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I Cleaners, il quarto stato del web

Quante volte ci siamo chiesti se un’immagine postata e successivamente cancellata potrebbe ricomparire? Quante volte abbiamo sentito dire che una storia, un link o semplicemente un’immagine su Facebook, violavano le linee guida del social network utilizzato? Ebbene, queste immagini, anche se cancellate immediatamente dagli utenti, non sono eliminate in modo automatico dal computer ma passano al vaglio e vengono controllate da un esercito anonimo e silenzioso - che lavora, in subappalto, per conto di Facebook, Twitter, Google. A Manila, tanti giovani vengono assoldati da queste multinazionali con la promessa di un impiego stabile ed accettano di lavorare per numerose ore davanti allo schermo di un computer rischiando di subire disturbi di natura fisica e psicologica. Essi sono i Cleaners, che hanno il compito di evitare la diffusione di immagini ed altri contenuti multimediali riguardanti temi specifici come la propaganda di gruppi terroristici, l’istigazione all’odio ed al suicidio. Molti di questi lavoratori provengono da classi sociali economicamente e culturalmente più degradate e sono costretti ad accettare lavori sottopagati, firmando contratti in bianco che omettono le condizioni lavorative a cui saranno sottoposti. I Cleaners sono i protagonisti del film documentario prodotto recentemente da due registi tedeschi, Block e Riesewieck. Questo documentario, uscito nelle sale nell’aprile 2019 e già presentato al Sundance Festival del 2018, ci mostra per la prima volta la doppia faccia di internet. Al di là di quella positiva, nota a tutti, che vede Internet come strumento che in pochissimi anni ha trasformato radicalmente le nostre esistenze inaugurando l’era del villaggio globale e facilitando le comunicazioni, se ne aggiunge una negativa, sconosciuta ai più: quella dello sfruttamento di giovani lavoratori in paesi in via di sviluppo. In più, occorre sottolineare l’azzeramento nelle nuove generazioni della capacità di pensiero critico, visto come antidoto al conformismo e al “mipiacismo”. In un mondo strettamente connesso, la vicenda dei Cleaners si origina da una e-mail inviata alla casa cinematografica Laokoon da parte di uno di questi lavoratori sfruttati. I due registi, partendo da questa segnalazione, hanno deciso di svolgere un’indagine sul tema. Block e Riesewieck nel documentario mostrano una realtà surreale: lavoratori, con il ruolo di spazzini del web, costretti a controllare 25.000 immagini al giorno passando 10 ore davanti a schermi che mostrano in continuazione immagini e video ad alto tasso emotivo. Le condizioni lavorative dei Cleaners rappresentano una palese violazione dei diritti umani. Nel documentario i Cleaners si configurano come dei moderatori o poliziotti del web, cancellando immagini provenienti principalmente dall’Europa e dagli USA. Attraverso la vita di questi 5 moderatori, protagonisti del docu-film, si comprende la realtà nascosta dei likes o dei commenti e di come siano assenti criteri oggettivi in base ai quali questi operatori possono decidere di eliminare o accettare un contenuto. Questa assenza di oggettività ci porta a riflettere e ad interrogarci su quali siano le basi e le maglie della libertà di espressione. In particolare, ci si deve chiedere se la libertà di espressione debba essere estesa anche al mondo dei social network. Nel documentario troviamo, altresì, la testimonianza di Yaman Akdeniz, professore turco e attivista dei diritti cibernetici, che descrive il ruolo cruciale dei social media in un paese con limitata libertà di espressione. L’uso di fake news in Internet è fortemente correlato alla diffusione dell’odio; per esempio, lo stato islamico (IS) inizialmente utilizzava solo Twitter, mentre ora - stando ad alcune recenti analisi sulla sua propaganda - Facebook è diventato lo strumento più utilizzato dal califfato. Anche nella crisi dei Rohingya in Myanmar, Facebook ha svolto un ruolo significativo, in quanto ha permesso l’indottrinamento delle persone birmane contro la minoranza Rohingya, distruggendo di fatto la debole democrazia birmana. Facebook ha tollerato la presenza di pagine di odio e piene di fake news tali da diffondere un atteggiamento avverso al rispetto della diversità culturale nel paese sud asiatico. Il business di Facebook cresce sempre di più, così come la sua influenza sull’opinione pubblica in alcuni stati, riuscendo, talvolta, a modificare la realtà di quei paesi anche con palesi violazioni dei diritti umani, alle quali nessun organismo  giurisdizionale internazionale vuol far fronte. Alla luce di quanto detto, diviene essenziale un ruolo più attivo degli organi internazionali per garantire il controllo e la tutela dei diritti umani nel mondo digitale.


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  • L'Autore

    Domenico Barbato

    Laureato in Scienze Internazionali Istituzioni Europee a dicembre 2018 con una tesi sul caso Saramaka, primo caso di violazione del diritto di proprietà indigena di fronte agli organi dell'OSA. A gennaio ha inoltre svolto un corso sulla cybersecurity che gli ha permesso di comprendere le dinamiche relative alla privacy e ai diritti ad esso inerenti. Ha partecipato a diverse simulazioni delle Nazioni Unite MUN e ha anche assistito al primo International Participant Meeting, nella funzione di staff. Attualmente coopera con Mondo Internazionale con l'obiettivo di farsi conoscere e diffondere le proprie conoscenze con un pubblico più vasto possibile. Il suo sogno sarebbe quello di poter diventare un doomwriter o di poter scrivere su dinamiche internazionali o sullo sport. Magari aggiungendo le competenze acquisite durante i tre anni di studi, tra cui la buona conoscenza di inglese e spagnolo con quella relativa alle dinamiche sportive. Come sostiene Federico Buffa mi sento un "Bastardo Privilegiato". Reputo inoltre che sia importante fare approfondimenti su tematiche attuali poco trattate dalla stampa. Il segreto del giornalista è quello di scegliere bene le proprie fonti.

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Attualità Diritti Umani


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Diritti umani Cleaners Block Riesewieck Manila Google Libertà d'espressione Fake News

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