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Il problema delle carceri curde e lo spettro dello Stato Islamico

Nella notte di giovedì 20 gennaio, un commando di militanti dell’ISIS è riuscito a penetrare, grazie all’utilizzo di un’autobomba, nel perimetro di un centro di detenzione curdo. Teatro dell’attacco è la prigione di Gweiran, ubicata nel nord-est della Siria (governatorato di al-Hasaka) e gestito dalle milizie curde delle SDF - Syrian Democratic Forces. Secondo le ricostruzioni, in seguito all’assalto, sono scoppiati intensi combattimenti tra le forze di sicurezza locali e i militanti jihadisti. Il conflitto a fuoco si è protratto altresì nei giorni successivi e avrebbe causato oltre 150 vittime – più di cento i morti tra i membri dello Stato Islamico e circa 40 vittime tra i combattenti curdi e civili. Il bilancio esatto rimane comunque incerto, data la difficoltà di reperire informazioni ufficiali in loco, così come rimane indefinito il numero di reclusi che sono riusciti a scappare. Le autorità curde hanno annunciato di aver ri-catturato un centinaio di detenuti ma, al contempo, altre fonti parlano di decine di terroristi attualmente in fuga. Data la complessità della situazione, sono intervenuti anche gli USA, che hanno fornito assistenza logistica e di intelligence alle SDF e perpetrato diversi raid aerei nella zona degli scontri.

L’ISIS ha prontamente rivendicato l’attacco, utilizzando il suo consueto organo di propaganda Amaq. Inoltre, l’organizzazione jihadista ha pubblicato due video, dove sono stati immortalati dei momenti dell’assalto, tra cui la presa in ostaggio di alcune guardie carcerarie. Quanto accaduto è da considerarsi come il più grande attentato – in termini di vittime e modalità operative - dell’ISIS dalla sconfitta di Baghuz del marzo 2019, che ha decretato la fine territoriale di Daesh. Proprio per questo, i fatti occorsi meritano un’attenzione particolare e conducono ad alcune importanti osservazioni.

Innanzitutto, l’assalto al carcere di Gweiran ha fatto emergere in modo palese un ragguardevole problema in Siria (e Iraq): le condizioni in cui versano i centri in cui sono detenuti esponenti, o presunti tali, dell’ISIS. Difatti, col passare degli anni, la situazione nelle carceri controllate dai curdi è divenuta sempre più insostenibile. Mancanza di fondi e personale di sicurezza non adeguato sono i fattori che contrassegnano le strutture carcerarie in oggetto. A ciò va aggiunto il sovraffollamento: basti pensare che la prigione di Gweiran ospita oltre 3.500 prigionieri dell’ISIS, incluse le loro famiglie (tra cui numerosi bambini). Stando ad alcune stime, sarebbero circa 12.000 gli esponenti dell’ISIS – o simpatizzanti – detenuti nelle prigioni curdo-siriane nel nord-est del Paese. A questi elementi, si aggiunge il limbo giuridico in cui si trovano i membri dello Stato Islamico provenienti dall’Occidente. Molti Stati europei si sono rifiutati di rimpatriare i loro cittadini (i c.d foreign fighters), compresi parenti e minori. La scelta dei governi occidentali, giustificata da motivazioni di sicurezza e timori di un eccessivo garantismo dei sistemi giudiziari nazionali, ha reso ancor più complessa la gestione dei detenuti in Siria. Pertanto, malgrado gli appelli alla cooperazione, le autorità curde si sono trovate davanti ad uno “scaricabarile” non solo europeo, ma altresì da parte di quegli Stati che si configurano come i più grandi serbatoi di foreign fighters, quali la Tunisia. Peraltro, va ricordato che l’impegno militare statunitense nei territori del Kurdistan siriano (e a supporto delle milizie curde) è venuto meno negli ultimi anni, come voluto dall’allora presidente Trump.

Tutti gli elementi sopra riportati sono alla base delle problematiche delle prigioni curde-siriane. Le precarietà e le deficienze di tali strutture, le cui condizioni sono state definite dalla Human Right Watch “inumane e degradanti”, incrementano i rischi sul piano della sicurezza locale (e di riflesso regionale/internazionale). Infatti, il pericolo di rivolte interne è sempre più elevato, così come è concreto il pericolo che taluni centri di detenzione cadano nelle mani degli stessi prigionieri. Chiaramente, data la loro fragilità, tali ambienti sono ancora più esposti agli attacchi dell’ISIS, che negli ultimi anni ha difatti condotto frequenti offensive contro le prigioni curde – per ultima quella di Gweiran – con lo scopo di liberare i propri “fratelli”. In più, si inserisce un altro fattore altamente pericoloso: quello della radicalizzazione in carcere. È noto, infatti, che la prigione rappresenta un luogo di potenziale radicalizzazione e il contesto in questione creerebbe le condizioni ideali per tale processo. Infine, anche le dinamiche geopolitiche regionali possono incidere negativamente su tale situazione. Nello specifico, il riferimento è alle azioni belliche da parte di Ankara, che negli ultimi anni è già intervenuta tre volte nel nord-est siriano con lo scopo di neutralizzare e contenere le milizie curde locali delle YPG (Unità di Protezione Popolare) ritenute vicine al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) – quest’ultimo considerato dal governo turco un’organizzazione terroristica. Gli interventi turchi hanno come effetto quello di destabilizzare un’area già fortemente precaria, indebolendo le milizie curde e favorendo pertanto l’evasione dei terroristi dai centri di detenzione.

Quanto descritto evidenzia come la minaccia dello Stato Islamico sia tutt’altro che terminata. L’instabilità perenne del teatro siro-iracheno contribuisce a creare un ambiente favorevole per l’ISIS e il suo “ritorno in campo”. Inoltre, è bene sottolineare che, malgrado la sconfitta territoriale e il conseguente ridimensionamento nel 2019, Daesh ha continuato a perpetrare attacchi di bassa intensità attraverso le sue cellule sparse in Siria ed Iraq. L’Isis ha quindi mostrato una certa resilienza negli ultimi anni, continuando a configurarsi come una reale minaccia nelle aree in cui sorgeva il “Califfato”. L’episodio di Gweiran è quindi emblematico in tal senso e, nelle stesse ore in cui si consumava l’assalto alla prigione, un gruppo di jihadisti dell’IS ha colpito una base militare nella provincia irachena di Diyala, provocando più di dieci vittime. Detto ciò, gli sviluppi in questo scenario dovranno essere attentamente esaminati nel breve/medio periodo.


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  • L'Autore

    Vincenzo Battaglia

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