background

Meno fondi per l’azione esterna dell’UE

Gli ultimi sviluppi politici hanno portato a degli esiti in chiaroscuro

L’accordo sul Recovery Fund raggiunto nel corso dell’ultimo Consiglio europeo (17/21 luglio, il più lungo nella sua storia) ha portato a un aumento delle risorse nominali a disposizione dell’Unione e degli Stati Membri per i prossimi sette anni. I fondi previsti nel Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), di prassi approvato ogni 7 anni, corrispondevano a circa l’1% della somma dei Redditi Nazionali Lordi (RNL) di tutti i Paesi dell’Unione sia nel precedente QFP (2014/2020) sia nelle bozze di dicembre e febbraio del futuro bilancio – per un totale di poco più di mille miliardi di euro. Adesso invece, al bilancio dell’Unione è stato aggiunto il Recovery Fund – che prende il nome di "Next Generation EU" e ammonta a 750 miliardi di euro – generando un ‘bilancio potenziato’ di circa 1.800 miliardi di euro per l’arco temporale che va dal 2021 al 2027. Come scritto nelle Conclusioni del Consiglio, si tratta di una misura volta a fronteggiare le conseguenze causate dalla crisi innescata dalla pandemia e per tale ragione è limitata nel tempo. Tuttavia, le due sono indissolubilmente legate e lo stesso documento finale redatto dai Primi Ministri e Capi di Stato afferma che “Next Generation EU e QFP sono indissociabili".

Do ut des

Sebbene la notizia debba essere presa con positività per l’impatto che il Recovery Fund si auspica possa avere sulla ripresa economica dei Paesi europei, allo stesso tempo ha portato a una revisione delle iniziali bozze di QFP 2021-2027, ridimensionandolo e riadattando alcune voci di spesa. La proposta iniziale avanzata dalla Commissione europea di Junker chiedeva un bilancio di 1.135 miliardi di euro, ovvero l’1,11% del RNL dei Paesi europei e un incremento delle risorse destinate alla sezione Sicurezza e Difesa. Essa si fondava sulla volontà di rafforzare sia gli strumenti di bilancio sia quelli fuori bilancio dell’Unione (ovvero contribuiti direttamente dagli stati), con l’obiettivo di sostenere maggiormente - sebbene ancora limitatamente – gli sforzi dell’azione esterna. Questa strada, grazie a un impegno complessivo di 30 miliardi di euro, avrebbe portato a un aumento  sia dei fondi, di circa 10 volte rispetto al bilancio precedente,  che della capacità di sostenere i costi comuni delle operazioni e missioni militari fino al 35/45%. Ciononostante, già la proposta realizzata dalla Presidenza Finlandese ad inizio dicembre – per un QFP da 1,07% del RNL – riduceva le risorse di alcune voci del capitolo Sicurezza e Difesa. Una proposta poi fatta propria dal presidente Michel e rivista solo limitatamente, prevedendo un totale di 25 miliardi tra risorse proprie e off-budget, suddivise in 14,220 miliardi del capitolo Sicurezza e Difesa, di cui 7 miliardi per European Defence Fund (EDF), e 1.5 per Connecting Europe Facility (CEF), 8 destinati all’European Peace Facility (EPF) e 2.8 alla Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC).

4 miliardi in meno per l’azione esterna

Come se non bastasse, con la proposta finale presentata al termine del Consiglio europeo del 21 luglio, sono state ridotte ulteriormente alcune delle voci inerenti all’azione esterna dell’Unione. Da una parte restano invariate le somme destinate a EDF, CEF, e PESC; ma dall’altra, vengono tolti 3 miliardi alla EPF (da 8 a 5) e 1 miliardo al tetto di spesa previsto nel capitolo Sicurezza e Difesa, portandolo a 13,185 miliardi. Tali risorse, se sommate, generano un totale complessivo di 20 miliardi. Leggendo questi numeri si può essere portati a minimizzare l’impatto che una riduzione di alcuni miliardi possa avere sul risultato finale delle azioni messe in atto nel corso dei prossimi anni. Si è portati a farlo soprattutto se paragonati al piano da 209 miliardi discusso nelle ultime settimane e, difatti, gli Stati Membri sono in grado di muovere un quantitativo di risorse enormemente più grande. Tuttavia, data la limitatezza delle risorse sino ad oggi dedicate al raggiungimento di una politica estera comune, data la difficoltà dei paesi europei ad agire di comune accordo al di fuori dei confini dell’Unione e dato il vincolo che questo bilancio pone per i prossimi 7 anni, la sua adozione avrebbe lanciato dei messaggi importanti alla comunità internazionale in riferimento alla volontà dell’Unione di cambiare marcia a livello geopolitico. In termini percentuali, infatti, essa corrisponde a una riduzione del 20% rispetto alla proposta Finlandese e al 33% rispetto alla iniziale richiesta della Commissione europea. Risorse che sarebbero state fondamentali per l’avvio di nuovi progetti di ricerca e sviluppo, ma anche per la conduzione di missioni e operazioni all’estero, che fossero effettivamente efficaci.

Il braccio di ferro con il Parlamento europeo

La partita adesso si sposta sul fronte del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali per l’approvazione dell’ingente piano economico. Già a febbraio David Sassoli, Presidente del PE, e Charles Michel si erano scontrati sull’adeguatezza della proposta presentata dal Consiglio europeo, ritenuta distante dalle aspettative del Parlamento. Questa istituzione vive un forte complesso di inferiorità rispetto alle altre e sta combattendo per acquisire maggiore influenza nei processi europei – influenza che in alcuni casi già possiede (ad esempio per l’azione di bilancio) – ma che è ritenuta limitata in rapporto ai poteri legislativi degli stati o che sovente non viene espletata appieno. Sassoli a febbraio sfidò Michel sostenendo l’esistenza di una distanza ancora ampia tra la proposta le aspettative del Parlamento; sottolineando anche che non si sarebbero ripresentate le dinamiche dell’approvazione del QFP 2014-2020, quando il Consiglio europeo venne accusato di aver oltrepassato le funzioni attribuitegli dai Trattati. Anche nel caso delle Conclusioni del Consiglio dello scorso 21 luglio, esponenti del Parlamento europeo hanno mostrato tutta la propria insoddisfazione verso la ridefinizione di numerosi capitoli, tra i quali anche quello relativo all’azione esterna. Tuttavia, il contesto di urgenza e dissesto interno degli Stati Membri dell’Unione gioca a favore del Presidente del Consiglio europeo dal momento che, qualora il Parlamento chiedesse una revisione della proposta di QFP, non solo vanificherebbe gli sforzi di 5 giorni di negoziato ma metterebbe anche a repentaglio l’adozione in tempi stretti di un piano imponente e mai registrato nella storia dell’Unione europea esponendosi alle critiche della società civile degli Stati Membri, della quale esso si fa primo paladino.


Condividi il post

  • L'Autore

    Marcello Alberizzi

    Nasco a Milano nel 1995, conseguo la maturità scientifica e mi laureo in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee nel 2017. Attualmente sono studente magistrale in International Politics and Regional Dynamics all'Università degli Studi di Milano. La mia seconda passione è l'analisi dei mercati finanziari e dell'economia globale. La mia qualità migliore? Imparare da chi mi sta di fronte. Il mio obiettivo nella vita? Darle un senso. Il mio motto? "Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore. [...] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l'abbandono al caso." - Italo Calvino.

Categorie

Dal Mondo Europa Sezioni Organizzazioni Internazionali


Tag

Unione Europea Consiglio Europeo Parlamento Europeo Politica estera Quadro Finanziario Pluriennale

Potrebbero interessarti

Image

L'Europa di Macron

Redazione
Image

La Brexit e le sue conseguenze per i diritti umani

Chiara Vona
Image

I rapporti commerciali dell'Unione Europea - Prima parte

Leonardo Cherici
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui