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L'importanza della Libia per la sicurezza europea

La storia della Libia si intreccia profondamente con quella del continente europeo e non solo. Il territorio ebbe già un ruolo rilevante ai tempi dell’Impero Romano, poi passò sotto dominazione ottomana e infine fu colonia italiana dal 1912 al 1947. Il ruolo del Paese nord-africano non si esaurì con l’indipendenza, bensì, sotto Gheddafi, la Libia cominciò un’attiva politica estera in chiave antiamericana e antisraeliana, sostenendo l’Olp di Arafat. Nei primi anni del 2000 c’è stato un avvicinamento all’occidente che è culminato con gli accordi del 2008 fra Roma e Tripoli. Con lo scoppio delle primavere arabe, la situazione è precipitata. Gheddafi è stato ucciso dalle forze ribelli, appoggiate dall’Onu e il Paese si è ritrovato nel caos. La guerra civile, iniziata nel 2014, ancora deve avere fine e l’offensiva condotta dal generale Haftar ha causato centinaia di migliaia di sfollati interni e numerose vittime. Cosa c’entra tutto questo con l’Europa? 

Innanzitutto, la vicinanza geografica. La stabilità dell’area nordafricana è di vitale importanza per l’Unione Europea, che vuole vedere in questa regione un’opportunità invece che un rischio. Inoltre, la guerra in Libia non si è limitata ad una contrapposizione fra parti interne, ma sono intervenuti tutta una serie di attori di rilievo che costringono i Paesi europei e l’Unione a prendere una posizione, per evitare di rimanere esclusi. Un primo tentativo di mediazione si è tenuto lo scorso gennaio a Berlino: la soluzione doveva prevedere una tregua e l’embargo di armamenti. Inutile dire che le conclusioni raggiunte nella capitale tedesca sono state ampiamente violate e la situazione libica non ha accennato a stabilizzarsi.

Il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha deciso di riunirsi e ha adottato una risoluzione sul conflitto in corso in Libia. All’interno del documento l’organo Onu afferma la necessità di un cessate il fuoco duraturo, ma si spinge anche oltre. Si legge, infatti, che il Consiglio si riserva la possibilità di colpire con sanzioni (travel ban and asset freeze measures) quei soggetti che minacciano la pace o la stabilità del Paese nordafricano. Tuttavia, come una pubblicazione dell’Ispi fa emergere[1], nella risoluzione non è previsto alcun meccanismo sanzionatorio effettivo. Si usa infatti l’inglese may be, molto blando e non vincolante. In poche parole, quello che emerge dal Consiglio di Sicurezza è l’intenzione di risolvere la situazione, senza però prendere le misure necessarie per far sì che l’embargo o il cessate il fuoco venga rispettato. È importante anche sottolineare che la risoluzione è stata approvata con 14 voti a favore e l’astensione della Russia. Questo è un meccanismo che permette al Cremlino di non usare il potere di veto, ma anche di dimostrare la sua perplessità verso l’operato del Consiglio di Sicurezza. In seguito alla risoluzione approvata dall’Onu si è mossa l’Unione Europea. I ministri degli esteri dei Paesi membri si sono ritrovati ed hanno deciso di dare avvio ad una nuova missione per far rispettare l’embargo delle armi. L’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, lo spagnolo Borrell, ha detto che le operazioni dovranno concentrarsi nella parte orientale del Mediterraneo, perché è da lì che provengono le armi con cui si combatte la guerra libica. Prima di raggiungere quest’accordo, all’interno dell’Ue si è consumata una battaglia interna, portata avanti soprattutto dal governo austriaco. Vienna teme che una nuova missione possa rappresentare un pull factor per i migranti. Le stesse preoccupazioni sono state espresse da Luigi Di Maio affermando che, qualora le operazioni navali aumentino il flusso di migranti, queste si fermeranno. La situazione libica fa emergere la debolezza della politica estera europea. Il fatto che qualsiasi paese possa opporsi ad una decisione richiede lunghe trattative e compromessi che penalizzano la rapidità con cui, talvolta, è necessario agire. Se a questo aggiungiamo il fatto che i singoli Paesi possono prendere l’iniziativa da soli, non sembra esserci molto spazio per una politica estera incisiva. La nuova missione europea dovrà essere definita nei prossimi incontri durante il mese di marzo, anche perché ad oggi sappiamo ben poco. Ad esempio, non si conoscono le regole di ingaggio. Cosa succede se ci si trova di fronte ad una nave che trasporta armi? Questa è la questione principale che dovrà essere risolta, non dimenticandosi che in Libia sono coinvolti attori non di secondaria importanza, come la Turchia, Egitto e altri.

C’è un ulteriore aspetto che merita un approfondimento, soprattutto per noi europei e per gli eventi che ci hanno coinvolto negli ultimi anni. Nell’opinione pubblica si parla della guerra civile libica come di un conflitto a due attori: al-Serraj e Haftar. Tuttavia, in Libia sono coinvolti più soggetti e c’è una tematica in particolare che non può non essere analizzata - soprattutto in riferimento alla sfera della sicurezza europea: il terrorismo. Infatti, la perenne instabilità del teatro libico ha contribuito alla creazione di un terreno favorevole alla proliferazione dei gruppi jihadisti. Il Country Report on Terrorism 2017, pubblicato dal governo statunitense, ha inserito la Libia nella lista delle nazioni ritenute un rifugio sicuro del terrorismo internazionale. Così come il Global Terrorism Index 2019 ha classificato lo Stato libico al dodicesimo posto tra i Paesi più sottoposti alla minaccia terroristica, con un indice (di pericolosità e impatto) pari a 6.76 su 10.

Tra i gruppi jihadisti che popolano la Libia, occorre certamente menzionare lo Stato Islamico. Questo, sfruttando la situazione interna contrassegnata dal caos, nel 2015 è riuscito a conquistare alcuni territori libici ponendo la sua roccaforte a Sirte - città natale di Gheddafi situata nella regione della Tripolitania. L’Isis è stato in grado di affermarsi grazie alla preziosa alleanza con taluni gruppi locali, come per esempio Majlis Shura Shabab al-Islami. In più, l’organizzazione jihadista si è avvalsa del contributo di numerosi militanti libici rientrati in patria dopo aver combattuto nel teatro siro-iracheno. Ad oggi, l’IS non controlla più nessun territorio e le sue capacità militari si sono significativamente ridotte. Tuttavia, attraverso una presenza di basso profilo, il gruppo continua a configurarsi come una minaccia concreta in grado di condurre attentati nel Paese. Altresì al- Qaeda, tramite la sua cellula stanziata nel Maghreb (AQIM: al-Qa'ida in the Islamic Maghreb), continua a mantenere una sua presenza in loco. Le attività di tale gruppo si concentrano anzitutto nel sud della Libia, in zone remote e desertiche e dai confini estremamente porosi con Stati quali Algeria, Niger e Ciad. Un’altra organizzazione estremista islamica da prendere in considerazione è Ansar al-Sharia Lybia (ASL), emersa durante il conflitto civile nel 2011 e particolarmente attiva nell’est libico, specialmente a Derna e Bengasi. ASL ha instaurato dei solidi legami con al Qaeda, mentre i rapporti con l’IS sono stati alquanto conflittuali. Nel 2017 il gruppo si è sciolto, ma attualmente rimangono elementi locali in parte confluiti nella Benghazi Revolutionaries Shura Council e Darnah Mujahidin Shura Council - coalizioni di fazioni islamiste e jihadiste contrapposte all’Esercito Nazionale Libico guidato da Haftar.

Come possiamo osservare, la situazione è molto più complessa di come spesso viene raccontata. In questa pubblicazione abbiamo deciso di concentrarci sulla questione della sicurezza, sia per la Libia che per l’Unione Europea, ma potremmo andare avanti parlando anche degli interessi economici in Nord Africa. La politica estera di Bruxelles sembra non incisiva in questo momento e c’è un’intervista rilasciata dall’ex ministro degli esteri tedesco nel 2018 che fa al caso nostro. Egli sosteneva l’esigenza di una politica estera europea basata non solo sui valori, che sono importanti, ma anche sulla protezione degli interessi, perché tutti coloro con cui ci confrontiamo quotidianamente ragionano più nell’ultimo senso che nel primo. “In a world full of carnivores, vegetarians have a very tough time of it.”[2]

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-bel-suol-damore-25067

[2] https://www.auswaertiges-amt.de/en/newsroom/news/gabriel-spiegel/1212494

Con il contributo di Vincenzo Battaglia


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  • L'Autore

    Leonardo Cherici

    Leonardo Cherici si è laureato in Filosofia Politica all’Università di Padova con una tesi sul processo di integrazione europeo e sulle teorie politiche che lo hanno ispirato. Si è poi iscritto ad una Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, discutendo una tesi di economia politica nella quale si analizza il recente fenomeno di aumento della diseguaglianza economica e la sua relazione con l’innovazione tecnologica e la globalizzazione.

    All’interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di Vicedirettore di Redazione, coordinando il lavoro dei nostri autori. Fin dal 2019 scrive per l’Area Tematica Europa e per Framing the World

    Leonardo Cherici graduated in Political Philosophy from the University of Padua with a thesis on the European integration process and the political theories that inspired it. He then enrolled for a Master's Degree in International Relations at the Catholic University of Milan, discussing a thesis on political economy in which he analysed the recent phenomenon of increasing economic inequality and its relationship with technological innovation and globalisation.

    Within Mondo Internazionale he holds the position of Deputy Editor-in-Chief, coordinating the work of our authors. Since 2019 he has been writing for the Europe Thematic Area and Framing the World


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