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Identikit dello studente Erasmus

L'Erasmus è per tutti?

Dalla sua inaugurazione, nel 1987, il programma Erasmus+ dell'Unione Europea ha supportato la mobilità internazionale di circa 4 milioni di studenti, che hanno avuto la possibilità di trascorrere un periodo all’estero durante il loro percorso universitario e vedersi successivamente riconosciuti, nel proprio Paese, gli esami sostenuti. Un successo importante, un programma all’avanguardia e un’opportunità incredibile per molti giovani. Questa notizia non è sicuramente nuova, ma la vera domanda è: chi sono questi “giovani”? In altre parole: qual è, secondo i dati, l’identikit dello studente Erasmus? Ma, soprattutto, c’è qualcosa che non funziona a dovere?

Per rispondere a questi interrogativi possiamo analizzare le ultime statistiche pubblicate dalla Commissione Europea (in particolare il report “Erasmus. Facts, Figures & Trends” riferito al 2013- 2014 e l’”Erasmus+ annual report” del 2017) e dall’Erasmus Student Network (ESN), un’organizzazione che supporta gli studenti in mobilità (in questo caso, l’ultimo report disponibile è riferito al 2016). In seguito ad un’attenta interpretazione dei dati, possiamo affermare con precisione e completezza che lo studente universitario Erasmus è donna, viene dalla Francia, sceglie come propria destinazione la Spagna, ha 23 anni, studia una materia che rientra nell’area delle scienze economiche, sociali o giuridiche e proviene da una famiglia con un reddito medio.

Anche se sarebbe molto più veloce e sicuramente meno noioso, non è questo, purtroppo, il modo di illustrare i dati statistici; per tale motivo, usiamo questo simpatico archetipo per introdurre la vera presentazione delle informazioni rilevanti. Il primo Paese di origine degli studenti Erasmus nel 2017 risulta essere proprio la Francia (sorpresa), con 43.796 studenti inviati, seguita da Germania (40.629), Spagna (39.759) e Italia (35.371). Chi è in fondo alla lista? Sicuramente non per suo demerito, il fanalino di coda è il piccolo Liechtenstein che, pur non essendo un membro dell’Unione Europea, partecipa al programma di scambio. Quale, invece, la meta più ambita? Al primo posto si trova la Spagna, che nel 2017 ha accolto più di 47.000 studenti, in seconda posizione troviamo la Germania (circa 33.000), in terza il Regno Unito (31.000), in quarta la Francia (quasi 28.000) e in quinta l’Italia, che ha accolto 25.108 studenti. All’ultimo posto, sempre il “povero” Liechtenstein, con poche decine di ragazzi ricevuti. In media, il soggiorno di studio dura 6 mesi.

Per quanto riguarda il gender gap, per una volta esso è a favore delle ragazze, che rappresentavano circa il 60% degli studenti partecipanti all’Erasmus nell’anno accademico 2013-2014. Tale disparità tra uomini e donne può avere molteplici spiegazioni, ma una prima motivazione può essere ricercata nella differente frequenza all’università, che vede, a livello europeo, una preponderanza di ragazze (per l’Eurostat erano il 54% degli studenti universitari nel 2016). Probabilmente, un'altra ragione attiene ai corsi di laurea preferiti rispettivamente da uomini e donne. Infatti, queste ultime costituiscono la maggioranza assoluta (il 57,6%, sempre secondo l’Eurostat) degli iscritti a facoltà che afferiscono al campo delle scienze sociali, del giornalismo, della giurisprudenza e dell’economia. Non a caso, queste aree didattiche sono anche quelle più rappresentate nel programma Erasmus: nell’anno 2013-2014, le aree delle scienze sociali, dell’economia e della giurisprudenza (considerate accorpate nell’analisi della Commissione) erano il campo di studio prescelto del 40,64 % dei partecipanti alla mobilità internazionale, seguite, a netta distanza, dalle materie artistiche e umanistiche (22,01%), dall’ingegneria (15,29%) e dall’area scientifica, informatica e matematica (7,5%). All’ultimo posto si trovano gli studenti di agraria e veterinaria, che rappresentano un irrisorio 1,5%. I dati dell’Erasmus Student Network riferiti al 2016 sono sovrapponibili a quelli della Commissione. Sono d’obbligo, quindi, alcune osservazioni: la partecipazione al programma riflette, almeno in parte, le differenze tra maschi e femmine nella scelta del campo di studio e nel tasso di iscrizione all’università, anche se approfondire le ragioni di queste disparità aprirebbe un altro discorso molto ampio. Tuttavia, forse, varrebbe la pena fare una riflessione sul perché l’Erasmus sia meno attraente per certe facoltà e cercare soluzioni per risolvere il problema, affinché certe categorie di studenti non rimangano escluse. Inoltre, si potrebbero indagare ulteriori ipotetiche cause della più scarsa partecipazione maschile.

Un altro elemento sicuramente critico è quello del reddito, strettamente correlato alla questione borse di studio: secondo l’ESN, il 63,2 % dei rispondenti che hanno partecipato al programma di mobilità percepisce il proprio reddito famigliare come “medio”, il 18,2 % come “sopra la media” e solo il 12,9% come “sotto la media” (con un 5,5% che “non sa”). Naturalmente, le persone che provengono da background svantaggiati frequentano meno l’università in generale (ed un “malauguratamente”, qui, è d’obbligo) e difficilmente contemplano la possibilità dell'Erasmus; è anche vero, poi, che la Commissione Europea prevede delle integrazioni alla borsa di studio per questi studenti. Tuttavia, il contributo economico mensile medio nel 2013-2014 era di soli 274 euro, che talvolta non bastano nemmeno per affittare un posto letto in una camera condivisa. In effetti, l’Erasmus è stato accusato di essere poco inclusivo, anche a causa di questo fatto. Guardando nuovamente ai dati, la media europea degli universitari che partecipano al programma è, effettivamente, bassa: nel 2013-2014 era del 4,88% (con un picco in Lussemburgo, dove è superiore al 25%, e una vera e propria depressione nel Regno Unito, dove è circa del 3%). Anche le differenze di partecipazione a seconda del Paese di provenienza, quindi, potrebbero essere oggetto di riflessione, per individuare eventuali ostacoli all’accesso.

Tirando le somme, il bilancio rimane comunque positivo: il numero degli studenti universitari che hanno partecipato al programma è consistentemente aumentato negli anni (nel 1987 furono circa 3000, mentre nel 2017 sono stati 312.300) e, in ogni caso, l’Unione Europea non è assolutamente insensibile alla questione dell’inclusione. Infatti, per favorire la partecipazione sono stati stanziati fondi specifici e l’obiettivo è quello di raggiungere una quota del 20% di laureati che, nel 2020, avranno preso parte alla mobilità, sotto forma di periodo di studio o di tirocinio. Attendiamo, quindi, i prossimi report per verificare i progressi compiuti.


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  • L'Autore

    Chiara Vona

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Dal Mondo Europa


Tag

EuropEasy europe #erasmus identikit studenti inclusione

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