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Il Kurdistan: The stateless nation (prima parte)

Spesso sottovalutata, la questione curda si inserisce indubbiamente nell’intricato mosaico degli irrisolti problemi che contraddistinguono il Medioriente. Attualmente, il Kurdistan si configura come una “nazione senza stato” (stateless nation), le cui istanze di  indipendenza - o quantomeno di autonomia - sono state sistematicamente ignorate per decenni. Per quanto concerne l’aspetto demografico, si contano approssimativamente 30/35 milioni di curdi. Di questi, tra i 15 e 20 milioni vivono in Turchia (costituendo all’incirca il 20% della popolazione totale), circa 5 milioni in Iraq (tra il 15 e 20% della popolazione totale), 8 milioni in Iran (quasi il 10% della popolazione totale) e 2,5 milioni in Siria (il 10% della popolazione totale). In aggiunta, circa due milioni di curdi risiedono nei paesi europei e, dunque, al di fuori della storica regione del Kurdistan (vedi mappa qui sotto).

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Per comprendere la spinosa questione curda, occorre anzittuto fare un passo indietro ed analizzare taluni aspetti prettamente storici. Secondo varie interpretazioni, il nazionalismo curdo non è il risultato di un processo autoctono e spontaneo, bensì è il prodotto di alcune politiche europee ben mirate. Infatti, nel corso della prima guerra mondiale, gli stati europei hanno visto nella popolazione curda uno strumento rilevante di opposizione domestica all’Impero Turco Ottomano. Di conseguenza, gli attori esterni hanno istigato la comunità curda a ribellarsi, favorendo lo sviluppo dei primi focolai nazionalistici al suo interno. Non è un caso, pertanto, che le prime istanze di indipendenza del popolo curdo risalgono al periodo immediatamente successivo alla Grande Guerra. È proprio in questo contesto che viene sottoscritto il Trattato di Sèvres (che stabilisce i termini di pace tra Turchi Ottomani e potenze europee) nel quale si prevede la nascita dell’entità statale del Kurdistan. Tre anni dopo, con l’avvento di Ataturk si affievoliscono le speranze curde che si tramutano ben presto in mere illusioni. Di fatti, le potenze europee intraprendono una serie di negoziazioni con il nuovo leader turco per stabilizzare il contesto mediorentale. Ciò comporta la stipulazione del Trattato di Losanna (1923) e la conseguente vanificazione delle speranze curde: la promessa di un Kurdistan indipendente viene sacrificata dagli europei per venire incontro alle esigenze della Turchia kemalista. Il 1923 costituisce, quindi, uno spartiacque per la storia del popolo curdo; da una parte, la parabola del Kurdistan si divide e non si parlerà più della creazione di uno stato unitario. Dall’altra, i curdi (divisi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran) saranno vittima di un elevato livello di emarginazione politica, economica, sociale e culturale. Da questo momento in poi, la questione curda  - oggi di forte attualità -  comincia a prendere sempre più forma.

Delineate le tappe storiche più importanti e utili per la comprensione delle origini del caso curdo, ci inoltriamo ora nella disamina dei rapporti tra le minoranze curde e i rispettivi stati in cui sono stanziate. La Turchia è chiaramente il paese che ospita il numero più cospicuo di curdi - che costituiscono circa un quarto della popolazione totale.  Il PKK (il Partito Curdo del Lavoratori) è l’attore locale che più di tutti ha rappresentato, e tuttora rappresenta, la questione curda entro i confini turchi. Questo, fondato agli inizi degli anni ’70 come un semplice movimento di ispirazione leninista-marxista, diviene ben presto un soggetto politico sotto la leadership di Abdullah Ocalan. Non riconoscendo la legittimità delle istituzioni turche, il PKK decide di abbracciare la causa della lotta armata, dando inizio a un conflitto interno che dal 1984 provocherà la morte di almeno 40.000 persone. Alla luce dei numerosi attentati perpetrati dai suoi membri, il Partito di Ocalan verrà classificato dalle principali potenze occidentali come un’organizzazione terroristica. Per quanto concerne la dottrina interna, il PKK è lungi  dall’essere un attore pro-indipendenza o un movimento con connotati fortemente religiosi. Questo è in realtà promotore di un tipo di  rivoluzione socialista - che dovrebbe trarre ispirazione da alcuni aspetti ideologici delle correnti anti-coloniali sorte in Africa e Asia negli anni ’50 e 60’. La caratterizzazione territoriale e l’identificazione con il kurdistan turco si aggiungono successivamente al background del Partito curdo dei lavoratori. Dagli anni ’80 il PKK diviene uno strumento di opposizione alla Turchia per diversi attori regionali e internazionali: l’Unione Sovietica è certamente uno dei principali sostenitori del partito di Ocalan per motivazioni geopolitiche legate al contesto della Guerra Fredda (la Turchia, entrata nella Nato nel 1952, costituisce infatti un baluardo contro il blocco sovietico a Est). Il PKK gode altresì del sostegno della Grecia e dell’Iran, storici rivali dello stato turco. Negli anni ’90 il regime siriano di Afez al-Assad vede il movimento curdo come un importante mezzo per contrastare Ankara. Le relazioni tra i due stati sono alquanto tese principalmente per due ragioni : la contrapposizione per il controllo delle risorse idriche del Tigri e dell’Eufrate e le ripercussioni delle vecchie dispute tra i due paesi durante i decenni contrassegnati dalla Guerra Fredda (la Siria di Assad era definita “la Cuba del Medioriente”). Di conseguenza, gli esponenti del PKK, tra cui su tutti il leader Ocalan, trovano un rifugio sicuro a Damasco e in generale in territorio siriano – dal quale organizzano gli attentati da perpetrare in Turchia. Quanto appena detto è emblematico di come i curdi siano costantemente al centro di interessi regionali che vanno oltre la stessa questione curda.  La Siria infatti, da una parte supporta la guerriglia anti-turca del PKK, mentre dall’altra è lo stato in cui la minoranza curda vive nelle peggiori condizioni: dal 1962 al 2011 circa 200.000 curdi siriani sono stati privati della cittadinanza, vivendo pertanto in condizioni di estrema emarginazione sociale, culturale ed economica. Un’ulteriore dimostrazione della logica degli interessi sovra-menzionata è chiaramente riscontrabile nel corso del conflitto civile siriano - scoppiato nel 2011. In questo contesto, Bashar al-Assad (figlio di Hafez) promette la concessione della cittadinanza ai curdi siriani, tentando di ottenere in cambio il loro sostegno in funzione anti-ribelli sunniti. Il risultato di tale allineamento tattico è per certi versi paradossale: da popolo emarginato, i curdi siriani divengono ben presto tra gli attori principali, nonchè potagonisti a livello locale del conflitto civile in Siria. Le YPG (Unità di protezione popolare), nate nel 2004 come braccio armato del PYD (Partito curdo dell’unione democratica) si configurano come una pedina essenziale nella lotta ai gruppi jihadisti. I successi riportati dalle milizie YPG - sommati alla particolare convivenza pacifica con Assad e al progressivo crollo del Califfato islamico -  hanno agevolato lo sviluppo di un’entità governativa curda, nota come Rojava. Questa, ubicata nel nord/nord-est della Siria e non riconosciuta dal governo di Damasco, è parte di un più esteso progetto federale, sostenuto altresì dal PKK e finalizzato all’unione di tutte le aree curde in Medioriente. In più, alla luce del rilevante contributo fornito, i curdi hanno suscitato le simpatie della comunità internazionale e goduto (in forma esplicita o meno) del supporto degli stati occidentali - in primis gli Usa.


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Miliziani delle unità YPG.

Questi sviluppi compromettono, però, le ambizioni di un altro player fondamentale nel teatro siriano, ossia la Turchia. Ankara, infatti, si pone totalmente in opposizione al rafforzamento delle YPG  (che hanno solidi legami con il PKK) e alla prospettiva di un Kurdistan siriano indipendente, destinato ad esercitare una grande forza di attrazione sulla minoranza curda in Turchia. Per tali motivazioni, il governo turco è intervenuto sia sul piano diplomatico/politico che su quello militare; ha dapprima convinto gli Usa a rinunciare all’idea di sponsorizzare la creazione di una forza curda siriana come garante della stabilità dell’area. Da un punto di vista bellico, Ankara ha intrapreso una serie di offensive contro i militanti YPG. Prima con l’operazione Scudo dell’Eufrate, lanciata nell’agosto del 2017 con l’intento di contrastare i jihadisti del sedicente Stato Islamico e di arginare le mire espansionistiche dei curdi nel nord della Siria. Poi, con l’iniziativa militare denominata da Erdogan “Ramoscello d’Ulivo” (condotta nel gennaio 2018), finalizzata all’occupazione del cantone di Afrin, nella Siria settentrionale – un’area a maggioranza curda sottoposta al controllo delle milizie YPG. Inoltre, il Presidente turco ha manifestato pubblicamente la sua volontà di liberare il distretto di Manbij, che dista 100 km da Afrin, e la riva est dell’Eufrate sino al confine turco con il nord dell’Iraq.  

Considerata l’aggressività di Ankara e il rischio di subire ulteriori ritorsioni, è essenziale per i curdi siriani mantenere un certo equilibrio diplomatico. Attualmente, il loro posizionamento oscilla tra Washington (principale sostenitore che ha posto alcuni presidi militari nei territori in mano alle YPG, tra cui a Manbij) e la volontà, se non necessità, di istituire un canale di dialogo con Assad. In tal caso, molto dipende dagli sviluppi nei rapporti tra Usa e Russia: se nel breve periodo le relazioni tra i due attori dovessero condurre a un risultato positivo nell’ambito del dossier siriano, si potrebbe assistere ad un sostanziale via libera per i colloqui tra curdi e Damasco. Già negli ultimi giorni sono stati compiuti piccoli ma rilevanti passi in avanti - come testimonia l’ingresso di alcuni soldati siriani, autorizzato dalle YPG, nei territori del Rojava per recuperare i resti dei militari deceduti durante i combattimenti contro l’Isis nel 2014. Tuttavia, il quadro generale appare ancora incerto e le incognite sarebbero diverse; in particolare, per quanto concerne il destino delle YPG, cosa ne sarà di queste milizie una volta cessata la guerra? Saranno assorbite nell’esercito siriano in caso di accordo con Assad? Si svincoleranno dall’influenza degli Usa? Oppure, torneranno ad essere delle semplici unità armate al servizio della (eventuale) futura regione autonoma curda? In merito a quest’ultimo punto, Ankara reagirebbe difficilmente in modo costruttivo e positivo. Va ricordato, infatti, che la Turchia considera le YPG un gruppo terroristico, alla stregua del PKK con cui sono alleati. In più, Erdogan sarebbe costretto a guardare non solo esternamente verso un (eventuale) Kurdistan siriano autonomo e confinante, bensì anche internamente ove il partito che riunisce le forze filo-curde - il Partito del popolo democratico – è in forte crescita (nelle ultime elezioni del 2018 ha guadagnato, senza unirsi in coalizioni, l’11% dei consensi, ottenendo 67 seggi).

Dunque, la situazione è estremamente complessa e la risposta agli interrogativi appare, ora, molto lontana.

(continua)


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    Vincenzo Battaglia

Data di pubblicazione 8 ottobre 2018

Tag Kurdistan YPG PKK Turchia Siria Indipendenza

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