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Il riposizionamento geopolitico della nuova Turchia presidenziale di Erdogan

Contro ogni sondaggio, Erdogan ha vinto la scommessa delle elezioni generali anticipate, ottenendo la rielezione al primo turno. Questo determina il passaggio da una forma di governo repubblicana parlamentare ad una repubblica presidenziale, nella quale è abolita (con la motivazione di una maggiore stabilità) la carica di Capo del governo e tutti i poteri si accentrano nelle mani del Capo di Stato, il quale ora svolgerà le sue ex funzioni oltre a poter nominare e rimuovere i ministri, governare con decreto, controllare gli apparati di sicurezza e anche nominare 12 giudici su 15 della Corte Suprema. La vittoria di Erdogan, Primo Ministro dal 2003 al 2014 quando venne eletto Presidente, determina l’entrata in vigore della nuova Costituzione turca e di conseguenza azzera i mandati presidenziali, permettendo ad Erdogan di svolgerne altri 2 e di arrivare dunque all’appuntamento elettorale del 2023 potendo svolgere una campagna elettorale contrapposta ai kemalisti laici nell’anno del centenario della fondazione della Turchia di Mustafa Kemal Atatürk, il padre della patria. Si sancirebbe così il progetto di una “Nuova Turchia” portato avanti dall’AKP, al potere da oltre 15 anni, in senso conservatore ed islamista.

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Recep Tayyip Erdogan, leader dell'AKP e Presidente della Turchia, in un comizio a Gaziantep

È una vittoria che arriva però dopo gli oltre 50.000 arresti ed i 110.000 licenziamenti di dipendenti pubblici a seguito del tentato colpo di Stato del luglio 2016, con un risultato per Erdogan (52,6%) di poco superiore alla vittoria dei sì per il referendum costituzionale dell’aprile 2017 (51,4%), a conferma di una fortissima polarizzazione emersa anche agli ultimi comizi del suo principale sfidante, Ince del CHP: da una parte nazionalisti e islamici integralisti, dall’altra giovani e laici.

Erdogan era alla ricerca di una conferma per garantirsi i poteri dei quali avrebbe potuto beneficiare dopo il referendum, ma la frenata dell’economia e la svalutazione della lira turca sul dollaro rischiavano di compromettere il risultato. Da qui la decisione di anticipare le elezioni e di stringere l’alleanza con il partito nazionalista dei “Lupi grigi” MHP, principale sfidante di Erdogan alle presidenziali del 2014. Ciononostante, non si può dire che il Rèis abbia trascorso notti tranquille in questa campagna elettorale: oltre ai sondaggi che lo davano al ballottaggio o in coabitazione senza maggioranza all’Assemblea Nazionale, la sfida per Erdogan era ottenere la legittimazione del risultato ed il riconoscimento della comunità internazionale. Cosa non facile, nonostante l'87% di affluenza – neanche dopo la concessione della vittoria da parte delle opposizioni – se si pensa alle “restrizioni delle libertà fondamentali” subite dai suoi sfidanti e denunciate da Ignacio Sanchez Amor, a capo della missione di osservazione elettorale dell'Osce, oppure ai tempi dedicati in tv per gli interventi elettorali: 181 ore per Erdogan, appena 22 per tutti i suoi sfidanti messi assieme. Una legittimazione cercata anche con una vigilanza delle operazioni di voto e dello spoglio che impiegherà almeno 519mila tra rappresentanti di lista e osservatori indipendenti negli oltre 180mila seggi, assieme agli osservatori di 8 organizzazioni internazionali, tra cui 350 inviati dell'Osce/Odihr. Eppure, la legge che permette la convalida anche delle schede non timbrate e lo spostamento dei seggi per "motivi di sicurezza" che impedirà ad oltre 140mila curdi di votare nelle loro sezioni abituali, sono solo altri esempi di un sistema di controllo ed influenza del voto, con elevati rischi di brogli.

Le restrizioni delle libertà fondamentali a cui abbiamo assistito hanno avuto un impatto su queste elezioni. Ci auguriamo che la Turchia elimini queste restrizioni al più presto possibile.


- Lo ha detto Ignacio Sanchez Amor, a capo della missione di osservazione elettorale dell'Osce.

Il Rèis alla fine ce l’ha fatta, instaurerà un forte presidenzialismo anche se il suo partito non ha la maggioranza nell’Assemblea Nazionale (295 seggi su 300), ma deve governare grazie ai voti dell’MHP, risultato determinante doppiando le previsioni dei sondaggi. Eppure questo significa una politica di maggiore oppressione – con un’intensificazione delle operazioni militari al confine con la Sirianei confronti dei curdi, che pure entrano nell’Assemblea superando la soglia di sbarramento del 10%, una delle più alte al mondo, con il loro leader candidato alla presidenza, Demirtas, in carcere dal tentato golpe con l’accusa di terrorismo.

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Il leader dell'HDP, Selahettin Demirtas, è in carcere da 2 anni

Analizzando il voto, per le presidenziali si nota che Erdogan ha preso circa 5,3 milioni di voti in più rispetto al 2014 (21 milioni), e si rileva che non è tutto merito del MHP, ma anche delle tenuta del Rèis, perchè la somma di quelli che aveva Erdogan (21) con quelli del suo sfidante, proprio del MHP ora alleato (15,6), è distorta dal fatto che quest’ultimo era sostenuto anche dal CHP di Ince, che ora porta il suo partito al migliore risultato dagli anni ’70 con 15,3 milioni di voti. La Aksener si difende bene con 3,65 milioni di voti, nonostante sia stata obbligata a presentarsi come candidato indipendente non avendo svolto il congresso del partito almeno 6 mesi prima delle elezioni, come prevede la legge turca, ed i curdi di Demirtas guadagnano oltre 250.000 voti. In totale, Erdogan (con il MHP) passa da vincere in 54 (province 16 erano del MHP con il CHP) a 63, Ince dimezza le 16 della precedente alleanza e Demirtas conferma le solite 10 a maggioranza curda.

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Risultati e mappa delle elezioni presidenziali (fonte: Anadolu Agency)

Per le legislative, invece, l’unico partito che guadagna elettori (a parte l’IYI che si presentava per la prima volta) è l’HDP (+720mila circa), mentre sia Erdogan (-2,34 milioni pari al -7%) sia Ince (-760mila) ma anche l’MHP (-130mila) fanno peggio rispetto al novembre 2015. Ma è nella conta dei seggi che si registra come in realtà l’AKP passi da 317 a 295 (-22) ed è l’unico a perderne. Infatti il CHP incrementa i 134 fino ai 146 (+12) attuali, l’MHP ne guadagna 9 (da 40 a 49) e l’HDP 8 (da 59 a 67). L’IYI Parti ne ottiene 43, con un risultato nel complesso deludente rispetto alle previsioni.

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Risultati e mappa delle elezioni legislative (fonte: Anadolu Agency)

Interessante è anche vedere come ha votato la maggioranza dei cittadini turchi residenti all’estero, per avere un quadro geopolitico delle tendenze maggioritarie su scala internazionale: In Canada e negli USA prevale Ince, ma anche in Russia, in Cina ed in Iran, dove però l’AKP la spunta per l’Assemblea; in Europa, invece, Germania e Francia vedono l’affermazione di Erdogan e del suo AKP, Spagna e Italia di Ince e del CHP (da noi nel 2015 prevalse l’HDP), mentre nel Regno Unito arriva davanti Ince ma come partito l’HDP. Il partito curdo è davanti anche in Giappone, l’AKP invece in Australia.

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Il candidato del CHP, Muharrem Ince, ad un comizio elettorale

La nuova forma di governo turca allontana sempre di più la Turchia dall’UE, ma la verità è che Erdogan non ha più alcun interesse ad entrarci: punta a diventare una superpotenza nel mondo multipolare che sta costruendo Trump, assieme ad USA, Russia e Cina. Il fiuto dell’abile uomo politico quale è lo porta, infatti, a mantenere buoni rapporti con Iran e Russia (già ieri, in una conversazione telefonica con Putin hanno ribadito la cooperazione in Siria e l’importanza prioritaria della costruzione della centrale nucleare di Akkuyu e del gasdotto Turkish Stream) restando allo stesso tempo un partner strategico degli USA all’interno della NATO. Il riposizionamento turco, quindi, passa da un aumento dei toni dei messaggi anti-occidentali (con un perpetuarsi di accuse per i problemi politici ed economici di politica interna) per arrivare ad uno spostamento sempre più verso oriente in un’ottica di approccio da potenza globale che possa interloquire con i partner internazionali sullo stesso livello, senza il bisogno di far parte di un’altra entità sovra-nazionale.


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    Alessio Ercoli

    Laureando in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

Data di pubblicazione 29 giugno 2018

Categorie Attualità
Tag Turchia Erdogan Ince Demirtas AKP MHP CHP HDP elezioni ue USA Russia Cina curdi

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