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Il destino del Mali a due mesi dal ritiro delle truppe francesi

Una storia cominciata nel gennaio del 2013 è finita ormai poco più di due mesi fa con l’annuncio da parte di Emmanuel Macron di ritirare le truppe dal Mali, pur comunque sottolineando la volontà da parte della Francia di voler rimanere coinvolta attivamente nel paese. Dopo circa 60 giorni difatti il dilemma è diventato questo. Se e quanto Parigi riuscirà ad influire con peso sulla politica e sul destino del travagliato paese del Sahel adesso guidato dalla giunta militare di transizione di Assimi Goïta e che ancora dopo due colpi di stato militari non è riuscita a dare una data per le elezioni. Ad ogni modo, per comprendere maggiormente non tanto le motivazioni che hanno condotto Parigi a scegliere per il ritiro delle truppe dal Mali, ma quale destino possa attendere il paese è innanzitutto necessario capire come le operazioni militari europee, a guida francese, non siano riuscite nel loro intento e, anzi, paiono aver portato Bamako sempre di più verso la sfera d’influenza russa.

L’avvio delle operazioni militari in Mali da parte della Francia ebbe inizio nel gennaio del 2013, con l’Operazione Serval il cui fine era quello di riuscire a contenere e far uscire i jihadisti stanziatisi nelle città della regione a nord del Mali. Nell’anno successivo arrivò il momento dell’Operazione Barkhane, che contava di un contingente di ben 5000 unità e il cui obiettivo era quello di condurre operazioni di counterterrorism lungo il Mali ma più in generale in tutta la complessa regione del Sahel. Negli anni successivi fu Parigi a farsi promotore sempre più pressante della creazione di un contingente congiunto operante in Mali, Mauritania, Burkina Faso, Ciad e Niger. Ecco dunque che nel 2020 nasce la Takuba Task Force, guidata da Parigi ma che ha visto la partecipazione di altre nazioni europee come Italia, Svezia, Danimarca, Repubblica Ceca ed Estonia.

Il giudizio sull’operato di Barkhane e Takuba è sicuramente complesso da trarre in maniera netta, anche se avendo ormai visto come la Francia si sia ritrovata nel 2022 praticamente obbligata ad optare per il ritiro delle proprie truppe, verrebbe da definirle totalmente fallimentari. Ad ogni modo, da una parte possiamo sicuramente stabilire come da un punto di vista tattico l’operato delle due missioni a trazione francese ed europea nel paese sia stato efficace e di moderato. Un’efficacia che però non è comunque riuscita a dipanare il cruciale problema che da diversi anni affligge il Mali ed il Sahel, ovvero quello della sicurezza nazionale. Negli ultimi anni si è potuto osservare un crescente radicamento della componente jihadista a livello locale che si è accompagnato ad una crisi politica e di governance che è fuoriuscita dai confini della nazione colpendo anche i vicini Ciad e Burkina Faso.

Destreggiarsi diplomaticamente in una situazione così complessa come quella maliana è stato sicuramente complesso per Macron, che ha comunque ereditato l'operato del suo predecessore François Hollande, in seguito ai colpi di stato susseguitisi in Mali, Burkina Faso e Ciad. Aspetto che ha provocato significative divergenze tra Parigi e la giunta di Assimi Goïta. La situazione odierna in Mali è però estremamente critica; con l’abbandono delle truppe francesi la responsabilità del mantenimento della sicurezza interna è adesso totalmente dipendente dai risultati delle Forze Armate Maliane (FAMA) che stanno sempre di più contando sul supporto militare russo. Tant’è che soltanto due settimane fa il governo di Bamako aveva annunciato di aver ricevuto da Mosca due elicotteri da combattimento MIL Mi-24P “Hind-F”, consegnati alla presenza del ministro della Difesa Camaro all’aeroporto di Bamako-Senou. Non solo le forze regolari maliane però, un’altra componente decisiva per quanto riguarda la risoluzione dei terribili abusi dei diritti umani che stanno avvenendo in Sahel e in Mali sarà anche il risultato degli scontri tra i gruppi Jihadisti come il Gruppo d’Appoggio all’Islam e i Musulmani (JNIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS).

E’ infatti notizia dello scorsa settimana quella del massacro di Moura, nella regione centrale di Mopti, dove circa 300 civili sarebbero stati uccisi, stando ai report Human Rights Watch durante quella che Bamako ha definito invece un’operazione militare contro i Jihadisti. Operazione che sempre in base alle prime ricostruzioni avrebbe visto la partecipazione dell’ormai noto gruppo mercenario russo della Compagnia Wagner. Al giorno d’oggi è evidente come politicamente in Mali si stia verificando una competizione per l’influenza sul paese tra la Francia, che sta lentamente lasciando la presa diretta sul territorio ma che mira comunque a mantenere un ruolo di primo piano e quello russo, che sta portando avanti un’ Africa policy sempre più attiva e legata soprattutto al supporto di governi e giunte in difficoltà. Non è un caso che anche la Turchia stia cominciando a mettere mano al proprio arsenale in favore della giunta di Goïta. Che ci sia competizione dunque è stato lampante proprio durante l’ultimo voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu in merito ad una risoluzione per l’apertura di un’inchiesta indipendente sul massacro avvenuto a Moura degli scorsi giorni. In questo caso Russia e Cina avrebbero votato contro sostenendo che “non vi è la necessità per un’inchiesta che pare molto prematura”. Un asse, quello tra Russia e Cina che sembra sempre più solido anche in Africa insomma.

La crisi in Sahel si è inasprita in termini di violenza da una parte, ma dall’altra è diventata di difficile lettura da un punto di vista geopolitico. Il ritiro “obbligato” francese da Bamako ha però messo in risalto alcuni temi fondamentali del ruolo dei paesi europei in Africa. Innanzitutto come i regimi e i governi africani stiano cercando sempre di più di aumentare e diversificare i propri partner di politica internazionale ma dall’altro come il dialogo politico in regioni di questo tipo debba necessariamente tenere conto tanto degli aspetti continentali che regionali. In questo caso la Francia si trova in una posizione scomoda, "sconfitta", visto il risultato delle operazioni militari e diplomatiche portate avanti in 9 anni in Mali ma soprattutto in competizione con potenze che da un punto di vista geopolotico sono considerate avversarie. In tutto questo adesso, le Forze Armate Maliane adesso si trovano a dover rispondere ad un'esigenza di sicurezza formalmente sempre più sole visto che l'abbandono francese del febbraio scorso e quello europeo di circa una settimana fa adesso mettono in crisi il futuro della presenza dell'ONU nel paese. 


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  • L'Autore

    Giulio Ciofini

    Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna

    Autore, Framing The World, Mondo Internazionale

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Dal Mondo Africa Sub-Sahariana Temi Diritti Umani Framing the World


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Africa Mali Africa subsahariana Francia Parigi Politica politicaestera Politica estera Russia Diritti umani Sahel

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