questo, unito all’aumento del costo dell’elettricità e dell’energia in generale, ha creato ripercussioni su tutti i prezzi di consumo. Ma se la rivolta è nata dall’aumento dei prezzi, come spesso accade in questi casi la sua portata si è subito molto allargata, andando a toccare l’insofferenza latente per la corruzione endemica e di lunga data della classe dirigente, lo sfruttamento iniquo delle risorse naturali, le enormi disuguaglianze economiche e la povertà diffusa.

La risposta del governo non si è fatta attendere, con il Presidente Tokayev che ha ordinato a polizia e esercito di “sparare per uccidere senza preavviso” e che ha chiesto l’aiuto della Russia e degli altri alleati, subito accorsi con i loro eserciti perché preoccupati per l’instabilità di un territorio fondamentale per l’economia dell’intera regione. Infatti, lo spettro di un vuoto di potere in Kazakistan, che condivide 7.000 km di frontiera e una stretta collaborazione con la Russia, spaventa molto il Cremlino, anche perché a questa crisi di legittimità nell’ultimo Paese ancora tenuto da una leadership di derivazione sovietica potrebbero seguire disordini nelle altre repubbliche centroasiatiche, su cui la Russia esercita grande influenza e che non vuole perdere come alleati strategici.

I manifestanti vogliono migliori standard di vita e riforme sistemiche del sistema politico ed economico, ma i loro sforzi non sono coordinati e non hanno dei capi designati o delle alternative concrete da proporre. Le rivolte sembrano per ora essersi risolte in un nulla di fatto, a parte il gran numero di morti e feriti. Tuttavia, c’è un lato della storia che potrebbe essere parte di una tendenza più grande relativa ai nuovi strumenti digitali di finanza decentralizzata, ovvero le criptovalute. Infatti, il mining del Bitcoin potrebbe essere la ragione principale per cui un Paese ricchissimo di petrolio e gas naturale si è trovato improvvisamente così a corto di offerta da essere costretto a importare carburante dall’estero a caro prezzo.


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e al management. Attualmente studente di laurea magistrale in European Affairs - Management and Public Affairs presso IEP SciencesPo Paris, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per le aree tematiche "Economia e Innovazione" e "Ambiente e Sviluppo", contribuisce come autore e EU project manager per altre associazioni ed è volontario presso Croix Rouge SciencesPo. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e il management perché crede nell'innovazione, nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is strongly interested in the fields of international relations, politics, and management. Currently a graduate student of European Affairs - Management and Public Affairs at IEP SciencesPo Paris, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the sections "Economy and Innovation" and "Environment and Development", gives his contribution as writer and EU project manager for other associations, and volunteers at Croix Rouge SciencesPo. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and management because he believes in innovation, in the people's capacity to have an impact, and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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