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Il dialogo USA-Iraq: strategie e controversie sul disimpegno militare

È ancora rimandata la decisione di ritirare le truppe statunitensi dall’Iraq, tornata proprio in questi giorni sul tavolo delle discussioni. Il 7 aprile, una nuova fase di dialogo tra il governo iracheno di Mustapha al-Kadhimi e gli USA, per la prima volta dall’insediamento di Biden, ha ripreso l’argomento dei 2500 soldati USA ancora stanziati nel paese. Una presenza fortemente ridimensionata rispetto al passato, soprattutto nell’ultimo anno, ma che continua ad alimentare polemiche.

In Iraq, un ritiro immediato è lo scenario auspicato soprattutto dalle formazioni politiche e paramilitari filo-iraniane, che considerano illegittima la presenza USA e accusano al-Kadhimi di essere sottomesso alla volontà americana. Ma altre forze politiche – vari esponenti dell’attuale governo, i vertici dell’esercito e la classe dirigente della regione autonoma del Kurdistan [1] – ritengono gli Stati Uniti un alleato chiave per la strategia di contrasto al terrorismo e, più in generale, per mantenere un assetto politico interno non troppo sbilanciato in favore dell’Iran. Anche negli USA la questione del ritiro dall’Iraq è oggetto di discussione: la linea del disimpegno militare rappresenta una scelta funzionale agli interessi americani per alcuni, un pericoloso azzardo per altri.

L’Iraq al centro delle tensioni USA-Iran

Dopo aver ritirato nel 2011 ciò che restava delle proprie truppe dall’Iraq, gli Stati Uniti sono intervenuti ancora nel Paese soltanto tre anni dopo, alla guida della coalizione militare per combattere l’ISIS. Negoziati informali tra i due governi sulla nuova fase di ritiro erano iniziati alla fine del 2019, ma la questione è diventata di interesse pubblico dopo l’attacco mirato del 3 gennaio che ha causato la morte del generale iraniano Qassem Soleimani e dell’iracheno Abu Mahdi al-Muhandis.

Le Guardie della rivoluzione islamica iraniane (note come Pasdaran o con l’acronimo IRGC) e la milizia filo-iraniana Kata’ib Hezbollah - di cui i due generali uccisi erano rispettivamente a capo - sono considerate dagli USA organizzazioni terroristiche [2] e responsabili di attacchi contro obiettivi militari americani in Iraq. A loro volta, l’Iran e i gruppi paramilitari vicini a Teheran vedono la presenza statunitense in Iraq come una vera e propria occupazione territoriale illegittima.

All’attacco erano seguite proteste e una risoluzione approvata il 5 gennaio dal parlamento iracheno, la quale chiedeva al governo di impegnarsi per il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese [3]. Una richiesta diretta dunque non solo agli Stati Uniti, ma anche all’Iran: le schermaglie tra i due eserciti contribuiscono a minacciare quella stabilità che il Paese sta faticosamente cercando di raggiungere. Anche le maggiori fazioni politiche sciite, pur essendo favorevoli a una posizione di alleanza internazionale con l’Iran, non vedono di buon occhio un'eccessiva influenza del potente vicino negli affari interni. Benché si tratti di un atto non vincolante, il documento approvato dal parlamento ha avuto una notevole risonanza pubblica proprio perché esprime la contrarietà di buona parte dei cittadini a lasciare che l’Iraq continui a prestarsi come terreno di scontro tra i due Paesi.

Dopo le incertezze iniziali, a giugno si era finalmente aperto il dialogo USA-Iraq sul dossier sicurezza. Il primo ministro al-Kadhimi, ex capo dell’intelligence nominato poche settimane prima dal parlamento, era stato presentato come figura in grado di mettere un freno alle interferenze straniere in Iraq [4]. Ma l’aumento degli attacchi dell’ISIS tra gennaio e giugno ha convinto il governo iracheno che un ritiro rapido dei militari USA sarebbe stato controproducente per la sicurezza interna [5]: il processo sarebbe stato graduale e negoziato per poter garantire all’esercito iracheno il supporto americano nelle operazioni antiterrorismo.

La situazione attuale tra dubbi e polemiche

In pochi mesi, i soldati statunitensi in Iraq sono passati da 5200 a 2500. Diversi rappresentanti e portavoce delle istituzioni USA hanno dichiarato che la decisione di ridurre le truppe riflette il maggiore livello di autonomia raggiunto dall’esercito iracheno, che continuerà comunque a ricevere il supporto necessario alle operazioni antiterrorismo [6]. Ma il diffuso malcontento verso l’esercito americano ha certamente influito sulla linea intrapresa dal governo: negli ultimi mesi, gli attacchi contro mezzi e postazioni militari statunitensi in Iraq sono stati quasi all’ordine del giorno [7], e continuano a esserlo ancora in questi giorni, in cui il tema è tornato al centro dell’attenzione pubblica.

Nonostante i rischi per le proprie truppe, gli Stati Uniti sono decisi a mantenere uno status quo a loro favorevole in Iraq. Non a caso, il dialogo strategico del 7 aprile non ha fissato alcuna data per il ritiro: il comunicato congiunto Iraq-USA parla di “transizione” della missione verso un ruolo di addestramento e assistenza, e di autorizzazione al ricollocamento delle rimanenti truppe da combattimento “in tempi da stabilire durante i prossimi dialoghi tecnici” [8].

La linea scelta dall’amministrazione Biden – sulla scia di quanto espresso recentemente dalla NATO [9] – è dunque quella di rimanere in Iraq come forza di supporto alle operazioni di antiterrorismo, finché cellule dell’ISIS saranno ancora attive nel Paese: secondo le stime, sarebbero circa 8mila i miliziani su cui l’organizzazione può attualmente contare [10]. Per al-Kadhimi, questa sessione di dialogo con gli USA rappresenta una tappa importante per il tanto auspicato ritorno alla normalità, un atto dovuto al popolo iracheno stanco di guerre e insicurezza [11].

L’incontro ha ovviamente suscitato reazioni diverse, più o meno critiche. Muqtada al-Sadr, il popolare leader sciita del movimento sadrista noto per le sue posizioni anti-americane, ha dichiarato di riconoscere al governo il tentativo di inserire in una cornice legale la presenza delle “forze occupanti”, sottolineando però che queste dovranno limitare nel tempo la loro presenza, astenersi da interferenze con le questioni interne e dall’utilizzo del territorio iracheno per lanciare offensive contro gli Stati vicini [12]. Una posizione molto più critica è stata espressa dalle milizie filo-iraniane che, tramite un comunicato del loro organo di coordinamento, avevano chiesto la mattina stessa del 7 aprile di fissare una data certa per il ritiro delle truppe USA, in attuazione della “decisione del popolo” [13].

Non saranno rimasti soddisfatti dall’incertezza sul ritiro effettivo nemmeno coloro che negli USA ritengono non necessario esporre i soldati americani all’ostilità delle milizie vicine all’Iran. Finché l’ISIS controllava una parte del territorio iracheno, la missione militare riusciva a catalizzare un certo consenso, ma alcuni rappresentanti dei ranghi militari considerano oggi la minaccia trascurabile [14]. La strada intrapresa dal governo non vede però il ritiro come una priorità: oltre alla temuta rinascita dell’ISIS, probabilmente pesa anche la preoccupazione di contenere l’influenza iraniana. Il dialogo strategico di questi giorni appare allora come sentore dell’approvazione ufficiale della situazione per come si è evoluta dallo scorso anno. Una situazione che resta comunque in equilibrio precario, perché fortemente legata al rapporto degli USA con l’Iran: nonostante i timidi progressi dopo i picchi di tensione raggiunti durante la presidenza Trump, i due Paesi hanno interessi divergenti, che passano inevitabilmente dallo scenario politico iracheno.

Note:

[1] H. Sherwani, Iraq still needs coalition support in face of terrorism threat, PM Barzani says, Kurdistan24, 07/04/2021, https://www.kurdistan24.net/en/story/24239-Iraq-still-needs-coalition-support-in-face-of-terrorism-threat,-PM-Barzani-says

[2] I Pasdaran sono stati inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche ad aprile 2019 dal presidente Trump: è la prima volta che un organo di un altro Stato è oggetto di questo provvedimento: Revolutionary Guard Corps: US labels Iran force as terrorists, BBC News, 08/04/2019, https://www.bbc.com/news/world-us-canada-47857140

[3] I. Coles, Iraq, Caught Between Two Allies, Poised to Vote on U.S. Troop Presence, The Wall Street Journal, 05/01/2020, https://www.wsj.com/articles/iraq-caught-between-two-allies-poised-to-vote-on-u-s-troop-presence-11578230689

[4] Francesca Salvatore, Chi è Mustafa al-Kadhimi, Inside Over, 23/05/2020, https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-mustafa-al-kadhimi.html

[5] A. J. Rubin, L. Jakes e E. Schmitt, ISIS Attacks Surge in Iraq Amid Debate on U.S. Troop Levels, The New York Times, 10/06/2020, https://www.nytimes.com/2020/06/10/world/middleeast/iraq-isis-strategic-dialogue-troops.html

[6] US cites “great sacrifice” as it pulls 2,200 troops out of Iraq, Al Jazeera, 09/09/2020, https://www.aljazeera.com/news/2020/9/9/us-cites-great-sacrifice-as-it-pulls-2200-troops-out-of-iraq ; J. Garamone, U.S. Completes Troop-Level Drawdown in Afghanistan, Iraq, DOD News, 15/01/2021, https://www.defense.gov/Explore/News/Article/Article/2473884/us-completes-troop-level-drawdown-in-afghanistan-iraq/

[7] Secondo alcuni osservatori, per proteggere le proprie truppe dal rischio di attacchi senza tuttavia abbandonare la regione, gli USA avrebbero dislocato alcuni contingenti militari dall’Iraq alla Siria nell’ultimo anno: E. Hasani, Behind the Curtain: The Transfer of American Troops From Iraq to Syria, 04/03/2021, ISWNews, https://english.iswnews.com/17710/behind-the-curtain-the-transfer-of-american-troops-from-iraq-to-syria/

[8] Joint Statement on the U.S.-Iraq Strategic Dialogue, Office of the Spokesperson, 07/04/2021, https://www.state.gov/joint-statement-on-the-u-s-iraq-strategic-dialogue/

[9] NATO Secretary General joins meeting of Foreign Ministers of the Global Coalition to Defeat ISIS, 30/03/2021, https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_182894.htm

[10] J. Seldin, Hopes, But No Firm Dates, for US Withdrawal From Iraq, VOA News, 07/04/2021, https://www.voanews.com/usa/hopes-no-firm-dates-us-withdrawal-iraq

[11] https://twitter.com/MAKadhimi/status/1379906458226147329

[12] https://twitter.com/Mu_AlSadr/status/1380208079732621313/photo/1

[13] La resistenza irachena minaccia di colpire le forze di occupazione (trad.), Al Mayadeen, 07/04/2021, https://www.almayadeen.net/news/politics/1469173/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%82%D8%A7%D9%88%D9%85%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D8%B9%D8%B1%D8%A7%D9%82%D9%8A%D8%A9-%D8%AA%D8%AA%D9%88%D8%B9%D8%AF-%D9%82%D9%88%D8%A7%D8%AA-%D8%A7%D9%84%D8%A7%D8%AD%D8%AA%D9%84%D8%A7%D9%84-%D8%A8%D8%B6%D8%B1%D8%A8%D8%A7%D8%AA-%D9%83%D8%A8%D9%8A%D8%B1%D8%A9

[14] D. L. Davis, There are no victories left to win for US troops in Iraq and Syria. It's time for Biden to bring them home, Businessinsider, 02/04/2021, https://www.businessinsider.com/time-for-biden-to-bring-troops-home-from-iraq-syria-2021-4?IR=T


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https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Flickr_-_DVIDSHUB_-_Romanian_Soldiers_Celebrate_Completion_of_Mission_in_Iraq.jpg



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  • L'Autore

    Laura Morreale

    Laura Morreale, nata nel 1995 in un piccolo centro siciliano, si interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni, diversità e diritti umani.
    Laureata magistrale in Lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, frequenta attualmente un Master di II livello in Tutela internazionale dei diritti umani presso La Sapienza.
    Durante il suo percorso formativo ha trascorso dei soggiorni di studio presso la University of Manchester (UK) e L’Université de La Manouba (Tunisia). Ha ottenuto una certificazione linguistica di quinto livello in Modern Standard Arabic presso l’Institut Bourguiba des Langues Vivantes di Tunisi.
    Nel 2019 ha svolto un tirocinio di ricerca all’IsMed di Napoli, collaborando alla stesura di un rapporto sulle narrazioni dei fenomeni migratori nella stampa arabofona. Scrive di migrazioni per Melting Pot Europa, e ha svolto esperienze di volontariato in enti che si occupano di migranti e rifugiati. Tra i suoi interessi vi sono anche le tematiche femministe, cui si avvicina come attivista.
    Dal 2020 è parte di Mondo Internazionale, dove collabora come autrice dell’area tematica Framing the World, per le sezioni Terrorismo e sicurezza internazionale e Organizzazioni internazionali. È inoltre Policy Analyst nel progetto MIPP, l’incubatore di Politiche Pubbliche di Mondo Internazionale.

    Laura Morreale, born in 1995 in a small Sicilian town, deals with Arab-Islamic world, migrations, intercultural diversity and human rights. She obtained an honours degree in Languages, History and Cultures of the Mediterranean and Islamic Countries at the University of Naples “L’Orientale”. Currently, she is enrolled in a 2nd level Master in International Protection of Human Rights at the University of Rome "La Sapienza".
    During her academic studies, she spent periods of study abroad at The University of Manchester (UK) and L’Université de La Manouba (Tunisia). She gained a language certification of advanced level (5th) in Modern Standard Arabic at the Institut Bourguiba des Langues Vivantes, in Tunis.
    In 2019 she carried out an internship at IsMed in Naples, where she collaborated to a report about narratives proposed by Arab newspapers on migratory issues. She writes of migrations for the project Melting Pot Europa, and she has volunteered in organisations dealing with migrants and refugees. Moreover, she is interested in feminist issues, which she approached as an activist.
    She is part of Mondo Internazionale since 2020, collaborating as authoress for Framing the World, where she writes in the sections Terrorism and International Security and International Organizations. She is also Policy Analyst in MIPP, the Incubator of Public Policies of Mondo Internazionale.

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USA Iraq Iran ISIS terrorism Security international terrorism International security

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