background

Il caso russo della (dis)informazione: dal Russiagate alla Brexit

Dire che viviamo nell’era della disinformazione potrebbe essere un azzardo per alcuni, una verità per altri. Quando si parla dell’informazione del nuovo millennio, che ha sicuramente rivoluzionato la nostra concezione di vita pubblica e privata, non si può non pensare ai colossi del web; in primis, i social media.

Dalla loro affermazione come “sostituti” dei media tradizionali, la loro portata mediatica è cresciuta fino a raggiungere ogni parte del globo, diventando, per certi aspetti, anche invasiva per la loro capacità di esporre all’intera “audience” chi siamo e cosa facciamo ogni giorno che passa.

Anche la diffusione di notizie e avvenimenti quotidiani passa oramai per questi nuovi canali di comunicazione che, non di rado, vengono utilizzati come mezzo per dare diverse spiegazioni ai fenomeni politici e mediatici, senza risparmiare la faziosità e la strumentalizzazione a fini personali.

Diviene naturale anche, per gli appassionati in materia, chiedersi che cosa potrebbe accadere se queste piattaforme diventassero il nuovo strumento delle nazioni per divulgare messaggi di natura politica, su scala regionale o internazionale.

In questo caso, si fa riferimento alla “diplomazia digitale” quando la rete internet diviene il principale strumento per uno o più Stati per espandere la propria influenza e, soprattutto, per condizionare l’opinione pubblica, come tentativo di utilizzo del “soft power” per imporre una determinata ideologia o versione dei fatti. In questo quadro, si colloca un fatto che ha suscitato l’attenzione dei media e la preoccupazione di molti paesi: il caso Russiagate.

Immagine: Elizabeth Brockway

Che cos’è il Russiagate?

Il fenomeno Russiagate ha avuto origine dalle indagini che sono state avviate in seguito all’elezione del Presidente statunitense Donald Trump e alla supposta interferenza russa nel processo elettorale, che avrebbe facilitato l’elezione del tycoon americano alla Presidenza attraverso la creazione ad hoc di post e annunci sui social media come Facebook, con un investimento pari a 100mila dollari in annunci pubblicitari acquistati da una azienda ombra collegata al Cremlino.

I sospetti sull’ingerenza di Mosca vennero alimentati dalla nomina di Paul Manafort come responsabile della campagna elettorale di Trump e del consulente Carter Page, due personalità che vennero riconosciute come vicine alla Russia di Putin; da qui, si sono succeduti diversi colpi di scena.

A pochi giorni dall’elezione di Donald Trump, la candidata democratica Hillary Clinton venne coinvolta nello scandalo <<email-gate>>, ovvero l’utilizzo di un server privato di posta elettronica per lo scambio di comunicazioni durante la sua carica di Segretario di Stato.

La Clinton accusò la Russia di aver compiuto un attacco hacker per rilasciare le sue email private, a causa di un’ipotetica simpatia verso il candidato repubblicano, la quale si limitò a non rilasciare dichiarazioni in merito. In seguito, nell’agosto 2016, le dimissioni di Manafort, sospettato del fatto di aver ricevuto finanziamenti russi, fecero crescere ancora di più i dubbi su un possibile intervento esterno durante la campagna di Trump.

Tuttavia, il fatto che suscitò più clamore in assoluto furono le dimissioni del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, in seguito l’accusa di aver svolto attività per conto di governi stranieri, in particolare per la Turchia riguardo all’estradizione di Fethullah Gulen, a capo della Flynn Intel Group, senza aver registrato la sua attività presso il governo statunitense. Ma l’attività di Flynn non si limitò alla sola Turchia.

La poltrona del Consigliere per la Sicurezza Nazionale saltò in seguito all’aver mentito al Vice Presidente Pence riguardo ai suoi rapporti con Mosca; infatti, Flynn aveva tenuto nascosto il suo incontro con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak per discutere sulle sanzioni contro la Russia e il suo compenso per partecipare ad una cena con il Presidente Putin in persona, organizzata dalla Russian tv.

Ad aumentare la tensione fu lo stesso Flynn, che acconsentì a testimoniare davanti alle Commissioni di inchiesta del Congresso solo in cambio dell’immunità personale. Alle dimissioni di Flynn, seguirono quelle del Direttore dell’FBI James Comey, il quale aveva dato l’avvio alle indagini sul caso definito <<Russiagate>>.

La crisi istituzionale che vedeva coinvolto il Presidente Trump e il suo staff raggiunse l’apice con l’ipotesi di “impeachment” per le indiscrezioni secondo cui il neo eletto Presidente avesse chiesto a Comey di sospendere le indagini su Flynn. Secondo la testata britannica The Guardian, la Russia sarebbe riuscita a raggiungere 126 milioni di utenti Facebook tramite il supporto a 120 pagine false sul gigante dei social.

Immagine: Oli Scarff 

From Russia with love

Non solo il caso Russiagate negli Stati Uniti ha influito in maniera notevole a far sorgere i timori sui possibili tentativi di destabilizzazione che la Russia potrebbe portare avanti nelle relazioni con le sue controparti. Anche in Europa, sembra che l’ingerenza di Mosca nella vita politica degli Stati dell’Unione abbia fatto crescere ulteriori paure fino a renderle motivo di dibattito politico e oggetto di studio per gli analisti.

La mano del Cremlino è stata individuata anche nel caso della Brexit, con una forte propaganda via Twitter riguardo al voto sul referendum per l’uscita dall’Europa e agli attacchi terroristici sul continente. Secondo Wired, 29 account Twitter sono stati utilizzati per conto della Russia in modo da diffondere messaggi contro i rifugiati e la popolazione musulmana, con particolari riferimenti agli attacchi terroristici, e per influenzare l’opinione dei cittadini inglesi verso la Brexit.

Il supporto russo a tali account è stato confermato con i dati forniti da Twitter al Congresso americano, con la conseguente sospensione degli stessi. Tuttavia, i messaggi già diffusi in rete erano già stati condivisi centinaia di volte, raggiungendo un vasto numero di persone.

Messaggi carichi di odio contro i migranti di origine musulmana per convincere la gente che il voto contro la permanenza nell’Unione avrebbe permesso di respingere quella che gli account fasulli definivano “un’invasione” europea. Twitter ha affermato di voler aumentare il controllo sugli account “bot”, ovvero utilizzati per diffondere messaggi preimpostati in maniera sistematica, per evitare la proliferazione di questi casi sulla propria piattaforma digitale.

Come per gli Stati Uniti, anche il governo britannico sta aspettando di ricevere le prove ufficiali da Facebook e Twitter sul coinvolgimento di Mosca attraverso udienze che dovrebbero iniziare per il 2018. Non solo Twitter ma YouTube sembra essere stata influenzata con più di 1000 video collegati a 18 account, tuttavia con un’attività più limitata rispetto ad altri siti web.

Sembra che il confronto tra la Russia e l’Occidente si stia spostando seguendo l’onda digitale, passando attraverso i canali non tradizionali di informazione. L’utilizzo di un’ingerenza negli affari interni da parte di Mosca per influenzare l’opinione pubblica degli Stati nei momenti più vulnerabili della loro situazione politica, come nel caso delle elezioni, potrebbe significare che la strategia del Cremlino si stia spostando da una politica estera assertiva sul piano militare ad una basata di più sul soft power, attraverso attacchi informatici e diffusioni di notizie false con lo scopo di insidiare timori e dubbi su tematiche che condizionano la vita quotidiana dei cittadini.

Una mossa astuta data la popolarità che le piattaforme social hanno acquisito nel corso degli anni, diventando per molti l’unica fonte per tenersi aggiornati su cosa accade nel mondo. Con la capacità di mettere in crisi la classe politica e i mass media, le azioni della Russia potrebbero aprire una grossa falla nella sicurezza nazionale e collettiva a causa della non convenzionalità dei mezzi e delle modalità con cui questi attacchi si verificano, aprendo nuovi dibattiti su come andrebbero affrontati e quali potrebbero essere le loro conseguenze.

Il Segretario Generale della NATO Stoltenberg aveva affermato nel giugno scorso che tali attacchi potrebbero far scattare l’Articolo 5 e la clausola di mutua difesa stabilita dal Patto Atlantico, identificandoli come una minaccia alla sicurezza degli Stati, in relazione al ransomware “Petya” che ha colpito l’Ucraina, la cui origine è stata ricondotta ancora alla Russia.

Allo stesso tempo stanno nascendo iniziative per contrastare questa diffusione di “fake news” attraverso i debunkers, ovvero coloro che dedicano il loro tempo a individuare e a sfatare false notizie che puntualmente non mancano di popolarità fra gli utenti digitali; altro esempio, tutto italiano, è il "tavolo tecnico" istituito dalla Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) in materia di protezione del dibattito online contro la disinformazione.

Come disse Albert Einstein, "l’informazione non è conoscenza". Andare oltre alle apparenze, e in questo caso agli schermi, potrebbe essere la scelta giusta.


Condividi il post

  • L'Autore

    Andrea Maria Vassallo

    Studente di scienze politiche appassionato di relazioni internazionali, con un forte interesse per la geopolitica e l'area post-sovietica.

    Il mio impegno in Mondo Internazionale è motivato dal confrontarmi continuamente con contesti e punti di vista diversi, così anche dall'incredibile opportunità di sviluppare e accrescere le soft-skills fondamentali per una maggiore abilità professionale e

Categorie

Sapevi che?


Tag

Russia Social Network Facebook Twitter Trump Brexit Russiagate

Potrebbero interessarti

Image

La caccia al tesoro americana in Venezuela

Domenico Barbato
Image

WhatsApp nell’occhio dell’AGCM

Alberto Lussana
Image

Trump, referendum e brexit: l’economia in calo.

Alberto Lussana
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui
Diventa Associato