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Migranti nel Mediterraneo: una crisi in secondo piano

Framing the World Focus

Sezione Diritti Umani in collaborazione con Vincenzo Battaglia della sezione MENA


Nel pieno di una pandemia globale, gli stati europei sono concentrati sulla gestione della crisi sanitaria e delle sue conseguenze economiche. Ma le pressioni alle frontiere non sono scomparse. Persone migranti continuano ad attraversare il Mediterraneo, in fuga da conflitti e violenze, privi di libertà e protezione sanitaria, preferendo intraprendere viaggi pericolosi nel corso di una pandemia piuttosto che rimanere nei paesi di origine o transito. Tuttavia, il loro esito non è mai certo. Ad aspettare queste persone non c’è la certezza di ricevere assistenza e diritti.

In questi mesi l’emergenza umanitaria entra in dialettica con quella sanitaria. Al centro di entrambe vi è la priorità di proteggere la vita umana, ma la possibilità di godere di tale protezione è ostacolata da vari fattori. Sono in vigore misure anti-COVID che tutelano la salute dei cittadini europei, ma tali misure sono impossibili da praticare nelle navi che trasportano i migranti, nei campi profughi e nei paesi dilaniati dai conflitti. Talvolta, gli stessi provvedimenti dei paesi europei rischiano di avere un impatto negativo sul diritto alla mobilità dei migranti, sulle loro libertà, sul loro diritto alla salute e alla vita.

Secondo il rapporto annuale del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa[1], il bilancio del 2019 sul rispetto dei diritti dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo è negativo. Il Commissario ha ritenuto opportuno presentare 35 raccomandazioni relative a cinque aree fondamentali: ricerca e soccorso (SAR) efficaci, sbarco sicuro e tempestivo, cooperazione con le ONG, cooperazione con paesi terzi, canali sicuri e legali per l’ingresso. Ciò significa che la gestione del fenomeno migratorio nel Mediterraneo ha bisogno di essere perfezionata. In più, con il sopraggiungere dell'emergenza sanitaria, ci sono pochissime probabilità che il 2020 registri un bilancio migliore. Sia a causa della difficoltà di conciliare la protezione della salute pubblica con l’obbligo di diritto internazionale di salvare la vita in mare e di concedere il diritto di asilo, sia a causa dell’instabilità politica/istituzionale che contrassegna diversi territori dell’area MENA (Middle East and North Africa), strettamente correlata al flusso dei migranti nel Mediterraneo.

L’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni segnala un aumento degli sbarchi in Europa nel periodo di gennaio-aprile 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, dimostrando che se il dibattito sui flussi si è attenuato, questi non lo sono affatto. Il totale dall’inizio dell’anno è di 16.724 sbarchi, con un aumento di circa 2.343 arrivi in Spagna, Italia, Grecia e Malta[2].

È necessario soffermarsi su due scenari di crisi, quello libico e quello siriano, per gettare uno sguardo sulle cause delle partenze.

La Libia dal 2011, in concomitanza con la caduta del regime di Gheddafi, non è riuscita ad avviare una transizione democratica e tuttora vive in un conflitto civile, frutto della contrapposizione tra il Governo di Tripoli e le milizie del LNA (capitanate dal comandante Haftar). La destabilizzazione del territorio libico, privo di istituzioni solide, ha facilitato la proliferazione e l’affermazione di bande criminali e milizie impegnate nella tratta dei migranti. Tra il 2014 e il 2017, sono infatti sbarcate in Italia più di 500.000 persone partite dalla Libia, provenienti anzitutto dal Sahel e dall’Africa Sub-sahariana. Dal 2017 abbiamo assistito a un calo degli sbarchi lungo la tratta del Mediterraneo centrale, a fronte della politica di collaborazione tra UE (in primis Italia) e autorità libiche nell’intercettazione e rimpatrio dei migranti, con il conseguente indirizzamento nei centri di detenzione che assicurano loro condizioni disumane. Da gennaio al 3 aprile 2020, 2.677 sono i rifugiati e migranti che sono andati incontro a questa sorte.

Da un anno a questa parte il conflitto civile è salito di intensità e, nonostante gli sforzi della Comunità internazionale (come l’illusoria Conferenza di Berlino del gennaio 2020), le offensive da parte di entrambi gli schieramenti persistono. L’aggiunta del coinvolgimento (diretto o indiretto) di altri attori in tale crisi, rende la pacificazione ancora più complicata.

Questa persistente situazione di conflitto, insieme alle condizioni disumane in cui versano i migranti trattenuti nei centri di detenzione, alimenta le preoccupazioni legate alla questione migratoria. Con 373.709 profughi interni e 48.626 tra rifugiati e richiedenti asilo[3], la prospettiva di un aumento delle partenze dalla Libia si fa sempre più realistica, considerando anche il recente aumento dei casi COVID nel paese e il conseguente rischio di diffusione del virus nei centri di detenzione – emergenza che la Libia non sarebbe in grado di affrontare. Tuttavia, secondo Frontex, proprio per la situazione dovuta al coronavirus e agli scontri bellici, la Guardia Costiera libica sembra meno capace di individuare le partenze e rimpatriare chi fugge dal paese.

L’altro scenario di crisi è quello siriano, correlato al problema migratorio sul confine greco-turco. Negli ultimi mesi, i problemi relativi alla rotta del Mediterraneo orientale sono tornati alla ribalta. A fine febbraio, Erdogan ha annunciato la riapertura della frontiera con la Grecia, verso la quale si sarebbero ammassati in pochi giorni più di 130.000 rifugiati siriani in fuga dalla guerra. Tale decisione è avvenuta a seguito dell’uccisione di oltre 30 soldati turchi nei pressi di Idlib, l’unica zona della Siria ancora sotto il controllo dei ribelli, sostenuti da Ankara.

Erdogan ha giustificato la sua azione denunciando il mancato rispetto dell’accordo siglato nel 2016 con l’UE, dati i ritardi nell’erogazione dei 6 miliardi di euro previsti per supportare Ankara nell’accoglienza dei rifugiati. Tale mossa è altresì motivata da fattori interni, come il crescente sentimento anti-rifugiati fra la popolazione. Sono 4 milioni i profughi (3,6 milioni dei quali siriani) sul territorio turco e, con la recente escalation delle violenze a Idlib, si teme anche l’arrivo di circa 3 milioni di sfollati siriani. L’incontro di marzo tra Erdogan e i vertici dell’UE, per ridiscutere l’accordo 2016, si è concluso senza una decisione di fatto e con la semplice promessa di Bruxelles di continuare a dare attuazione all’accordo.

I migranti al confine greco-turco sono stati oggetto di violenze e l’accesso al diritto di asilo è stato loro negato dalla Grecia. Tale azione è controversa, in quanto il diritto di asilo è un diritto inderogabile secondo la Convenzione di Ginevra[4].

Per quanto riguarda gli sbarchi di migranti, molti paesi europei hanno deciso di irrigidire le misure di controllo all’ingresso a causa della diffusione della pandemia o addirittura applicare divieti di sbarco. Tali misure, indirizzate a chiunque voglia entrare nel paese, inclusi migranti, rifugiati, richiedenti asilo e migranti lavoratori, sono in vigore in Italia, che ha dichiarato “non sicuri” i porti italiani il 7 aprile 2020[5] per le navi non battenti bandiera italiana. La stessa la decisione di Malta, che ha più volte ignorato le segnalazioni delle ONG circa la presenza di navi con migranti a bordo ritardando le azioni di SAR. Non procedendo al salvataggio e non permettendo lo sbarco in un luogo sicuro, il governo maltese rischia di diventare responsabile per aver facilitato il ritorno dei migranti nei centri di detenzione in Libia. Si configurerebbe così una violazione dell’obbligo di non-refoulement[6], altra norma inderogabile.

Le ONG, che a fatica riescono a supplire a queste mancanze, in particolare Alarm Phone, Sea-Watch, Sea Eye, Medici senza frontiere e Mediterranea, si stanno battendo per limitare i danni e denunciare il mancato soccorso delle autorità europee.

Dal primo gennaio al 24 aprile 2020, i deceduti in mare sono stati 256. Il caso più controverso riguarda il fine settimana di Pasqua, quando 12 migranti in un gruppo di 63 hanno perso la vita nell’area SAR di Malta per mancato intervento.

Infine, le condizioni dei campi profughi non sono quelle ideali per tutelare la salute e la vita dei migranti, con condizioni di vita disastrose, bambini abbandonati, carenza di servizi igienici. Le misure di salute pubblica sono difficili da osservare, in campi in cui l’accesso alle risorse di base per garantire un’esistenza dignitosa mancano. Le situazioni più critiche riguardano l’isola greca di Samos, il campo di Moria sull’isola di Lesbo, che ospita un numero di rifugiati quasi dieci volte superiore al consentito, e i campi di Malakasa e Ritsona, attualmente in quarantena per casi di positività.

Le misure introdotte dall’Unione Europea non modificano sostanzialmente le condizioni di vita di centinaia di migliaia di persone in difficoltà. I provvedimenti per la tutela della salute adottati dai governi europei sono indiscutibili, ma questi andrebbero estesi ai migranti entranti e conciliati con l’obbligo di garantire il soccorso e lo sbarco in un luogo sicuro, di garantire la possibilità di richiedere asilo e protezione internazionale, nel rispetto del principio di cooperazione internazionale tra tutti gli attori in campo.

La connessione tra crisi sanitaria e crisi umanitaria è ben evidente: laddove il rispetto dei diritti fondamentali non era garantito prima della crisi sanitaria, una maggiore tutela fatica ad estendersi, e una tale estensione è necessaria e dovrebbe prevedere l’applicazione delle stesse misure di protezione sanitaria a favore di migranti e rifugiati. In quanto, considerare i diritti dei migranti nell’emergenza COVID è una garanzia contro l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria stessa.


[1] https://rm.coe.int/annual-activity-report-2019-by-dunja-mijatovic-council-of-europe-commi/16809e2117.

[2] https://www.iom.int/news/mediterranean-migrant-arrivals-reach-16724-2020-deaths-reach-256.

[3] https://data2.unhcr.org/en/country/lby.

[4] https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2016/01/Convenzione_Ginevra_1951.pdf

[5] http://www.immigrazione.biz/upload/decreto_interministeriale_n_150_del_07-04-2020.pdf

[6] Art. 33 Convenzione di Ginevra; art. 4 Protocollo n.4 alla CEDU; art. 19 Carta dei diritti fondamentali dell’UE.


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  • L'Autore

    Sara Squadrani

    Sara Squadrani si è laureata a marzo 2021 in International Studies presso l'Università di Roma Tre, dove ha conseguito la laurea triennale nel 2018 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con un tesi in Organizzazioni in Internazionali sulla tutela dei diritti umani nello spazio informatico. Ha trascorso un periodo di studi in Francia, presso l'Università di Sciences Po Lille. Lì si è appassionata del tema delle migrazioni internazionali, oggetto della sua tesi magistrale in Diritto Internazionale allo Sviluppo. Ha svolto un tirocinio nel Centro Ascolto Stranieri della Caritas Diocesana di Roma, prestando servizio di orientamento sociale, legale e lavorativo per cittadini stranieri. Ora si sta specializzando in Diritto delle migrazioni presso l'Università di Bergamo. In Mondo Internazionale è caporedattrice di Framing the World, autrice nell'area Organizzazioni Internazionali, e Senior Researcher dell'area Cultura & Società di G.E.O.

    Sara Squadrani graduated in March 2021 in International Studies at the University of Roma Tre, where she got her B.A. in 2018 in Political Science and International Relations with a thesis in International Organizations on the protection of human rights in the IT space. He spent a period of study in France at the University of Sciences Po Lille. There she became passionate about the topic of international migration, the subject of her master's thesis in International Development Law. She worked as an intern at the Center for Foreigners of the Caritas Diocesana in Rome, providing social, legal and work orientation services for foreign citizens. She is now attending a Master in Migration Law at the University of Bergamo. In Mondo Internazionale she is editor-in-chief of Framing the World, author in the area of International Organizations, and Senior Researcher of the Culture & Society area in ​G.E.O.

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