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Una lingua docile ma non neutra: il sessismo nella lingua italiana

La lingua, presa in sé e per sé, è docile,

ma nella mente dei parlanti non è neutra.


- (Francesco Sabatini)[1]

C’è una frase, in uno splendido libro di Wu Ming 4, a cui l’autrice di questo articolo è particolarmente affezionata (tanto che la ripete ad ogni occasione senza alcun rispetto per le orecchie stanche dei poveri ascoltatori di turno). L’opera in questione è Stella del mattino, e la citazione a cui si fa riferimento è la seguente:

Le parole danno significato alle cose.[2]

Semplice, concisa, apparentemente innocua. Rischia quasi di perdersi, in un libro che presenta alcune espressioni ben più liriche; eppure ecco che proprio questa frase, se rigirata sulla lingua abbastanza a lungo e con sufficiente attenzione, ci dà l’opportunità in questa sede di introdurre uno dei più complessi e pervasivi problemi che la cultura occidentale si sta ritrovando, oggi come non mai, ad affrontare: la questione delle discriminazioni linguistiche.

L’argomento è ampio, lo spazio e il tempo ridotti. Perciò appare necessario creare dei paletti, sgrassare tutto ciò che può condurre fuori tema, giungere ad un gestibile nocciolo della questione. In questo articolo si tratterà quindi del tema del sessismo nella lingua italiana, di come e perché spesso chi si definisce femminista non storca il naso mentre dice ad un bambino (maschio) di “non piangere come una femminuccia”, di come chi dice di essere contro le discriminazioni non si senta a disagio nel definire una ragazza con i capelli corti o che ama il calcio “un maschiaccio”, perché del resto “non saranno certo queste le cose importanti!”.

Ma di fatto sì, sono anche queste le cose importanti. Lo sono, perché le parole che utilizziamo sono fondamentali per costruire il nostro orizzonte di senso, il modo in cui vediamo il mondo e interpretiamo quello che sta fuori e dentro di noi. Esse non servono solo per esprimere il nostro giudizio su qualcosa, ma in qualche modo i termini stessi che decidiamo di usare costruiscono l’idea che noi abbiamo riguardo a ciò di cui stiamo parlando, in un continuo gioco di scambio tra significante e significato. Le parole sotto forma di pensieri creano il nostro mondo interiore e solo in un secondo momento ci permettono di comunicarlo all’esterno, in forma scritta oppure orale.

Pertanto, si può parlare di sessismo linguistico ogni volta che viene pronunciata una frase contenente uno stereotipo sessista, e appare perciò chiaro che non si debba trattare necessariamente di frasi apertamente offensive. Non si deve ridurre il problema a quando qualcuno dà della prostituta ad una ragazza che cammina per la strada con una gonna corta, o che non vive la sua sessualità in modo abbastanza pudico, o al dire che una donna vittima di violenza “se l’è cercata perché [inserire motivazione senza dubbio non necessaria né sufficiente]”. Il sessismo linguistico è molto di più, è molto altro, ed è talmente insito nella comunicazione quotidiana che per combatterlo è necessario farci una continua attenzione. E nessuna frase è peggiore o migliore di un’altra; nessuna espressione può passare per buona perché “si dice così, non intendevo essere offensivo”. Ebbene, caro il mio parlante italofono, sì che intendevi essere offensivo, dal momento che hai detto qualcosa di offensivo e di sessista. E se non volevi essere offensivo pur pronunciando una frase offensiva, si dovrebbe forse dedurre che tu non sappia quello che dici?

Il fatto poi che siano anche le donne a fare questo genere di commenti fuori luogo non fa altro che dimostrare ancora una volta quanto il sessismo sia così insito nella nostra cultura da diventare spesso totalmente inconsapevole. E in fondo, chi mai vorrebbe rimbrottare qualcuno per una innocente frase di scherzo?

La cosa peggiore infatti è che espressioni di questo tipo sono considerate talmente innocue che chiunque manifesti in risposta un minimo di giustificato disappunto viene subito tacciato di eccessiva serietà: “E fattela una risata!”. Cerchiamo di sradicare una convinzione dura a morire: le discriminazioni non fanno ridere.

Le espressioni sessiste che ogni donna si sente rivolgere ogni giorno sono innumerevoli. La rivista D, inserto femminile di Repubblica, ne ha raccolte solo a titolo esemplificativo ben quaranta[3], ma ognuna di noi potrebbe enumerare infinite varianti sul tema: dal classico “Questo non è un lavoro adatto a te, è un lavoro da uomini!” a “Non sai guidare perché sei una donna!” o “Come sei acida oggi, ti deve venire il ciclo?”. Frasi del genere vengono rivolte a tutte le donne, in modo indistinto, continuamente. Sui lavori di casa, su qualsiasi cosa riguardi i figli (compresa la loro mancanza), sull’abbigliamento, ogni giorno a tutte noi viene ricordato in mille modi diversi la nostra condizione di donne, cioè di qualcosa di diverso rispetto agli uomini. E non sarebbe un problema, per carità: del resto è vero e sacrosanto che le donne sono qualcosa di diverso rispetto agli uomini. Non sarebbe un problema, dicevo, se questo sottolineare la diversità non si accompagnasse ad un messaggio ben più subdolo, pericoloso e antipatico: tu, donna, puoi (anzi devi) fare questa cosa, e non puoi (non devi) fare quest’altra. Perché la lingua ci indica in modo preciso ciò che le donne devono e possono fare (una donna di casa, una donna da sposare, un angelo del focolare, donna e madre, e “cosa cucini stasera a tuo marito?”) e ciò che fino a poco tempo fa non potevano fare (e che anche ora spesso viene loro negato, non riconosciuto, sottopagato): ogni tipo di professione per cui esiste oppure suona bene solo un termine specificatamente maschile ne è un esempio lampante. Ministro donna? Chirurgo donna? Notaio donna? O meglio la ministra, la chirurga, la notaio, in uno stridore di termini inusuali e concordanze discordanti? Eppure ne esistono, di donne che svolgono queste e molte altre professioni che sono nate al maschile. Come fare in modo che la lingua si metta al passo con i tempi che cambiano dunque? A chi spetta l’ingrato compito di turbare per un momento il sensibile sentimento dei parlanti (da una bellissima quanto chiara espressione di Francesco Sabatini)[4] per introdurre con forza bruta dei termini nuovi o un modo altro di concordare articolo e sostantivo, e rendere finalmente giustizia a tutte quelle donne che studiano per svolgere determinate professioni, salvo poi dover rinunciare alla propria identità femminile nel titolo? La questione è spinosa e tuttora rimane aperta.

I tentativi di porre fine a questo problema comunque sono stati numerosi, soprattutto negli ultimi anni. In particolare sono state avanzate delle proposte per un radicale cambio della lingua - più specificatamente nella sua forma scritta: alcune tra le modifiche più diffuse sono ad esempio l’uso dell’asterisco, della chiocciolina o più recentemente della schwa (ə) al posto della desinenza comunemente usata per indicare il genere.

Il tema della discriminazione linguistica è stato preso in considerazione anche da diverse amministrazioni che, su invito dell’UE e di molte singole studiose, oltre che di numerose associazioni, hanno redatto alcuni testi per promuovere un uso non sessista della lingua usata nei documenti ufficiali.[5]

Questi suggerimenti non tengono però conto di un dato fondamentale. Si tratta di ciò che potremmo chiamare resistenza linguistica, data dal fatto che la lingua può essere definita una sovrastruttura; in quanto tale, essa cambia in modo molto lento rispetto alla realtà a cui fa riferimento. Il mondo va avanti, la parola scritta rimane indietro, o quantomeno arranca. E mentre il parlato si popola continuamente di neologismi che spesso lasciano il tempo che trovano, virtuosismi linguistici o termini destinati a restare nell’immaginario collettivo solo in forma di vago ricordo (chi ancora userebbe la parola petaloso?), nello scritto si tentenna, si cercano sinonimi e parafrasi, si consulta continuamente l’Accademia della Crusca. Spesso però basterebbe consultare un dizionario (Vera Gheno in questo bellissimo articolo[6] suggerisce lo Zanichelli) per rendersi conto che molti femminili che a prima vista possono sembrare strani, suonare male o sbagliati, in realtà già esistono nella nostra lingua:sono lì, disponibili all’uso per il parlante che desideri liberarsi di quell’antipatico e persistente odore di sessismo.

Nonostante i buoni propositi di rendere la lingua italiana un po’ meno sessista, comunque, è probabile che ci vorrà parecchio tempo prima che questi cambiamenti entrino nell’uso comune. E del resto essi non sono sufficienti: ogni cambiamento formale infatti deve accompagnarsi necessariamente ad un rinnovamento culturale per poter attecchire. E anche su questo punto, purtroppo, la strada pare essere ancora lunga.

Non è però il caso di abbattersi. Ognuno di noi, uomo donna o altro, può fare la sua parte per immaginare un mondo privo di qualsiasi tipo di discriminazione, e per costruirlo può lottare anche nel modo più pacifico possibile: usando le parole.

le fonti utilizzate per la stesura di questo articolo sono liberamente consultabili:

[1] et [4] https://web.uniroma1.it/fac_smfn/sites/default/files/IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf

[2]Wu Ming 4, Stella del mattino, Einaudi, 2008

[3]https://d.repubblica.it/attualita/2017/01/13/foto/violenza_sulle_donne_espressioni_sessiste_storie_linguaggio_sessista-3354986/1/

 [5]un approccio di genere al linguaggio amministrativo

[6]https://www.valigiablu.it/prof...

https://www.europarl.europa.eu


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  • L'Autore

    Simona Sora

Categorie

Sezioni Diritti Umani


Tag

sessismo sessismo linguistico linguistica discriminazione DISCRIMINAZIONE DI GENERE lingua italiana

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Marwa Fichera
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