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Il carcere nell'epoca Covid-19

la situazione italiana

Gli ultimi due anni sono stati devastanti per la salute mentale della maggior parte dei cittadini del mondo. Le paure, le ansie per il contagio e la difficoltà nel mantenere e, perché no, nello stringere relazioni significative sono ormai fedeli compagne della nostra quotidianità. In un contesto come questo sarebbe ingiusto non rivolgere almeno una parte della propria preoccupazione verso chi, nel pieno della pandemia da Covid-19, ha vissuto in privazione della libertà personale. I motivi di questa crisi sono riconducibili già alla fase iniziale dell'emergenza, quando le prime restrizioni per i carcerati hanno fatto esplodere le vulnerabilità strutturali all’ordinamento penitenziario, prima tra tutte quella del sovraffollamento carcerario (ossia l’eccessivo numero di detenuti effettivi rispetto alla capienza regolamentare dell’istituto), dando luogo anche a violente proteste da parte dei detenuti.

I colloqui con l’esterno, in particolare quelli con i familiari, sono rimasti sospesi per lungo tempo. La drammaticità di questa situazione è stata riconosciuta dalla stessa ministra della giustizia Marta Cartabia, che nel giugno 2021, esprimendosi riguardo alla imminente (all’epoca) ripresa dei colloqui, aveva evidenziato come in carcere le conseguenze della diffusione del virus fossero state vissute “ancor più intensamente, più drammaticamente, che nel resto della società. L’isolamento e il distacco dai famigliari e dalle persone care si è fatto quasi insostenibile.” Al riguardo, è importante sottolineare che a partire dal 20 gennaio 2022 è stato reso obbligatorio il green pass per le visite in carcere, quindi per i colloqui visivi in presenza con i detenuti nei penitenziari per adulti e per minori, benché risulti sufficiente quello ottenibile per l’effettuazione di un tampone.

Per disegnare un quadro completo della situazione carceraria italiana nel corso dell’ultimo anno, è utile rimarcare che, secondo l’Antigone – l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale – “il 2021 è stato un anno di attesa per quanto riguarda il sistema penitenziario italiano. Colpito e sconvolto dal Covid-19 nel corso del 2020, quello che abbiamo potuto verificare nel corso di quest'anno è stato un tentativo di ritorno alla normalità che, purtroppo, non in tutti gli istituti è stato tale e non in tutti con la prontezza necessaria”, come si legge in un report datato 31 dicembre 2021 rinvenibile sulla pagina web dell’associazione.

Nel corso del 2021, infatti, “l'osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione ha visitato 99 carceri per adulti, più della metà di quelli presenti in Italia. Tra gli istituti visitati alcune delle situazioni più difficili da segnalare sono state rilevate nel carcere fiorentino di Sollicciano, dove sono stati registrati in media in un anno 105 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, o nel Lorusso Cotugno di Torino, dove nel reparto Sestante erano ristretti in condizioni inaccettabili 17 pazienti psichiatrici”.

Dalle visite è emerso che “in un terzo degli istituti visitati c'erano celle in cui i detenuti avevano meno di 3 mq a testa di spazio calpestabile, quindi al di sotto del limite per il quale la detenzione viene considerata inumana e degradante. Ma non è solo il dato dei metri quadri a destare preoccupazione. Nel 40% delle carceri che abbiamo monitorato c'erano infatti celle senza acqua calda e nel 54% celle senza doccia, come pure sarebbe previsto dal regolamento penitenziario ormai in vigore dal 2000. Mentre in 15 istituti non ci sono riscaldamenti funzionanti e in 5 il wc non è in un ambiente separato rispetto al luogo dove si dorme e vive. Altro dato importante è il fatto che il 34% degli istituti non abbia aree verdi per i colloqui nei mesi estivi”.

Il quadro, dunque, da tempo drammatico, è stato solamente aggravato dalla pandemia.

Inoltre, nell’ultimo mese, la stessa associazione Antigone ha lanciato un allarme importante dovuto alla diffusione della variante Omicron: sono diventati oltre 1.500 i detenuti positivi al Covid-19 che si trovano all’interno degli istituti penitenziari italiani. Si tratta di una crescita esponenziale se si pensa che erano meno di 200 all'inizio di dicembre. Peraltro, a loro si devono aggiungere i quasi 1.500 operatori contagiati dal coronavirus. A tal proposito, aumenta la preoccupazione anche a fronte di un numero di persone ristrette che, dopo il calo registrato allo scoppio della pandemia, ha ripreso lentamente a salire fino a raggiungere e superare la capacità massima. Le conseguenze parrebbero essere ancora più pesanti in alcuni istituti, dove sembra essere saltata la possibilità di separare positivi e negativi per l'assenza di spazi dove “isolare” chiunque risulti contagiato.


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  • L'Autore

    Rebecca Scaglia

    Studentessa di Giurisprudenza al terzo anno, aspirante avvocato. Interessata alla tutela e difesa dei diritti della persona umana. Pienamente convinta che ognuno di noi abbia un grande potere, ossia di saper fare la differenza.

    Third year law student, aspiring lawyer. Interesed in protection of human rights. Fully convinced that everyone has a strong power, which is to know how to make the difference.

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Temi Diritti Umani


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istitutipenitenziari Covid19 antigone DirittiUmani dirittoalcolloquio

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