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Il forte carisma di Loujain Al-Hathloul e Israa al-Ghomgham

Loujain Al-Hathloul, 29 anni, è un’attivista saudita per i diritti delle donne. Una donna che ha deciso di combattere per la libertà e per i diritti delle donne destando scalpore in tutto il mondo.

È conosciuta per essere una delle leader del movimento "Women2Drive" a favore del diritto di guida delle donne saudite. Il movimento, ha organizzato proteste contro il divieto che imponeva alle donne di non mettersi al volante, facendo circolare sul web video che ritraevano le donne alla guida delle auto. La protesta si è conclusa con l’emanazione, il 26 settembre 2017, da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, di un decreto reale che stabiliva il rilascio delle prime patenti di guida femminili da giugno 2018.

Il 30 novembre 2014, Loujain al-Hathloul aver tentato di attraversare, alla guida di un’automobile, la frontiera degli Emirati Arabi Uniti. Per aver sfidato il divieto di guida per le donne nel regno, ha trascorso 73 giorni in carcere. È stata sottoposta a processo davanti alla Corte penale specializzata (SCC), il tribunale antiterrorismo del paese, ed è stata rilasciata il 12 febbraio 2015, ma il suo status legale non è stato chiarito.

Nel novembre 2015 si era candidata alle elezioni, cogliendo la prima occasione in cui la monarchia saudita aveva concesso alle donne l’elettorato attivo e passivo. Nonostante la sua candidatura fosse stata ufficialmente ammessa, il suo nome non era mai stato aggiunto alle liste. Lo stesso anno si è classificata terza nella lista Top 100 donne arabe più potenti.

È stata nuovamente arrestata il 4 giugno 2017 all’aeroporto internazionale King Fahad di Dammam, quando è tornata in Arabia Saudita da un viaggio all’estero. La ragione dell'arresto non è stata chiara e non le è stato concesso di avere un avvocato o di contattare la sua famiglia.

Quando Riyad annunciò la fine dell’anacronistico divieto di guida per le donne, Loujain ricevette una telefonata in cui le autorità le impedivano di commentare la notizia o parlarne sui social. Per sfuggire al divieto, si è trasferita negli Emirati Arabi Uniti, studiando per conseguire un master in sociologia all’Università della Sorbona di Abu Dhabi. Un soggiorno interrotto, lo scorso marzo, quando la giovane donna è stata prelevata dai servizi di sicurezza - assieme al marito - e riportata a Riad, dove è stata incarcerata e poi rilasciata.

Dal maggio 2018, però, non è mai più uscita dal carcere. Secondo alcune fonti, il marito di Loujain, invece scarcerato, avrebbe divorziato dietro pressioni esercitate dalle autorità.

La sorella Alia Al-Hathloul,  in un recente articolo sul “New York Times”, ha denunciato che la giovane attivista è stata picchiata, hanno tentato di affogarla con il waterboarding, l'hanno sottoposta a scariche elettriche e minacciata di stupro: il tutto alla presenza di un consigliere reale. A confermare le disumane condizioni carcerarie inflitte dalle autorità saudite alle militanti femministe è l’ultima inchiesta di Amnesty International. Il rapporto denuncia la situazione "drammatica" di una decina di esponenti di spicco del movimento femminista nel regno – tra cui Loujain – trasferite in prigione senza avere mai ricevuto la notifica formale di "alcun capo di imputazione", senza aver avuto la possibilità di contattare un avvocato. L’imponente ondata di arresti condotta nel maggio 2018 è stata giustificata dalla Casa reale sotto forma di "esigenze di sicurezza nazionale".

Il pacifico impegno a favore dei diritti delle donne in Arabia Saudita è stato nuovamente preso di mira.

Israa al-Ghomgham è un’attivista per i diritti umani in Arabia Saudita, ed è la prima donna che rischia la pena di morte. È nota soprattutto per la sua inchiesta sui disordini di Al-Qatif 2017-2018. La giovane attivista di appena 30 anni è stata condannata a morte in Arabia Saudita, a causa delle sue attività pacifiste a favore dei diritti umani. Al-Ghomgham è stata arrestata nel 2015 insieme al marito, l’attivista Mousa Al-Hashim, entrambi figure di spicco nella rivolta contro il governo avvenuta nel 2011 a Al-Qatif, in un periodo in cui le proteste a favore della democrazia si sono diffuse in tutto il Medio Oriente e Nord Africa. Al-Qatif, si trova nella provincia più a est, nella quale si concentra la minoranza sciita, che costituisce il 15% della popolazione. I musulmani sciiti, sottomessi al regno sunnita, subiscono una "discriminazione dilagante", che include maltrattamenti da parte del sistema giudiziario, intromissione del governo nelle questioni religiose, esclusione da alcuni posti di lavoro, stigmatizzazione e pregiudizio, secondo quanto riportato da Human Right Watch.

Insieme a molti altri sciiti sauditi, Al-Ghomgham e suo marito stavano protestando contro queste ingiustizie, chiedendo al governo di riconoscere i loro diritti.

Al-Ghomgham ha ricevuto ben otto accuse tra le quali: "preparazione e diffusione di materiali contro l’ordine pubblico" secondo il Cybercrime Act (Legge sui reati digitali) del 2007. È stata anche accusata di aver "incitato la rivolta e i giovani contro le forze dell’ordine sui social", postando le foto e i video delle proteste sul web. La donna è stata condannata alla pena capitale. Human RIghts Watch ha sottolineato che l’esecuzione della pena istituirebbe "un rischioso precedente per le altre donne attualmente dietro le sbarre", il cui numero è aumentato negli ultimi anni. Secondo la no profit, le accuse mosse nei confronti dell’attivista e di altri cinque attivisti non somigliano ad alcun "reato riconoscibile", rendendo ancora più ingiustificata la richiesta della pena di morte.

L’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani ha ricevuto nuove informazioni che spiegano in una dichiarazione pubblica che le autorità saudite non avrebbero cercato di imporre la pena di morte contro l’attivista. La giovane donna è ancora detenuta nella prigione di intelligence generale di AL- Dhamam, e le stesse accuse sono ancora pendenti contro di lei.

La speranza ,di queste due giovani donne e delle altre persone che lottano come loro, è che prima o poi l’Arabia Saudita si renderà conto delle gravi ingiustizie e discriminazioni di cui si rende artefice. Per ottenere la libertà e il riconoscimento dei diritti, la strada è lunga e piena di dissidi; non per questo le giovani attiviste smettono di resistere o di fare opposizione. Il coraggio di Loujain Al-Hathloul e di Israa al-Ghomgham possa essere di esempio per tutte le altre giovani attiviste che sono vittime di violazioni dei diritti umani.


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  • L'Autore

    Valeriana Savino

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Dal Mondo Medio Oriente


Tag

attivismo Donne Arabia Saudita

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