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Un conflitto di potenza: la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti in lotta per l'egemonia

Framing the World focus

Sezione MENA


Tra aprile e maggio le forze del GNA del primo ministro tripolino Serraj hanno ottenuto una serie di successi contro le unità del LNA del generale Haftar, riconquistando tutta la fascia costiera tra la capitale e la Tunisia. Contestualmente, il 27 aprile, il capo del LNA si è autoproclamato capo del paese stracciando così gli accordi di Skhirat.

Quello libico è diventato il classico esempio di proxy war in cui sono coinvolte numerose potenze regionali e superpotenze. Tra le principali vi sono la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti, che ormai da anni si contendono l’influenza nel panorama mediorientale e nel mediterraneo dell’est. La Libia è solo un dei tanti scenari in cui si protrae la partita di scacchi che vede su fronti contrapposti il paese anatolico e la federazione di emirati della penisola arabica. Vediamo, quindi, come i due attori si sono mossi negli ultimi anni e quali sono i loro obbiettivi.

Turchia: il ritorno della Sublime Porta

La Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan da anni ormai si vede coinvolta in diversi scenari, con un intervento che spazia dai boots on the ground degli scenari libico e siriano ad altre forme di presenza tramite anche strumenti di soft power. Già dall’inizio dell’avventura politica di Erdogan, la Turchia ha cercato di massimizzare il proprio posizionamento geografico, a cavallo tra due mondi sia geograficamente sia culturalmente. Dopo un iniziale sviluppo di rapporti pacifici e proficui con i propri vicini, con l’esplodere delle Primavere Arabe il paese ha optato per una accentuata assertività in politica estera. Rafforzato anche dalle incredibili perfomance dell’economia turca (con un boom delle esportazioni negli anni precedenti e crescita intorno al 9%), Erdogan ha iniziato a presentarsi come modernizzatore e leader, nonché ideale delle proteste nel mondo arabo. Ha catalizzato nella sua figura le richieste di cambiamento provenienti da parte delle popolazioni che vivevano sotto regimi autoritari. Il suo modello di repubblicanesimo islamico si voleva contrapporre in particolar modo a quello oligarchico conservatore delle monarchie del Golfo. Infatti, non è un caso che, dopo la caduta di Mubarak nel 2011, Erdogan venisse accolto al Cairo da una folla festante in un vero e proprio oceano di bandiere turche e suoi ritratti. La Turchia era quindi in pieno slancio verso la “profondità strategica” teorizzata dal ministro degli esteri Davutoğlu, ora uscito dal partito AKP. L’obbiettivo era massimizzare l’influenza turca in un’area che corrispondesse a quella del defunto impero ottomano. Cominciava, così, un lungo periodo di interventismo armato accompagnato dalla penetrazione economica diretta o dallo sviluppo di un soft power culturale panislamico tramite il pieno sostegno all’Islam Politico della Fratellanza Musulmana, tra i soggetti leader dei sollevamenti nel mondo arabo.

Negli ultimi anni, infatti, la Turchia è intervenuta militarmente in Siria per scongiurare quella che considera una priorità di sicurezza nazionale, l’eventualità di uno stato curdo-siriano ai suoi confini meridionali. Nella ormai nota sacca di Idlib, nord-ovest siriano, sostiene invece sigle ribelli di matrice jihadista al fine di mantenere una leva negoziale con gli altri grandi player coinvolti nel conflitto, in particolare con la Russia di Putin che è il maggiore padre-padrone del regime di Assad.

Nel conflitto di potenza regionale la Turchia ha trovato un alleato nel Qatar. Anche il piccolo paese del Golfo, dallo scoppio delle primavere arabe, ha adottato una politica estera aggressiva ed è considerato il free rider del Consiglio di Sicurezza del Golfo per il suo sostegno alla Fratellanza Musulmana. Per questo e dopo essere stato accusato di sostegno del terrorismo internazionale da parte di alcuni suoi partner della penisola arabica, è stato ostracizzato da Emirati e Sauditi. Per rafforzare l’alleanza con la piccola monarchia araba, nel 2017 la Turchia ha aperto una base militare in cui sono stanziate circa 5000 unità dell’esercito di Ankara.

Al sostegno politico agli attori che possono indebolire sauditi ed emiratini nell’area MENA, si aggiunge altresì una crescente presenza o attivismo militare lungo le rotte strategiche dell’energia. Non è un caso che la Turchia abbia aperto una base militare a Mogadiscio nel 2017 ed abbia conseguito, nel 2018, un contratto di affitto per l’isolotto sudanese di Suakin nel Mar Rosso, il quale potrebbe divenire in futuro una base militare come in età ottomana. Inoltre, sono molteplici i casi di frizioni tra i governi di Grecia e Cipro con la Turchia per le mosse esuberanti di questa nel Mediterraneo orientale. Si trascinano ormai da anni le rivendicazioni turche sulle ZEE (zone economiche esclusive) cipriote che si collegano al recente MoU ( Memorandum of Understanding) tra Ankara e Tripoli volto ad unire le proprie, invadendo però quelle della Grecia. La Turchia dopo aver rotto le relazioni diplomatiche con Israele, per il suo sostengo ad Hamas, ha inoltre condannato il golpe militare di Abdel Fattah al-Sisi, sostenuto da sauditi ed Emirati, ai danni del suo alleato Mohamed Morsi, leader dei fratelli musulmani egiziani. In questo scenario geopolitico, si trova quindi a sostenere il primo ministro tripolino Fāyez al-Sarrāj, alquale ha inviato diversi consiglieri militari più un ingente quantità di materiale bellico tra cui armi contraeree, artiglieria e droni armati. Nell’ultimo anno, tramite un ponte areo tra Siria e Tripoli, ha inviato in Libia anche diverse migliaia di mercenari siriani provenienti dalle milizie di Idlib.

Emirati Arabi Uniti: l’avvento della piccola Sparta

Questa piccola federazione di sette emirati ha visto crescere con il passare del tempo la propria potenza grazie all’estrazione ed esportazione di petrolio e ad una diversificazione economica che si è fondata su un poderoso utilizzo di manodopera straniera, la parziale finanziarizzazione dell’economia e lo sviluppo del settore turistico, entrambi spesso convergenti su Dubai. Il peso maggiore e fondamentale delle scelte politiche, in particolare quelle riguardo alla proiezione estera degli UAE, fa però capo ad Abu Dhabi, il cui emiro è Khalifa bin Zayed Al Nahyan. Il principale ideatore e promotore degli interessi della federazione è tuttavia il figlio Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario e ministro delle difesa.

Agli albori delle primavere arabe, sauditi ed emiratini hanno tenuto un approccio convergente cercando di sostenere alcuni leader dei paesi che hanno avuto proteste popolari, come Marocco, Giordania ed Oman. Entrambi, inoltre, hanno sostenuto i tentativi di spodestare Assad dal potere in Siria, sostenendo i ribelli. Il successivo impegno russo, iraniano e delle milizie filo-Tehran a sostegno del regime, nonché il sorgere dell’ISIS e di varie altre sigle jihadiste, hanno ulteriormente complicato il puzzle siriano. Anche dopo l’iniziale convergenza con i sauditi nel conflitto yemenita, gli Emirati hanno poi assunto una propria agenda autonoma nei confronti di Ryadh sviluppando notevoli capacità militari. 

Gli Emirati si sono differenziati per un atteggiamento meno duro nei confronti dell’Iran. Sono stati anche tra i primi paesi arabi a ristabilire rapporti diplomatici con il regime siriano, nel 2018, proprio per contrastare la Turchia e indirettamente il Qatar e ciò che essi rappresentano.

L’obbiettivo principale degli Emirati è il mantenimento dello status quo e la stabilità regionale che sono minacciati ai loro occhi dall’islamismo politico, incarnato dalla Fratellanza che offre un modello politico alternativo all’oligarchia o monarchia conservatrice tipica dei rentier state arabi. Per questo sostengono con notevoli finanziamenti l’Egitto di Al Sisi e il generale Khalifa Haftar in Libia, i quali hanno fatto entrambi della lotta all’islamismo ed al terrorismo la propria bandiera. Per cercare di assicurare la propria agenda regionale, gli UAE stanno anche progettando di installare una base militare in Niger, in un’ottica di collegamento con il generale della Cirenaica. In più, stanno ricercando partner disponibili a contrastare le mosse di Ankara e questo spiega la dichiarazione congiunta contro le attività turche nel mediterraneo orientale, portata avanti con Grecia, Cipro e Francia. Non sono riusciti invece a raccogliere il sostegno marocchino verso il generale Haftar. Fallimento che fa coppia con quello turco volto ad ottenere un maggior sostegno nei confronti del primo ministro di Tripoli da parte della Tunisia, nel cui governo è coinvolto il partito islamico Ennahda

Anche gli Emirati hanno concentrato i propri interessi strategici lungo le rotte commerciali passanti per i diversi choke points che li collegano all’Europa. Per assicurarsi la presenza lungo queste rotte hanno infatti intensificato i rapporti con il vicino Oman, fondamentale per lo stretto di Hormuz, e usufruiscono del porto di Berbera del Somaliland, regione separatista che si oppone al governo di Mogadiscio e si affaccia sullo stretto Bab el-Mandeb. Inoltre, hanno rafforzato la propria posizione nel Golfo di Aden tramite il sostegno al Consiglio di Transizione del Sud che controlla parte dello Yemen e dell’isola di Socotra. 

Si nota dunque che entrambi i paesi vivono la propria rivalità come un conflitto a somma zero. La pandemia potrebbe esacerbare ulteriormente questo assetto come introdurre parziali cambiamenti. La Turchia, infatti, tra un massiccio impiego della c.d "diplomazia sanitaria" ed il "riavvicinamento alla Nato, ed a Israele, avanza richiesta ufficiale di esplorazione nell'offshore cirenaico. Gli Emirati, ugualmente e con modalità simili, cercano una maggiore convergenza con i propri alleati regionali, Egitto, Grecia e Francia.


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  • L'Autore

    Michele Magistretti

    Mi chiamo Michele Magistretti, classe 1997, nato a Milano ma residente a Buccinasco.

    Dopo aver ottenuto il diploma di maturità linguista al liceo civico Alessandro Manzoni, ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche presso l'Università Statale di Milano dove attualmente frequento il corso magistrale di Relazioni Internazionali. Appassionato di Storia fin da bambino ho maturato negli anni una passione per la Geopolitica e le Relazioni Internazionali.

    In Mondo Internazionale ricopro il ruolo di relatore nel progetto di "Framing the World", nel quale mi occupo della sezione MENA.

    My name is Michele Magistretti, born in 1997 in Milan but resident in Buccinasco.

    After obtaining a high school diploma in linguistics at the Alessandro Manzoni civic high school, I took a three-year degree in Political Science at the State University of Milan, where I am currently attending the master's course in International Relations. Passionate about history since I was a child, over the years I have developed a passion for Geopolitics and International Relations.

    At Mondo Internazionale I am an author in the "Framing the World" report, in which I write about the MENA section.


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