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Il Regno Unito e le ultime elezioni

Il 12 dicembre 2019 il popolo britannico si è recato alle urne per la terza volta nel 2019. Dopo dieci anni di governi deboli, coalizioni e parlamenti appesi, il partito dei Tory ha conquistato la vittoria: 364 seggi su 650. Boris Johnson ha vinto la sua scommessa ed è riuscito a conquistare una solida maggioranza parlamentare, mentre l’opposizione laburista ha incassato una sconfitta senza precedenti. I sondaggi parlavano chiaro: nell’ultimo dibattito prima delle elezioni si era registrato il 52% di preferenze per Johnson e il 48% per Corbyn.

Il risultato delle elezioni di sabato scorso ci dice due cose: la prima è che lo spostamento a sinistra dei Laburisti sotto la leadership di Jeremy Corbyn è stato fallimentare; la seconda è che il Regno Unito, a tre anni dal referendum “leave or remain”, ha scelto nuovamente Brexit.

I laburisti hanno subito una terrificante sconfitta. Il leader del Labour Jeremy Corbyn ha ammesso il risultato “molto deludente” e ha annunciato che non guiderà più il partito in un’altra elezione. La politica di Corbyn non ha portato ad una vittoria. Il moltiplicare gli iscritti, coinvolgere più giovani e aprirsi alla società non è bastato: bisognava conquistare un elettorato più ampio. L’operazione di ignorare la Brexit per parlare di economia e disuguaglianze non ha funzionato, perché ormai l’obiettivo principale dei britannici è ultimare la Brexit. Un altro aspetto rilevante è stato la questione della figura di Corbyn. Sin dall’inizio aveva destato qualche preoccupazione per via delle sue simpatie repubblicane, per l’appoggio dato in passato ai nazionalisti irlandesi, per la riluttanza a prendere una posizione chiara in merito alle accuse di antisemitismo e per la sua incertezza sulla Brexit e il rifiuto a schierarsi apertamente per la permanenza in Europa. Tutti questi motivi hanno portato il partito laburista ad ottenere solamente 203 deputati. L'amara sconfitta del Labour Party mostra come in Europa le Sinistre siano restie dinanzi alla prospettiva di un ritorno alla difesa della classe meno abbiente e di un ceto medio sempre più precarizzato.

Dl canto suo, il leader conservatore è riuscito a conquistare l’elettorato: la sua strategia l’ha portato alla vittoria. Ha sfidato il parlamento, si è opposto a una proroga della scadenza dell’uscita dall’Europa e ha siglato un accordo con Bruxelles che il parlamento non ha votato. È riuscito a cogliere il sentimento di frustrazione nei suoi concittadini, maturato dopo tre anni e mezzo di convulsioni politiche.

Un dato preoccupante per la coesione nazionale è quello della Scozia, dove si rafforzano i nazionalisti proUe e l’opposizione a Johnson. Infatti, l’Snp di Nicola Sturgeon ha vinto 48 dei 59 seggi ma, soprattutto, chiede un secondo referendum sull’indipendenza che potrebbe mettere a rischio il Regno così come lo abbiamo conosciuto sino ad ora.

La Brexit è stata la chiave di volta delle elezioni. I britannici hanno scelto il partito che avrebbe permesso loro di voltare pagina e uscire dall’Europa senza ulteriori esitazioni. In questo modo, Boris Johnson e la sua maggioranza si proietteranno verso una finalizzazione agevole della Brexit entro il 31 gennaio 2020.

“Get Brexit done” è l’impegno preso da Boris Johnson, cioè realizzare la Brexit e cambiare il Paese per il meglio.

Ciò che emerge dalle elezioni, oltre agli aspetti della governance, è l’esasperazione di un paese stanco, diviso, incapace di riconoscersi, allettato dalle prospettive di taglio netto, pronto a fidarsi dell’allucinazione nazionalista della Brexit più che delle promesse di un programma di cambiamento socialista. In Galles e nel nord dell’Inghilterra, le perdite per i Labour sono state particolarmente dolorose e il trauma è incalcolabile. Questo conferma ciò che è stato sempre evidente: la Brexit è una trappola tossica e corrisponde a una domanda inconscia “Chi vogliamo essere come nazione?”.

Il Regno Unito nei prossimi anni dovrà affrontare questa dinamica che segnerà il destino del paese, molto più del suo rapporto con Bruxelles o delle conseguenze economiche che l'uscita potrebbe provocare.


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  • L'Autore

    Valeriana Savino

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Dal Mondo Europa


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europe Brexit United Kingdom nation

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