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Il filo rosso tra Tillerson e Skripal

Foto di copertina: U.S. Department of State

Sono due vicende molto seguite ed hanno indubbiamente un alto impatto all'interno dei solchi della politica estera attuale, soprattutto per quanto riguarda la Russia. La domanda è: perchè? E se fosse per le elezioni presidenziali russe del 18 marzo

Domenica 4 marzo, Sergei Skripal è stato trovato accasciato assieme alla figlia su una panchina di Salisbury, dove viveva, avvelenato da un gas nervino russo chiamato Novichok. Per questo motivo, i sospetti si sono  subito rivolti verso la Russia, anche perché Skripal, oltre ad essere una spia russa, lavorò come tale anche per i servizi segreti britannici, passando informazioni che riguardavano soprattutto la struttura e l’organizzazione dei servizi segreti militari russi (GRU). Tuttavia, sfugge il motivo per cui la Russia avrebbe dovuto eliminarlo: dal 2010, ovvero da quando ci fu lo scambio di spie tra Russia e USA ed egli andò a vivere a Salisbury, non si sentì più parlare di lui e non prese mai posizioni contrarie a Putin o alla Russia. Inoltre, a differenza di Litvinenko, ma anche di Glushkov (l’esule russo trovato morto nella sua casa di Londra il 12 marzo, giorno in cui doveva comparire in udienza, per la cui morte la polizia russa ha escluso collegamenti con il caso Skripal nonostante avesse avuto contatti con un agente dell’Fsb implicato nella morte di Litvinenko), Skripal non era un rifugiato politico, ma era un uomo libero tanto che la sua casa era stata intestata a lui personalmente. Infine, mentre  i due personaggi precedenti ad oggi  sono deceduti e si fatica ancora a trovare qualche prova,(per non dire qualche sospettato), nel caso dell'avvelenamento di Skripal sembra essere filtrata l'informazione riguardo alla ricerca di due vetture BMW rosse;  un particolare che fa pensare più ad una operazione improvvisata che non all' opera di servizi segreti, di certo più discreti e abili, oltre che efficaci ed “invisibili”.

Il 13 marzo, dall’altra parte dell’oceano, Trump annuncia su Twitter – il mezzo di comunicazione che preferisce – che Mike Pompeo, Direttore della CIA, sarà il nuovo Secretary of State e Gina Haspel, sua vice, prenderà il suo posto diventando la prima donna a ricoprire tale ruolo. Questo significa il licenziamento di Rex Tillerson, ex CEO della compagnia petrolifera Exxon Mobil e quindi direttamente collegato in affari con la Russia. Questa mossa era sospettata da tempo: nel suo incarico in politica estera più volte apparve contrario alle idee di Trump e filtrano anche scambi di battute tra i due, ma è probabilmente nell’ultima settimana che è stato escluso definitivamente dalla cerchia di collaboratori del Presidente. Infatti, apprese solo durante il suo viaggio in Africa dell’incontro che si sarebbe dovuto tenere tra Trump e Kim Jong-un.

Tillerson è stato nominato vicepresidente di Exxon Ventures e presidente della Exxon Neftegas nel 1998, con responsabilità sulle operazioni in Russia e nel Mar Caspio. Successivamente, nel 1999 a seguito della fusione tra Exxon e Mobil, è stato nominato vicepresidente esecutivo della ExxonMobil Development Company. Queste relazioni con la Russia di Putin avevano sollevato polemiche circa un suo possibile ruolo sul Russiagate, anche dovute al fatto che nel 2012 era stato insignito proprio da Vladimir Putin dell’Ordine dell’amicizia per la collaborazione tra ExxonMobil e la compagnia petrolifera di stato Rosneft.

Probabilmente, una delle cause del suo licenziamento potrebbe essere proprio una conseguenza di questi rapporti, oltre che per la diversa visione sulla questione coreana e sul comportamento di Tillerson, considerato da Trump troppo simil-establishment.

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Se si guarda il cambio di Segretario di Stato in chiave Russiagate, in realtà, i due casi sembrano collegati da un filo rosso che porta alle elezioni presidenziali in Russia di questa domenica. La prova è l’appoggio degli USA – avvenuto anche con una telefonata di Trump alla May – alla scelta del Regno Unito di espellere 23 diplomatici russi (alla quale la Russia ha risposto a sua volta con l’espulsione di 23 diplomatici britannici). Se è vero che il legame tra USA e UK rende tale presa di posizione del tutto normale, non lo è sotto la Presidenza Trump, sia per il diverso approccio nei confronti della Russia e di Putin, sia perché la politica perseguita da Trump è quella di occuparsi degli affari interni e lasciare grandi libertà negli affari esterni, così come sottolineato fin dal suo discorso di insediamento a gennaio 2017. Ma allora come può essere letta questa decisione? Si può forse intravedere una sorta di preparazione in vista di possibili attacchi che arriverebbero dopo la vittoria di Putin questa domenica, che darebbe il via alla sua quarta presidenza. In questo modo, Trump anticipa possibili attacchi sulla scia del Russiagate riguardo a possibili interferenze e/o contatti con la Russia, potendo così rimarcare di non aver preso una posizione morbida o controversa sul caso Skripal ma anche di non avere più nel team uomini vicino a Mosca dopo l’addio di Tillerson, che alcuni ritengono dovuto alle ultime dichiarazioni sulla Russia, ma in realtà difficile da credere per due motivi: il primo è che anche Trump ha reagito fermamente chiedendo spiegazioni alla Russia, il secondo è che probabilmente Tillerson ha assunto questo atteggiamento quando sapeva già che si stava pensando di allontanarlo.

Se la vittoria di Putin è scontata, ciò che non ci si può aspettare sono le reazioni del dopo vittoria, soprattutto della stampa. In questo caso, se questo filo rosso avesse una base di verità, la mossa di Trump sarebbe un ottimo tentativo di stabilizzare ed ammortizzare i colpi provenienti dall’argomento che più di tutti sta minando e rischia di minare ancora di più la sua presidenza. Escono di scena i globalisti (Gary Cohn e Rex Tillerson) a favore di conservatori e falchi in materia di sicurezza nazionale e al nazionalismo economico di Trump, ma anche in politica estera (come Pompeo, fortemente contrario agli accordi sul nucleare iraniano), e l’attenzione si sposta dalla Russia (non più un nemico, ma al quale non ci si può ancora legare troppo) ai veri rivali degli USA di Trump (e Bannon): Cina, Iran, Turchia.


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  • L'Autore

    Alessio Ercoli

    Laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

Categorie

Geopolitica


Tag

Tillerson Skripal Trump Putin USA UK Russia Elezioni Russia Litvinenko Russiagate

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