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Il genocidio del popolo Rohingya in Birmania

Prende il nome di Rohingya la minoranza etnica musulmana risiedente nella parte settentrionale del Myanmar – paese a maggioranza buddista – nello stato birmano di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Pur essendo solo una delle minoranze presenti nel paese, i Rohingya rappresentano la percentuale più alta di popolazione musulmana in Myanmar e sono stati, per questo, considerati una minaccia alla razza ed alla religione canonica dello Stato.

Sin dal 1948 – anno in cui il Myanmar ha ufficialmente ottenuto l’indipendenza – il popolo Rohingya ha subito numerose forme di discriminazione, prima tra tutte la negazione di riconoscimento della cittadinanza birmana. La motivazione risale al periodo coloniale, quando i coloni britannici incoraggiarono l’arrivo di migranti per foraggiare il lavoro nelle coltivazioni di riso ed incrementare il profitto, accordando come retribuzione il conferimento di una porzione di territorio come proprietà dei migranti stessi. I Rohingya fecero il loro ingresso nel territorio del Myanmar nel Diciassettesimo secolo, motivo per cui, soprattutto a seguito della sopraggiunta indipendenza, sono considerati ancora oggi come degli immigrati irregolari provenienti dal Bangladesh e non come cittadini birmani. Nonostante le motivazioni siano radicate nel periodo coloniale, l’ufficiale ritiro della cittadinanza si è abbattuto sui Rohingya solo nel 1982. La mancanza dello status di cittadini, di fatto, li ha privati dei diritti di accesso all’istruzione, alla salute ed alla proprietà, con la conseguenza che i Rohingya che hanno subito sfratti non hanno diritto ad accedere ad una nuova casa, né a ricevere un’adeguata compensazione.

Considerato un popolo di immigrati bengalesi illegali e terroristi islamici, dalla metà del Ventesimo secolo in poi la marginalizzazione e le vessazioni che questa minoranza etnica è stata forzata a subire sono cresciute senza tregua, arrivando a toccare un picco di criticità nell’agosto del 2017. Già vittime di omicidi di massa, stupro, tortura e distruzione sistematica di abitazioni e luoghi di culto nello stato del Rakhine, dalla metà del 2017 il popolo è stato vittima di quello che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha definito un vero e proprio genocidio, attuato con l’intenzione di eradicare definitivamente tale gruppo etnico dal paese. La data d’inizio è il 25 agosto 2017, quando un gruppo di militanti rohingya soprannominatisi Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) lanciò un attacco contro più di trenta posti di polizia ed una base militare collocata nella parte nord dello stato del Rakhine, uccidendo ottanta insorti e dodici membri delle forze di polizia. La reazione delle forze militari birmane fu genocida: più di dieci mila Rohingya vennero brutalmente massacrati nei loro villaggi e mine antiuomo furono piazzate alla frontiera con il Bangladesh per impedirne la fuga oltre confine. Lo sfollamento forzato del popolo musulmano, iniziato nell’agosto 2017 a causa del massacro compito dall’esercito del Myanmar, permane immodificato ancora oggi, a causa della mancata assunzione di responsabilità da parte del Governo e dell’assenza di approfondite investigazioni riguardanti i crimini di genocidio. Nel dicembre del 2017, infatti, il governo birmano ha negato l’accesso al relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Myanmar, Yanghee Lee, nonché a diverse ONG incaricate di fornire assistenza umanitaria. Il Myanmar continua tutt’oggi a negare accesso a cure mediche e cibo ai Rohingya, infliggendo loro seri danni sia fisici che mentali e non risparmiando donne e bambini. In un report delle Nazioni Unite risalente all’ottobre del 2019 [1] viene elencato un quantitativo smisurato di prove a testimonianza delle atrocità commesse ai danni del popolo musulmano, atrocità catalogabili come genocidio e crimini contro l’umanità. Nonostante le accuse, il Governo birmano insiste nel definire le azioni del proprio esercito come parte necessaria di una campagna per contrastare l’insorgere del terrorismo islamico sul territorio.

Sebbene i report a testimonianza delle crescenti violenze subite dai Rohingya siano numerosi, solo nel 2018 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha concluso un accordo bilaterale per il rimpatrio dei Rohingya dal Bangladesh, ma l’ONU insiste a rimarcare come tale rimpatrio sarà possibile solo quando le condizioni del Myanmar saranno davvero sicure. Non solo, il Consiglio ha anche condannato esplicitamente le violenze in atto, ma senza adottare alcuna risoluzione giuridicamente vincolante in merito al conflitto, né rivolgersi alla Corte Penale Internazionale al fine di avviare un’indagine sui crimini commessi dalle forze di sicurezza birmane. Solo nel gennaio 2020 la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha dato ordine al Governo dello stato asiatico di adottare misure a protezione dei Rohingya, eppure l’esercito del Myanmar nega ogni forma di violenza nei confronti dei civili asserendo l’intenzione di colpire solo il gruppo di dissidenti, ed anche l’allora leader Aung San Suu Kyi ha ripetutamente negato le accuse di genocidio.

Nel gennaio di quest’anno il Bangladesh è stato impegnato nel ricollocamento di milioni di Rohingya su un’isola al largo delle sue coste, in modo da garantire migliori condizioni di vita fino al concreto rimpatrio in Myanmar. Tuttavia, sia Amnesty International che Human Rights Watch si sono opposti fermamente al ricollocamento, poiché molti rifugiati vengono obbligati a spostarsi con la forza. Inoltre, non è stato permesso all’UNHCR di verificare l’effettivo stato di sicurezza dell’isola, la quale potrebbe essere soggetta a frequenti tempeste.

Fonti consultate per il presente articolo:

[1] OHCHR | MyanmarFFM Independent International Fact-Finding Mission on Myanmar

Rohingya | Chi sono, la crisi in Bangladesh, Birmania, il genocidio, la storia (osservatoriodiritti.it)

Rohingya birmani in fuga dal Myanmar di Aung San Suu Kyi (osservatoriodiritti.it)

Genocide Emergency: Myanmar, February 2021 (genocidewatch.com)

Myanmar Rohingya: What you need to know about the crisis - BBC News

Chi sono i Rohingya e cosa sta succedendo al confine fra Myanmar e Bangladesh | Save the Children Italia

The history of the persecution of Myanmar's Rohingya (theconversation.com)


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  • L'Autore

    Sara Scarano

    Sara Scarano, classe 1996, è una studentessa di Laurea Magistrale in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage all’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove ha conseguito anche la Laurea Triennale in Sociologia con una tesi sul fenomeno del karoshi ed il ruolo della donna nel mercato del lavoro giapponese. Femminista, ambientalista, con un forte interesse per la cooperazione e la politica internazionale, la questione migratoria, e in generale i Diritti Umani. Sogna di fare dell’aiutare gli altri la propria carriera.

    Sara Scarano, class 1996, is a student of the Master Degree in International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage at the Alma Mater Studiorum of Bologna, where she also graduated in Sociology with a thesis about the phenomenon of karoshi and the role of women in the Japanese job-market. Feminist, environmentalist, with a strong interest for international policy and cooperation, migration, and Human Rights in general. She dreams of making supporting others her career.

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#myanmar #rohingya #asia #genocide #violence #discrimination

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