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L’accusa dell’ABJD mette a rischio la presidenza Bolsonaro

Framing the World Focus

Framing the World Focus: sezione America del Sud

Il Presidente Bolsonaro è stato formalmente accusato dall’Associação Brasileira de Juristas pela Democracia (ABJD) davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. L’accusa è partita in seguito alla posizione mantenuta dallo stesso presidente di fronte all’emergenza Coronavirus. Egli si è infatti reso protagonista nelle scorse settimane di alcuni discutibili comportamenti e dichiarazioni, facilitando così il terreno per una sua incriminazione presso l’organo dell’Aia.

L’EMERGENZA COVID-19

Bolsonaro, sin dall’inizio dell’emergenza, ha voluto dare un segnale forte al paese, quando di ritorno dal viaggio presidenziale in Florida di inizio marzo, che ha sancito la positività al Covid-19 del suo capo della comunicazione Fàbio Wajngarten, ha preso parte ad una manifestazione governativa tenutasi a Rio de Janeiro, entrando a stretto contatto con i suoi sostenitori. Così facendo, il leader brasiliano è andato contro le indicazioni del Ministero della Salute, generando diverse critiche non solo tra i membri dall’opposizione ma anche tra i militari e gli stessi alleati. Dopo aver volutamente partecipato alla manifestazione, ignorando i consigli dei medici, Bolsonaro ha deciso di sfidare apertamente il Covid-19. Infatti, a fine marzo, in diretta tv, si è strappato la mascherina protettiva che aveva alla bocca, invitando il popolo brasiliano a riprendere le proprie occupazioni lavorative. Il risvolto mediatico di tali dichiarazioni ha portato l’ABJD a considerarlo colpevole anche di "crimine di epidemia”, fattispecie prevista dal codice penale brasiliano che prevede pene severe a chiunque, malato o in quarantena, arrechi danni ad altri con un comportamento irresponsabile. Sempre nel contesto dell'emergenza Coronavirus, ha fatto la sua parte anche il figlio del Presidente, Eduardo Bolsonaro, il quale si è reso protagonista di gravi insinuazioni su Twitter nei confronti della Cina, provocando così una crisi diplomatica tra i due paesi. Il figlio di Bolsonaro, membro della Camera dei deputati brasiliana, ha difatti attribuito la responsabilità della diffusione del Covid-19 al Partito Comunista Cinese. Un’offesa alla quale l’ambasciatore cinese in Brasile, Yang Wanming, ha risposto, accusando a sua volta lo stesso Bolsonaro Jr. di aver contratto un “virus mentale” durante il viaggio appena concluso negli USA.

I PRECEDENTI DI BOLSONARO

Non è la prima volta che il governo Bolsonaro si trova a dover affrontare un’emergenza simile (in termini di gravità) al Covid-19. Già nell’estate del 2019 gli incendi divampati nell’area amazzonica avevano messo a dura prova la tenuta del governo. Dei 74.155 incendi registrati dall’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (INPE), 39.194 erano occorsi proprio all’interno della regione legale dell’Amazzonia Brasiliana, arrivando il 19 agosto a coprire di nero il cielo di San Paolo. La grande estensione degli incendi aveva messo a rischio la sopravvivenza delle popolazioni indigene dell’area, generando un movimento di protesta internazionale, guidato tra gli altri anche dalla famosa attivista svedese per il clima, Greta Thunberg. La gravità della situazione aveva suscitato diverse polemiche tra gli Stati, allarmati per un possibile allargamento degli incendi in altre aree. Sotto la pressione internazionale, il Presidente brasiliano ha iniziato a muovere (ma ormai tardivamente) i pompieri e l’esercito nelle aree colpite. La mancata risposta brasiliana era stata in quell’occasione fortemente criticata dal presidente francese Macron, il quale aveva lanciato pesanti accuse allo stesso Presidente Bolsonaro, reo secondo lui di aver provocato una vera e propria crisi internazionale.

Il Covid-19 e gli incendi in Amazzonia sono state sicuramente le principali emergenze che lo stato brasiliano ha dovuto affrontare durante il primo anno e mezzo di presidenza Bolsonaro. Una presidenza che, nonostante le aspettative dei suoi sostenitori (membri della chiesa evangelica brasiliana e “fazenderos, rappresentanti della finanza e del mondo agrario), non ha portato al cambio di rotta sperato, necessario per poter dimenticare in fretta il tragico periodo di presidenza Temer, concluso con la sua incriminazione a seguito dell’inchiesta “Lava Jato. La situazione di instabilità politica e sociale presente nel Paese si è infatti aggravata con Bolsonaro. Alle proteste estive delle comunità indigene hanno fatto seguito quelle della comunità LGBT+. Una comunità LGBT + che ha visto, con l’arrivo di Bolsonaro, un ridimensionamento della sua importanza. I suoi membri hanno infatti perso importanti ruoli nel governo, subendo una discriminazione tale da portare la stessa comunità a non essere mai considerata nelle politiche di promozione dei diritti umani nel Paese. I provvedimenti subiti hanno portato l’associazione LGBT + brasiliana a presentare una dichiarazione contro Bolsonaro di fronte al Consiglio dei Diritti Umani, invitando la Presidente, la cilena Michelle Bachelet, a sospendere la presenza del Brasile nell’organo.

Una sollevazione contro il Presidente proseguita poi con lo scandalo della commedia La prima tentazione di Cristo, comparsa per la prima volta su Netflix a dicembre 2019. Una commedia che mostrava la vita di un Gesù Gay, convinto sostenitore della comunità LGBT +. Davanti ad una tale situazione, Il 3 dicembre i cittadini brasiliani sono scesi in piazza per protestare, sottolineando come una tale commedia potesse essere considerata una grave offesa per lo Stato. Per Bolsonaro, la visione “oscena” di un Gesù Gay, era tale da far convocare d’urgenza nella Camera dei deputati la troupe di Netflix, per poter affrontare al meglio la questione. La decisione governativa non ha placato le polemiche, portando alla vigilia di Natale alcuni piromani ad appiccare un incendio proprio davanti agli studi degli autori della serie, il collettivo Porta dos Fundos. Dopo alcuni giorni, lo stesso gruppo di piromani ha rivendicato l'attentato a nome di "Integralismo", un movimento cattolico brasiliano, di orientamento fascista nato nel 1930. In una situazione così complicata il giudice di Rio, Benedict Abicar, ha deciso di intervenire, emanando un decreto che obbligava la produzione a sospendere la distribuzione e imponeva a Netflix di toglierlo dalla sua piattaforma. Netflix ha deciso di impugnare il decreto, rivolgendosi al Tribunale Superiore Federale. La Corte Suprema, chiamata a giudicare in ultima istanza sul fatto, a gennaio 2020 ha ribaltato il verdetto del giudice di Rio, decidendo così per la messa in onda della commedia.

CONCLUSIONI

Se le vicende con la comunità LGBT+ rimangono una sfida importante per il governo di Bolsonaro, anche di fronte alla storica decisione del maggio 2019 della Corte Suprema di considerare l’omofobia un reato, allo stesso modo continua ad essere particolarmente complicato il rapporto tra Bolsonaro e gli indigeni, sempre più emarginati e isolati dalla società. Dalla procedura di impeachment di Dilma Rousseff, infatti, tutti i miglioramenti sociali volti ad eliminare le differenze tra le classi, come il programma di aiuti della Bolsa Familia, assegni e sgravi fiscali per la maternità, “farmacie popolari” di sostegno ai più poveri, sono stati progressivamente eliminati per far posto a un aumento di investimenti economici e minerari, volti a rafforzare il settore finanziario nel Paese.

Il Brasile, lo stato latino-americano protagonista negli scorsi anni di moderni tentativi di politiche sociali, all’avanguardia in tutto il continente sudamericano, è così entrato in una situazione di grave e dilagante instabilità sociale che prosegue ancora oggi. La bandiera verdeoro con il globo pieno di stelle dal motto “Ordem e Progesso”, non sembra più rispecchiare l’unità di un Paese dove le proteste sociali sono arrivate a toccare i massimi storici.  

In tale contesto, Il recente atteggiamento del presidente verso il Covid-19 rientra in una discutibile gestione del potere che ha finito per mettere a rischio contagio tutti i cittadini, indigeni compresi, generando l’ennesima accusa nei suoi confronti per violazione dei diritti umani. Bolsonaro, che nei giorni scorsi ha violato la quarantena obbligatoria per andare a comprare delle ciambelle, in un paese con un numero di oltre 15.000 contagi, potrebbe essere presto chiamato a dover rispondere delle proprie azioni. Che questo sia il suo ultimo “efferato” atto presidenziale, prima di una procedura di impeachment? Difficile da dire. Se le probabilità di un’ incriminazione del Presidente presso la Corte Penale Internazionale sembrano elevate, più difficile invece risulta ipotizzare che tale atto possa rappresentare l’inizio di un processo di messa in stato d’accusa da parte del Senato brasiliano. La storia recente del Brasile insegna però come gli ultimi presidenti dello Stato carioca, seppur abbiano avuto quasi tutti dei problemi con la giustizia, ne siano usciti quasi sempre puliti. In uno Stato sempre più dominato dall’incertezza delle misure adottate da Bolsonaro, il popolo brasiliano prosegue imperterrito nella sua protesta per ottenere giustizia. Lo slogan “Fora Bolsonaro” non è mai stato così attuale, tanto da portare gli stessi brasiliani sui balconi a suonare le pentole nella "panelação", nuova forma di protesta ideata durante la quarantena obbligatoria.

A cura di Domenico Barbato


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