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Il primo massacro del 2018 in Venezuela.

Il 2018 si apre, per il Venezuela, con l’uccisione di Oscar Pérez.

Questo nome può ricordare qualcosa di vago per noi italiani: si parlò di lui lo scorso anno nei termini di “attore” che sfidò il regime, lanciando delle granate da un elicottero. Oscar Pérez era, in realtà, un membro del CICPC ovvero un corpo di investigazione scientifica e penale e fece la comparsa in una produzione venezuelana, impersonando un ruolo affine al suo lavoro.

Oscar Pérez ha passato gli scorsi mesi in clandestinità, comparendo di quando in quando con dei messaggi ed è sempre stato ricercato dalle forze militari del paese. 

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Il 15 gennaio è stato trovato il suo covo ed è riuscito a postare dei video in cui, chiaramente, si sentono spari e lanci di granate verso il rifugio in cui si trovava con dei compagni; era disposto a consegnarsi, ma le forze del regime lo volevano solo morto. E così è stato.

Oscar Pérez chiede aiuto.

I notiziari locali, solo governativi, cominciano a diffondere la notizia dello “smantellamento della cellula terroristica di Oscar Pérez”; il presidente Maduro, più tardi, sosterrà che Pérez e compagni stavano preparando un attentato ai danni del consolato di un paese amico, per poi chiedere asilo in Colombia.

Dopo varie notizie non confermate sulla sua morte, tra cui quella della CNN in spagnolo che citava una fonte anonima, compare in rete questa foto: 

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Inizia così il tamtam sui social networks: i venezuelani iniziano ad accusarsi a vicenda per avere o meno creduto all’operazione di Oscar Pérez. C’è chi fa mea culpa per aver a volte usato i suoi profili, ricchi di followers, per manifestare dubbi a riguardo; chi accusa coloro che non l’hanno mai sostenuto e ora piangono la sua morte. I venezuelani sono sempre più divisi e anche in questa triste occasione lo dimostrano: il popolo non è unito.

Il regime ha talmente contraffatto le informazioni, che ha diffuso incertezza e diffidenza: i venezuelani non credono più alle notizie locali, poiché passa solo il punto di vista del governo, ma sono diffidenti verso qualsiasi altra fonte perché temono che tutto sia uno show, parte del gioco di quelli del governo per confondere le loro menti. Ma così facendo non si accorgono che loro stessi, con la loro disunione, contribuiscono a questo show e lo alimentano. Ogni giorno diventa sempre più difficile ascoltare razionalmente le parole dei venezuelani: la situazione interna è così difficile e disastrosa che amplificano qualsiasi cosa; in ogni aspetto trovano qualcosa di sospettoso. Le loro menti sono ormai stremate. 

La società è sempre più polarizzata e solo recentemente i settori popolari, storici sostenitori del chavismo, hanno iniziato a protestare perché il presidente non ha mantenuto la promessa dello scorso anno: non ha portato regali per Natale in cambio del voto per l’Assemblea Costituente.

Solo sradicando questa mentalità nei più poveri si potranno includere più persone nella lotta al regime. Non esiste dialogo che stia dando frutti, non esistono sanzioni internazionali che stiano facendo retrocedere Maduro, non esistono bambini denutriti e gente morta per mancanza di cibo e medicine che sollevi dei quesiti nella coscienza dei governanti. Esiste solo il popolo, che deve unirsi. 

Nel frattempo, ricordiamo come, il 4 febbraio del 1992, Chavez tentò un golpe e si arrese, finendo in carcere.

Nel 2018 Oscar Pérez si arrende alle autorità e viene ucciso. 

L'attacco che ha subito.


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    Glenda Ferrari

    Sono una studentessa universitaria con una forte passione per il Venezuela, paese in cui ho vissuto tra il 2012 e il 2013, che è stato il periodo di transizione da Chavez a Maduro. Nel corso degli anni, ho maturato un interesse più generale per l'America Latina.

Data di pubblicazione 16 gennaio 2018

Tag Venezuela Maduro America del Sud

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