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Il metodo di Madrid per frenare la Catalogna

Domenica mattina, con l’arresto di Carles Puigdemont, il piano di Madrid per impedire la formazione di un governo in Catalogna ha raggiunto un altro traguardo. Dopo aver commissariato la Comunità Autonoma, Madrid aveva indetto nuove elezioni e intanto il Procuratore Generale spagnolo Maza annunciava una querela per ribellione, sedizione e malversazione che spinse Puigdemont alla fuga in Belgio – a Bruxelles – per internazionalizzare la questione. Non solo questo è il motivo della fuga dell'ex Presidente della Generalitat; infatti, la sua decisione si configura nella volontà di evitare il rischio di oltre 30 anni di carcere in seguito alla trasmissione nel Parlamento catalano (Parlament) dei risultati del referendum del 1 ottobre, seguiti da una dichiarazione di intenti di indipendenza, che andava verso la formazione di una costituente la quale aveva come fine l’istituzione della Repubblica Catalana.

Da quel momento, Puigdemont non potrà più tornare in Catalogna senza essere arrestato. Neanche, come poi effettivamente avvenne, per essere nuovamente investito come Presidente dal Parlament in caso di una nuova maggioranza indipendentista. A complicare le cose, l’ordine europeo di detenzione del magistrato del Tribunale Supremo, Pablo Llarena, con il quale il 14 novembre ne ha chiesto l’estradizione (ritirata il 5 dicembre). Questo unicamente per permettere che l’ex Presidente potesse essere immediatamente incarcerato appena fosse tornato in Catalogna, invece di lasciare scegliere alla giustizia belga, che non contempla il delitto di ribellione e di sedizione. Con la riconferma degli indipendentisti alle elezioni del 21 dicembre (indette da Madrid e viste quindi come un’interferenza dai catalani, che vinsero comunque il rifiuto iniziale di votare ad un appuntamento elettorale imposto dalla Spagna quando un Presidente eletto in realtà c’era già) si rafforzò la posizione di Puigdemont come Presidente legittimo. In patria egli sembra godere di due maggioranze: quella dei voti alle elezioni e quella del referendum per l’indipendenza. Puigdemont era infatti capolista di quella che risultò la prima lista della maggioranza indipendentista, ma non poté presenziare la seduta del Parlament che l’avrebbe indicato di nuovo come Presidente, perché sarebbe appunto stato arrestato appena messo piede in territorio spagnolo. La stessa sorte sarebbe toccata a tutti i politici in esilio con lui oppure incarcerati in seguito alla “sfida indipendentista”, avendo contribuito attivamente al “procés”.

Infatti, la proposta di eleggere Jordi Sànchez naufragò per la questione pendente con la giustizia, dal momento che il Presidente dell’Assemblea Nacional Catalana è in prigione dal 16 ottobre 2017. Alla fine, Sànchez scelse di ritirarsi – come aveva già fatto Puigdemont – per tentare di uscire di prigione, dichiarando l’intenzione di dimettersi anche come deputato per lo stesso fine. Anche lui è accusato di sedizione, per aver organizzato manifestazioni indipendentiste ed in particolare per quella davanti alla sede del Dipartimento di Economia, dove la Guardia Civil stava portando a termine la cosiddetta Operació Anubis.

Il 22 marzo, poi, in seguito alla partecipazione di Puigdemont ad una conferenza all’Università di Copenaghen, viene emesso un nuovo ordine europeo di arresto. Di conseguenza, il 25 marzo viene arrestato ed incarcerato in Germania, di ritorno da un viaggio in Finlandia dove parlò anche con la giornalista russa Oxana Chelysheva ed ammise di non riporre speranze nell’UE, ma di sperare solo nel popolo europeo, oltre che di avere contatti con la Russia la quale avrebbe un ruolo chiave nella vicenda.

Un altro candidato, Jordi Turull, proposto alla presidenza il 21 marzo dal Presidente del Parlamento Roger Torrent, si è visto rifiutare l’investitura il giorno successivo per l’astensione della CUP (partito indipendentista di estrema sinistra) ed il giorno seguente è stato arrestato una seconda volta, dopo il rilascio su cauzione avvenuto il 4 dicembre. Ora, Puigdemont potrebbe restare in carcere tra 40 e 70 giorni, e c’è chi ritiene ci possano volere fino a 7 mesi prima dell’estradizione in caso di ricorso da parte degli avvocati. In ogni caso, tutti i maggiori leader catalani sono stati arrestati o costretti all’esilio: da Romeva alla Forcadell, da Junqueras a Forn, da Cuixart alla Rovira. Il metodo di Madrid per impedire la formazione di un governo in Catalogna passa anche da questi arresti. Senza un candidato eleggibile, il tempo erode le speranze. Le proteste di questi giorni – a tratti inusitate per il contesto catalano – sembrano affermare il contrario, ma Madrid pare puntare allo scontro duro sul piano più giudiziario che politico. Ed in questo caso potrebbe intimorire qualsiasi candidato, che già si troverebbe a fronteggiare una situazione politica estremamente complicata, con l’aggiunta del pericolo delle manette al compiere di qualche passo inviso alla monarchia.


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    Alessio Ercoli

    Laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

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Mondo Europa


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Spagna Catalogna Puigdemont ue Turull Indipendenza

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