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I diritti dei sex workers sono diritti umani

Esistono nel mondo modelli estremamente eterogenei per considerare il lavoro sessuale a livello legislativo; ma un tratto comune a molti Paesi è lo stigma sociale che accompagna chi decide di intraprendere questa professione

Il 3 marzo è la giornata internazionale dei diritti dei lavoratori sessuali. Questa ricorrenza, insieme alla giornata internazionale per la fine della violenza contro i sex workers che cade invece il 17 dicembre, è stata introdotta per portare l'attenzione sui problemi che chi lavora ad un qualsiasi livello dell'industria del sesso si trova troppo spesso a dover affrontare a causa dello stigma e del mancato riconoscimento a livello sociale, oltre che delle stringenti legislazioni dei diversi Paesi.

Le persone che lavorano in questo ambito sono infatti quasi sempre oggetto di discriminazione da parte della comunità e della legislazione: la prima troppo spesso è capace solo di considerarle come vittime di sfruttamento, come se dedicarsi al sex work non potesse essere in nessun caso frutto di una libera scelta, e nega quindi l'autodeterminazione di chi volontariamente sceglie di svolgere un lavoro sessuale. Con questo ovviamente non si intende dire che lo sfruttamento della prostituzione non esista: le vittime di tratta a questo scopo sono infatti moltissime. Basti pensare che solo nel nostro Paese nel 2019 le ONG preposte, con il supporto del Governo, hanno assistito 1.877 vittime della tratta di esseri umani, e che sull’insieme delle nuove vittime assistite dalle ONG, il 50 per cento era costituito da persone che subivano una qualche forma di sfruttamento sessuale[1]. Se si pensa poi al mondo sommerso composto da tutte quelle persone che non vengono aiutate perché rimangono invisibili per lo stato e per le associazioni, i numeri diventano ancora più alti. D'altro canto però considerare chiunque si dedichi al lavoro sessuale come una vittima pare a volte più conseguenza di un retaggio moralista ormai datato che una preoccupazione reale; come a dire che nessuno (tanto meno una donna) potrebbe mai decidere volontariamente di vendere il proprio corpo di professione.

Questo voler a tutti i costi ignorare che tra chi pratica sex work ci sono anche persone consapevoli e libere (eppure esistono diverse associazioni di categoria impegnate per il riconoscimento di diritti e per l'aiuto solidale a chi è vittima di sfruttamento) spesso infatti si accompagna a un'idea monolitica e incrollabile di chi sia una prostituta (perché, ovviamente, sempre di donne si parla, come se gli uomini non vendessero il proprio corpo): una donna di malaffare, priva di qualsiasi morale, ben diversa da chi invece è una donna da sposare. E come conseguenza lo stigma sociale che accompagna chi fa un lavoro sessuale si allarga fino a comprendere anche l'eventuale compagno o compagna, che nella migliore delle ipotesi viene visto come qualcuno all'oscuro della professione della persona che ha accanto, e nella peggiore invece può venire accusato di favoreggiamento della prostituzione, rischiando in alcuni Paesi (come ad esempio l'Italia[2]) una condanna penale.

Nemmeno la legislazione infatti si trova spesso a favorire chi decide di dedicarsi al lavoro sessuale, anche se esistono modelli estremamente eterogenei di trattare la questione della prostituzione. In gran parte del mondo essa è considerata un reato con condanne che arrivano fino alla pena di morte; altri Paesi hanno al contrario deciso di depenalizzare totalmente il lavoro sessuale, seguendo anche le linee guida di Amnesty International che nel 2015 si è dichiarata a favore di una completa decriminalizzazione[3]. E ancora, alcuni stati (come la Svezia e la Francia ad esempio[4]) hanno deciso di non sanzionare il sex worker ma criminalizzare i clienti, arrivando però così comunque a penalizzare fortemente chi lavora, che è costretto ad agire in clandestinità per proteggere le persone che gli permettono di sostentarsi. E si sa: l'illegalità non va mai a braccetto con la sicurezza.

Come denuncia il collettivo italiano Ombre Rosse[5], se costretti a nascondersi i sex workers sono più precari e deboli: più facilmente soggetti quindi allo sfruttamento.[6]

Come già in parte accennato, nemmeno il nostro Paese criminalizza la prostituzione in sé; d'altra parte però la legge contro chi la favorisce o la sfrutta è piuttosto stringente, rischiando di arrivare a comprendere chiunque condivida i guadagni provenienti dal lavoro sessuale (come può essere, appunto, un compagno) oppure ne faciliti in qualsiasi modo l'attività: anche quindi ad esempio limitandosi ad accompagnare il sex worker sul luogo di lavoro si commette reato[7].

Pur non essendo criminalizzata la prostituzione non è nemmeno riconosciuta ufficialmente come professione nel nostro Paese; questo spinge i sex workers in una condizione di liminalità di fronte allo stato. Il mancato riconoscimento di una realtà esistente infatti comporta maggiore difficoltà di controllarla, oltre che minore collaborazione con forze di polizia, servizi sanitari e organizzazioni non governative da parte dei lavoratori sessuali[8]. Questo spesso significa facilitare le violenze e lo sfruttamento da parte di persone terze.

Se già quindi la condizione dei sex workers costituisce spesso un problema, la situazione è peggiorata drammaticamente in questo periodo di grave crisi dovuta alla pandemia che il mondo sta attraversando[9].

I periodi di lockdown e la necessità di proteggere la propria salute hanno spinto moltissimi sex workers al di là della soglia di povertà; non potendo lavorare e non essendo nemmeno riconosciute a livello professionale, queste persone si sono trovate senza guadagni e senza sussidi. Molte organizzazioni e collettivi si stanno muovendo per portare l'attenzione su questo problema[10], e per questo la ricorrenza dello scorso 3 marzo è stata particolarmente sentita.

Come spesso accade dunque si tratta di riconoscere la complessità del mondo e dei fenomeni sociali: lo sfruttamento delle persone a fini di prostituzione esiste ed è diffuso, ed è giusto che chiunque sia costretto a prostituirsi contro la sua volontà sia protetto e salvato. Ma il sex work non si limita solo a questo; come sempre succede, le storie umane sono piene di sfumature. Naturalmente tener conto di ognuna di loro è impossibile: esse sono tante quante sono le persone. D'altro canto una società, e di conseguenza una legislazione, che non sa accettare l'esistenza di qualsivoglia differenza non fa altro che appiattire una realtà con mille facce in un disegno bidimensionale incapace di descrivere il mondo che ci circonda.




[1]https://it.usembassy.gov/it/rapporto-sul-traffico-di-persone-2020/

[2]https://www.google.com/amp/s/www.laleggepertutti.it/299421_perche-la-prostituzione-non-e-reato/amp

[3]https://www.ingenere.it/articoli/prostituzione-con-amnesty-la-decriminalizzazione

[4]https://www.google.com/amp/s/www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/11/per-la-francia-la-prostituzione-non-e-un-lavoro-quando-lo-capira-anche-litalia/4955546/amp/

[5] Si tratta di un collettivo italiano femminista di sex workers e altre/i attiviste/i, che lotta per eliminare lo stigma che accompagna la figura del sex worker sostenendo il diritto libero al lavoro sessuale e alla libera migrazione https://ombrerosse.noblogs.org/chi-siamo/

[6] ibidem

[7]https://www.google.com/amp/s/www.laleggepertutti.it/299421_perche-la-prostituzione-non-e-reato/amp

[8]https://www.ingenere.it/articoli/prostituzione-con-amnesty-la-decriminalizzazione

[9]https://www.certidiritti.org/2020/03/29/coronavirus-nessuno-resti-indietro-compresi-i-sex-worker-appello-a-parlamento-e-governo/

[10]https://thesubmarine.it/2020/04/18/quarantena-sex-worker-senza-tutele/


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  • L'Autore

    Simona Sora

    Laurea triennale in Lettere Moderne ad indirizzo storico, laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia. Nel 2014 ha fatto volontariato in un pueblo delle Ande peruviane perché voleva sapere cosa si prova ad essere straniera; nel 2018 ha fatto ritorno sulla stessa catena montuosa, seppur in diversi confini nazionali, per scrivere una tesi sul rapporto tra volontari italiani e campesinos, o forse solo per fare di nuovo ricerca su sé stessa.

    Nella vita ha fatto la receptionist di un ostello in Portogallo, la cameriera a Brescia, la promoter sul lago di Garda, la commessa a Milano, tenendo sempre le orecchie e gli occhi ben aperti su tutto quello che le capitava intorno.

    Da grande vorrebbe continuare ad ascoltare le storie delle persone, per fare esperienza del mondo attraverso i loro occhi; vorrebbe prendere un’altra laurea cambiando completamente ambito o forse discostandosi solo di un po’, perché studiare le piace tanto e le piace anche spaziare tra le conoscenze, e vorrebbe anche scrivere.

    Si sente sempre un essere umano in costruzione.

    In Mondo Internazionale è autrice di pezzi per il progetto TrattaMI Bene e revisore di bozze.

    Bachelor’s Degree in Modern Literature with a major in history, Master Degree in Cultural Anthropology and Ethnology. In 2014 she volunteered in a pueblo in the Peruvian Andes, because she wanted to understand what it is like to be a stranger; in 2018 she returned to the same mountain chain, although in different national borders, in order to write her thesis about the relationship between Italian volunteers and Campesinos, or maybe just to research herself again.

    She worked as a receptionist in a hostel in Portugal, as a waitress in Brescia, as a promoter on Garda lake and as a shopping assistant in Milan, and she have always kept her hears and eyes opened to see all the things around her.

    When she will grow up, she would like to keep listening about people’s stories, to experience the world through their eyes; she would like to pursuit a new degree in something completely new, or maybe in something just a little different from her degrees. She loves studying and learning different subjects too. She would also like writing.

    She always feels herself like a constantly evolving human being. In “Mondo Internazionale” she writes articles about DirittiUmani and she proofreads articles.

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