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Il suicidio assistito nella Legislazione italiana. Il caso “Dj Fabo”

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Il tema del suicidio assistito è stato oggetto, nel nostro Paese, di diversi interventi legislativi e giurisprudenziali scaturenti, da ultimo, dalla vicenda che ha visto imputato Marco Cappato per il delitto di cui all’art. 580 c.p. perché ha agevolato, con la propria condotta, la realizzazione del proposito suicidario di Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo.

1. Il fatto

Dj Fabo, a seguito di un incidente stradale, rimaneva affetto da tetraplegia e cecità permanente, pur conservando intatte le proprietà intellettive e la capacità di intendere e volere, nonostante non fosse autonomo nella respirazione e nell’alimentazione. Inoltre soffriva di acuti spasmi e convulsioni più volte al giorno, che gli procuravano un’intensa sofferenza. A seguito di diverse operazioni chirurgiche e tentativi di riabilitazione, la sua patologia veniva dichiarata irreversibile. A questo punto, Antoniani maturava il proposito di porre fine alle proprie sofferenze e congedarsi dalla vita [1].

I suoi familiari, in un primo momento, avevano tentato di distoglierlo da questo intento, ma a seguito di uno sciopero della fame e della parola intrapreso dallo stesso, i suoi cari si mettevano in contatto con un’Associazione operante in Svizzera, che si occupava delle pratiche di eutanasia e suicidio assistito tramite iniezione di un farmaco letale.

Successivamente, Dj Fabo riusciva a mettersi in contatto con l’esponente dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, il quale inizialmente aveva tentato di distoglierlo dall’idea di recarsi in Svizzera, proponendogli invece l’alternativa di rimanere in Italia e sottoporsi a sedazione profonda, con interruzione dei trattamenti sanitari.

Antoniani, però, si era sempre detto contrario a questa ipotesi, perché reputata non dignitosa dal momento che egli conservava una - seppur minima - autonomia respiratoria e quindi quello che comunemente viene definito “staccare la spina” gli avrebbe procurato una intensa agonia di diversi giorni, fino all’evento morte.

A questo punto, quindi, Cappato decideva di accompagnare Antoniani presso la clinica svizzera, laddove, a seguito di accertamenti clinici, veniva approvata la pratica di suicidio assistito, effettuato direttamente dall’interessato, tramite l’azionamento di uno stantuffo per mezzo della propria bocca, rendendo, quindi, possibile l’iniezione letale.

Cappato, di ritorno in Italia, si autodenunciava alle competenti Autorità e veniva instaurato nei suoi confronti il giudizio dinnanzi la Corte d’Assise di Milano per il delitto di cui all’art. 580 c.p.

2. La questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p.

Tale reato, in particolare, punisce chiunque istighi, agevoli o rafforzi l’altrui proposito di suicidio, con la pena della reclusione da 5 a 12 anni.

Nell’ambito del procedimento nei confronti di Cappato, la Corte d’Assise, con ordinanza del 14 febbraio 2018, sollevavano questione di legittimità costituzionale della norma in esame - con trasmissione del caso dinnanzi la Corte Costituzionale - per violazione degli artt. 2, 3, 32 e 117 della Costituzione, anche in relazione agli artt. 2 e 8 della Convenzione Europea per la salvaguardi dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali.

Secondo l’ordinanza dell’Assise, infatti, quando venne introdotto nel Codice Penale Rocco del 1930, l’art. 580 era evidentemente il riflesso dei valori del regime fascista, nell’ambito del quale l’individuo non era posto al centro dell’interesse dello Stato, bensì la persona era vista come un mezzo per realizzare le finalità della Patria e, quindi, il suicidio veniva visto come una sottrazione di risorse e forza lavoro allo Stato.

La norma, naturalmente, va, adesso, riletta alla luce della promulgazione della Carta Costituzionale, laddove l’individuo viene definitivamente collocato al centro degli interessi nazionali, secondo il principio personalistico, e quindi l’art. 2 Cost., garantendo il diritto alla vita, fa discendere anche il diritto dell’individuo all’autodeterminazione e, di conseguenza, alla libertà di scelta anche in ordine al fine vita, enucleato anche all’art. 32 cost.

Ed infatti, la condotta di chi agevoli la realizzazione del suicidio non va punita in re ipsa, ma si dovrebbe analizzare, nel caso concreto, l’effettivo contributo causale del rafforzamento dell’intento suicidario: laddove tale contributo dovesse essere assente, la condotta non sarebbe punibile, secondo il ragionamento della Corte d’Assise.

Storicamente, il tema era stato già affrontato nell’ambito dell’adozione della recente Legge n. 219 del 2017 in tema di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, laddove si fa esplicito riferimento al diritto di ciascuno di poter legittimamente rifiutare le cure e, quindi, congedarsi dalla vita.

La Corte d’Assise, sul punto, infatti, rileva anche un difetto di ragionevolezza dell’intera disciplina in quanto, se da un lato si è reso legittimo il diritto del paziente di rifiutare i trattamenti sanitari, non si comprende la ragione per cui, invece, viene punita la condotta di colui che agevoli la realizzazione del suicidio, eseguito tramite una condotta attiva, in questo caso di iniezione letale.

Il difetto di ragionevolezza andrebbe, peraltro, a sfavorire in particolar modo coloro che sono maggiormente meritevoli di tutela, ovvero i soggetti che si trovano in uno stato irreversibile e che sono impossibilitati materialmente a compiere questa scelta.

In relazione poi agli obblighi derivanti dai trattati internazionali come la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo - agli artt. 2 e 8 - essi tutelano il diritto alla vita e il rispetto della vita privata e familiare. Secondo costante interpretazione della Corte di Strasburgo infatti - a partire dall’emblematico caso Pretty vs. UK del 2002 [2] - l’art. 8 della Convenzione, tutelando il rispetto della vita privata dell’individuo, farebbe discendere anche il diritto di ciascuno all’autodeterminazione in ordine alle scelte sul fine vita, vietando ogni interferenza statale sul punto, salvo che non sia stata preventivamente normativizzata e che non sia, comunque, orientata a realizzare le finalità di cui alla Convenzione.

3. La decisione della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale, quindi, chiamata a pronunciarsi sulla questione a seguito dell’ordinanza di remissione della Corte d’Assise di Milano, il 22 novembre 2019 [3], con la sentenza n. 242 del 2019, ha dichiarato l’art. 580 c.p. parzialmente illegittimo, in quanto in contrasto con la Costituzione.

In particolare, la Corte ha circoscritto l’area di incostituzionalità della fattispecie in esame a delle ipotesi specificamente individuate, ossia i casi in cui “l’aspirante suicida si identifichi – come nella vicenda oggetto del giudizio a quo – in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli[4].

Trattasi, evidentemente, di ipotesi non preventivabili al momento della configurazione del reato e rese possibili grazie al progresso tecnico - scientifico.

Ai sensi della citata pronuncia, quindi, in tutte le citate ipotesi, l’aiuto di un soggetto terzo può rappresentare l’unico modo per evitare un trattamento terapeutico non voluto dal malato, diritto già contemplato, si ribadisce, dalla Legge n. 219 del 2017.

La legge sul consenso informato, però, non contemplava le ipotesi in cui il trattamento terapeutico non fosse volto ad eliminare le sofferenze - bensì a procurare direttamente la morte - e pertanto, non consentiva al medico di poter rendere possibile tale scelta insindacabile del paziente, il quale rimaneva costretto a subire un processo più lento e doloroso per congedarsi dalla vita.

Alla luce di tali argomentazioni, la Corte Costituzionale, sospendendo di 11 mesi il procedimento nei confronti di Marco Cappato, rivolse un invito al Legislatore a regolamentare nel dettaglio la materia; invito che, tuttavia, restò disatteso.

Ne derivò, pertanto, una declaratoria di incostituzionalità relativa, esclusivamente, “all’aiuto al suicidio prestato a favore di soggetti che già potrebbero alternativamente lasciarsi morire mediante la rinuncia a trattamenti sanitari necessari alla loro sopravvivenza[5].

La Corte d’Assise, pertanto, cogliendo i principi enucleati nella pronuncia della Corte Costituzionale, emanò la sentenza n. 8 del 2019 [6], con la quale dichiarò Marco Cappato non colpevole del delitto di cui all’art. 580 c.p. perché il fatto non sussiste.


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  • L'Autore

    Simona Maria Destro Castaniti

    Laureata in Giurisprudenza. Praticante Avvocato.
    Attualmente iscritta al Corso di Master di Secondo Livello in "Economic Intelligence and Cyber Security".
    Competenze in Diritto Internazionale: Tesi di Laurea in Diritti Umani, partecipazione a diversi progetti MUN, esperienze all’estero (in particolare: Kosovo, Costa Rica, Stati Uniti d’America).
    Autrice per diverse riviste su temi di diritto.
    Competenza linguistica in lingua Italiana (madrelingua), Inglese (C2), Spagnola (B1) e Portoghese (B1).


    Law Graduate. Trainee Lawyer.
    Currently enrolled in the Second Level Master Degree Program "Economic Intelligence and Cyber Security".
    International Law: Dissertation on Human Rights, participation at MUNs projects, experiences abroad (in particular: Kosovo, Costa Rica, USA).
    Author for several periodicals on the topic of law.
    Linguistic Competence in Italian (mother tongue), English (C2), Spanish (B1) and Portuguese (B1).

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Temi Diritti Umani


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