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Joe Biden e Kamala Harris: quando a vincere è la democrazia

Joe Biden e Kamala Harris.

Sono loro la scelta con cui gli americani hanno chiuso un anno segnato da numerose perdite e con la quale si prospettano ad aprire una nuova era. Coraggio, speranza e opportunità sono solo alcuni degli elementi che li caratterizzano. Ma cerchiamo di scoprire insieme chi sono.

Colui che tra pochi giorni inizierà a gestire un Paese che vive una situazione non facile sotto diversi punti di vista è proprio lui, il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Joseph Robinette Biden Jr nasce il 20 novembre 1942 in Pennsylvania, e ad oggi, a 78 anni, è il Presidente più anziano ad entrare alla Casa Bianca. La sua carriera politica inizia in Senato quando è molto giovane. Nel 1972, a soli 30 anni, vince una campagna elettorale che lo vede diventare senatore del Delaware. A pochi giorni di distanza, l’euforia del successo lascia posto al dolore e allo shock. L’8 dicembre 1972 perde la moglie Neilia e la figlia Amy in un incidente automobilistico, mentre i figli Beau e Hunter restano feriti.

Il campo di maggior interesse per Biden è la politica estera. Per anni, all’interno della Commissione Esteri del Senato, si occupa delle relazioni diplomatiche con gli alleati e di controllo degli armamenti. Alcuni dei suoi coinvolgimenti passati lo vedono votare per la guerra in Afghanistan nel 2001 e per l’invasione dell’Iraq nel 2002. Fa inoltre parte della Commissione Giustizia del Senato, ed è in tale veste che si occupa di vicende come quella di Anita Hill, la donna che accusa di condotta inappropriata il giudice della Corte Suprema Clarence Thomas.

Barack Obama, durante la sua campagna, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti nel legare con la leadership democratica e Biden è la persona ideale. Ha molta esperienza, sa rispettare la sua posizione e non ha una personalità forte tale da intralciare quella del candidato. Il binomio Obama – Biden si rende quindi perfetto per le presidenziali del 2008.

Oggi, ancora una volta, Joseph Biden ha vinto, e come candidato. A portarlo a tale conquista ci sono anche la sua capacità di comprendere e incarnare la volontà della maggioranza, la vicinanza al popolo e la flessibilità ideologica che ha visto il suo programma spostarsi a sinistra.

Di certo l’umiltà e la compassione che lo caratterizzano non lasciano meno spazio all’intelligenza. Una scelta come quella fatta per la vicepresidenza è ben ponderata. La Harris, difatti, gli assicura copertura politica sull’elettorato femminile e nero, ed ora conosciamola meglio.

Ad assumere il ruolo di Vicepresidente degli Stati Uniti questa volta è una donna: Kamala Harris.

Una scelta storica quella che vede una donna nera conquistare uno dei posti più ambiti al mondo. Una scelta al contempo convenzionale, strategica e ben prevista. L’ondata di proteste contro la morte di alcune persone di colore a partire da quella di George Floyd, ha smosso tutto il Paese e ha visto una forte pressione su Biden, affinchè orientasse la sua scelta verso una donna, che oltretutto non fosse bianca.

Kamala Devi Harris nasce nel 1954 a Oakland, California, da genitori divorziati, lui giamaicano e lei indiana. Cresce principalmente con la madre ricercatrice in oncologia e attivista per i diritti civili.

Laureata alla Howard University e al California Hastings College, inizia la sua carriera nell’ufficio del Procuratore Distrettuale della contea di Alameda. Tra il 2004 e il 2011 è la Procuratrice Distrettuale di San Francisco; successivamente fino al 2017 è la prima donna e persona di colore a rivestire la figura di Procuratore Generale della California. Nel 2016 diventa senatrice, dopodiché si inserisce nel girone delle elezioni.

La Harris vanta un lungo percorso da Procuratrice e al Senato, nonostante la sua giovane età, e si propone come esperta, capace e responsabile. Le sue origini multietniche rappresentano una parte degli Stati Uniti, fatta di minoranze che ogni giorno lottano per vedere riconosciute pari opportunità. Temi sensibili come quelle del razzismo sistemico, soprattutto in giorni come questi, hanno dato una spinta che ha reso ancora più necessario il cambiamento.

In Kamala Harris si sono rivisti questi elementi, ma a creare controversia è la sua collocazione politica. Alcuni la ritengono relativamente moderata, mentre altri la dipingono come un profilo volto al progresso. Non c’è dubbio che sia più collocata a sinistra (e che sia più progressista) di Biden.

Vi sono diversi capitoli precedenti che portano a ridefinirla. Ad esempio, in passato si è opposta alla sentenza di un giudice che riteneva la pena di morte incostituzionale. A creare confusione c’è un altro esempio, ossia il suo favore per la proposta del Medicare for All, salvo poi presentare nel suo programma presidenziale una proposta di riforma sanitaria che prevede comunque un ruolo per le assicurazioni private.

Negli anni successivi molte di queste posizioni sono cambiate (vedi il suo coinvolgimento nella riforma della polizia dopo le proteste del movimento Black Lives Matter), e ciò rende il quadro sfumato.

L’accusa che ricorre di più nei confronti della Harris è che sia molto cauta e troppo attenta a prendere decisioni e posizioni, soprattutto quando queste la possono condizionare in movimenti successivi.

Che sia effettivamente una persona che pondera le sue scelte non dovrebbe essere un problema, sebbene il contrario. Kamala Harris rappresenta senza ombra di dubbio il ponte tra i rappresentanti più anziani e la nuova generazione, ed inoltre sembra ben posizionata per assumere in futuro la guida di un partito democratico sensibile ai cambiamenti.

Il discorso con cui Kamala Harris ha dato il via al suo periodo di gloria conferma come migliaia di persone, soprattutto donne, ripongano nella sua persona e nella sua figura grandi speranze:

“Buona sera. Grazie. John Lewis, prima di lasciarci, ha scritto che la democrazia non è uno stato, è un atto, e quello che intendeva dire è che la democrazia non è garantita: dobbiamo aver una forte volontà di difenderla, salvaguardarla, non darla mai per scontato, Questo richiede una battaglia, dei sacrifici, ma anche gioia, perché noi, il popolo, abbiamo il potere di costruire un futuro migliore. Quando l’essenza della nostra democrazia era in gioco durante queste elezioni e il mondo ci guardava, voi avete dato vita ad un nuovo giorno, una nuova alba per l’America."

Una sensibile attenzione bisogna dedicare alle parole dedicate al genere femminile.

“Penso alle donne, alle donne nere, asiatiche, bianche, ispaniche, native americane, che nel corso della storia di questo paese hanno aperto la strada per questo momento, si sono sacrificate per la giustizia, per tutti; penso alle donne nere che non sono considerate ma sono la spina dorsale della nostra democrazia. Penso a tutte le donne che hanno lavorato per garantire il diritto di voto e che ora, nel 2020, con una nuova generazione, hanno votato e continuano a lottare per farsi ascoltare. Stasera penso alla loro battaglia, alla loro determinazione, alla loro capacità di vedere il futuro, e questa è una testimonianza della personalità di Biden che ha avuto il coraggio di buttare giù uno dei muri che continuavano a resistere nel nostro paese, scegliendo me, una donna, come vicepresidente.

Anche se sono la prima a ricoprire questa carica, non sarò l’ultima. Ogni bambina, ragazza, che stasera ci guarda, vede che questo è un paese pieno di possibilità. Il nostro paese vi manda un messaggio: sognate con grande ambizione, guidate con cognizione, guardatevi in un modo in cui gli altri potrebbero non vedervi. Noi saremo lì con voi."

Infine la Harris in un discorso più generico conclude:

“Ora comincia il lavoro duro, necessario, essenziale per salvare le vite e combattere l’epidemia, ricostruire l’economa, eliminare il razzismo sistemico, affrontare la crisi climatica e far guarire l’anima di questa nazione. La strada non è facile, ma l’America è pronta. E lo siamo io e Joe. Abbiamo eletto un presidente che rappresenta il meglio di noi, che il mondo rispetterà e che i figli ammireranno, un comandante che rispetta i soldati e ci terrà al sicuro, un presidente per tutti agli americani.”


Fonti consultate per il presente elaborato: 


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    • L'Autore

      Sofia Abourachid

      Dottoressa in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani con Laurea acquisita presso l’Università degli Studi di Padova.

      Dottoressa Magistrale in Relazioni Internazionali curriculum di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali con Laurea acquisita presso l’Università degli Studi di Milano.

      Appassionata di diritti umani e di tutto ciò che concerne il sociale, tra cui tematiche di uguaglianze di genere, minori, donne, immigrati e terzo settore. Altrettanto appassionata di storia e di politica internazionale, così come di formazione, comunicazione, e percorsi di motivazione.

      Con la sua storia, le origini arabe, e skills personali, in Mondo Internazionale ha ricoperto la carica di Project Manager per il progetto TrattaMI Bene; oggi, oltre ad essere Editor, ricopre il ruolo di Chief Editor dell'area Diritti Umani.

      -

      Graduated in Political Science, International Relations and Human Rights with a Degree from the University of Padua.

      Master's Degree in International Relations, Diplomacy and International Organizations
      curriculum with a Degree from the University of Milan.

      She is interested in human rights and everything related to social issues, including gender equality, minors, women, immigrants and the third sector. She is equally passionate about history and international politics, as well as training, communication, motivation and personal growth.

      With her personal history, her arab origins, and personal skills, in Mondo Internazionale she held the role of Project Manager for the TrattaMI Bene project; today, in addition to being Editor, she also holds the role of Chief Editor of the Human Rights area.

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    Diritti umani humanrights Donne Women presidenziali Stati Uniti

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