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Le ombre dietro al Presidente colombiano Duque

Framing the World Focus

Sezione America del Sud

Una nuova prova audio comparsa sulla pagina web del quotidiano colombiano, Semana, incastrerebbe il presidente Duque e confermerebbe il profondo legame tra il presidente colombiano e il narcotraffico. L’intercettazione telefonica, risalente all’estate 2018, è ad oggi una delle prove principali in mano alla Procura Generale Colombiana all’interno dell’indagine preliminare, avviata nei mesi scorsi, volta a chiarire le circostanze generali che hanno favorito il successo del presidente nelle elezioni del 2018. Secondo la procura, dietro alla vittoria di Duque si nasconderebbe un complesso sistema di compravendita di voti che lo avrebbe favorito nella corsa presidenziale. Il supporto ricevuto dai Narcos sarebbe quindi stato fondamentale al secondo turno elettorale, nel decisivo scontro con l’ex sindaco di Bogotà, Gustavo Petro.

L’ORIGINE DELL’INDAGINE

L’indagine preliminare, avviata a marzo dalla Procura Generale Colombiana, è partita da una serie di intercettazioni telefoniche effettuate ai danni del noto narcotrafficante José Guillermo "Ñeñe" Hernández tra il 26 maggio e 19 novembre 2018. Dopo due anni di investigazioni a vuoto, la svolta nelle indagini si è avuta nel febbraio del 2020, quando i giornalisti della Semana, collaborando con la procura, hanno cercato di ricostruire la vicenda, partendo dalla testimonianza chiave dell’ex membro del congresso Aìda Merlano. La Merlano, attualmente in carcere a Maracaibo dopo la fuga del 2019, ha dichiarato nel suo interrogatorio di garanzia di essere a conoscenza di una fitta rete di corruzione elettorale che vedrebbe implicati i più importanti clan della costa atlantica, come i Chars e i Gerlein. I clan avrebbero quindi favorito Ivan Duque nel raggiungere la presidenza dello stato.

Dalla sua testimonianza le indagini si sono allargate a tutti i principali eventi del 2019, in particolare ai presunti omicidi imputati al Ñeñe Hernández. Proprio indagando su uno di quelli rimasti irrisolti - il caso del ventinovenne di Baranquilla Óscar Eduardo Rodríguez Pomar - la procura ha potuto accedere ad un’importante intercettazione telefonica. Nell’audio poi trasmesso ai giornali, Ñeñe Hernández parla con una misteriosa donna di una campagna di acquisto di voti per favorire la vittoria di Duque. La donna, rimasta inizialmente sconosciuta, è stata poi individuata nell’assistente del senatore Uribe, María Claudia Daza Castro, grazie al decisivo intervento del giornalista della Semana, Julián Martinez. Nel programma Vicky en Semana, Martinez ha fatto luce sulla vicenda, sottolineando la responsabilità della Daza Castro e il suo presunto coinvolgimento nella vicenda di Priscilla Cabrales, un’altra importante collaboratrice del senatore Uribe. Stando alla versione riportata dal giornalista, il Ñeñe avrebbe fatto riferimento alla Daza Castro per l’acquisto dei voti, riportando ogni significativo progresso della campagna elettorale proprio alla Cabrales. 

La redazione del giornale Semana ha poi deciso di mettere in rete parte della registrazione, trasmettendola attraverso un podcast sul proprio sito internet. Nell’audio presente sul sito vi sarebbe secondo lo stesso Martinez una prova schiacciante del legame tra Duque e il narcotraffico. Particolare rilevanza assumono queste parole nella registrazione: “Attenzione, in passato abbiamo approfittato del denaro rubato a Vargas Lleras, dei trasporti e di cose che nei prossimi anni non avremo, potete immaginare dove ci avrebbero portato quelle centinaia e milioni di pesos, cosa sarebbe successo nella Valledupar”. Qui, infatti, vengono nominati centinaia di milioni di pesos, una somma di denaro che rispecchierebbe con buona probabilità la disponibilità economica investita dai narcos per sostenere la campagna di Duque.

LA RETE DI CORRUZIONE

In risposta alle pesanti insinuazioni della Semana, il responsabile della campagna di Duque, Luis Guillermo Echeverri Vélez, ha presentato un lungo rapporto sulle spese sostenute durante il periodo elettorale. Con questa mossa, il Centro Democrático ha cercato di allontanare le accuse dell’opposizione su presunte irregolarità nei conti del partito. Il rapporto presentato non ha tuttavia evitato al partito presidenziale di finire sotto accusa per alcune indiscrezioni fatte trapelare dal canale Noticias Uno. Il canale televisivo ha rivelato nei primi giorni di marzo di un presunto incontro tra il Ñeñe Hernández e l'attuale rappresentante del Centro Democrático (partito di Duque) Edward Rodriguez, che ha dichiarato di conoscere il narcotrafficante solo come “un onesto uomo d'affari". Una vicenda complicata che ha portato il Presidente Duque e il suo referente politico, il senatore Uribe, a doversi difendere dalle molteplici accuse di coinvolgimento nella vicenda, a loro rivolte dall’opinione pubblica. Duque ha chiarito più volte di non aver mai richiesto a Ñeñe Hernández fondi per la sua campagna, ignorando addirittura l’esistenza di indagini aperte sul suo conto. Uribe ha invece ribadito in più occasioni la sua estraneità ai fatti. Una posizione, quella di Uribe, solo leggermente intaccata dalla comprovata complicità nella vicenda della sua assistente, Maria Claudia Daza Castro.

Nonostante l’accusa mossa alla Daza Castro, la Procura colombiana continua a non indagare a fondo sulla questione, frenata probabilmente dal forte legame d’amicizia tra il procuratore capo Francisco Barbosa e il presidente Duque. Un’amicizia nata ai tempi dell’università, rafforzatasi proprio nel gennaio 2020 con l’arrivo di Barbosa a capo della Procura. Barbosa è il terzo capo della Procura colombiana in soli due anni di presidenza Duque. Un governo che ha deciso di optare su una figura solida come Barbosa, dopo le traballanti esperienze di Fabio Espitia e Néstor Humberto Martínez, quest’ultimo dimessosi per il conflitto d’interesse nel caso Odebrecht. Preoccupato dalle varie congetture, Duque è subito corso ai ripari, scegliendo un uomo di sua fiducia a capo della giustizia. La nomina di Barbosa potrebbe quindi essere l’ultimo atto di una strategia cospirativa che ha permesso al presidente di consolidare il suo potere. Una abile strategia cospirativa, sviluppata in due fasi: una prima dove Il narcotraffico e i poteri forti avrebbero dovuto permettere al candidato del Centro Democrático di arrivare alla presidenza; una seconda nella quale Hernández e soci non sarebbero più serviti, finendo per essere eliminati in quanto persone informate sui fatti. Sulla morte del Ñeñe, avvenuta a San Paolo il 2 maggio del 2019, rimangono oggi parecchi dubbi. La moglie dell’ex trafficante, Maria Mónica Urbiña, continua a distanza di un anno a lanciare accuse allo Stato, sostenendo che suo marito sia morto per coprire l’ennesimo caso di corruzione statale. La versione ipotizzata dai media carioca su una rapina finita male non sembra essere convincente.

CONCLUSIONI

In uno stato come quello colombiano, storicamente devastato dalle violenze di narcos e FARC, la giustizia continua a vacillare. La condanna dell’ambasciatore in Uruguay, Fernando Sanclemente, e la recente scoperta di dossier militari dettagliati sulla vita di 130 giornalisti ed attivisti, sono chiari segnali di un sistema giudiziario che non riesce ad affrontare i suoi limiti strutturali.

Gli storici accordi di Cartagena del novembre 2016 non hanno infatti favorito quel cambio di mentalità sperato dall’amministrazione Santos, riportando la droga e la violenza ai massimi livelli. La Colombia vive oggi una situazione simile a quella del drammatico 1989, anno più buio della sua storia recente. In quell'anno il narcotraffico, guidato da Pablo Escobar e dal Cartello di Cali, riuscì a diventare il vero padrone dello Stato, generando il primo Narco-Stato dell’America Latina. A trent’anni di distanza, i narcos proseguono nel loro controllo sulla vita politica dello Paese, influenzando nomine e decisioni governative che impattano fortemente sulla vita dei cittadini.

In uno scenario simile il governo di Duque è arrivato a toccare un tasso di disapprovazione popolare del 69%. Un dissenso che nei mesi scorsi ha portato sindacati e indigeni a organizzare vari paros, scioperi nazionali generali che hanno aumentato il risentimento generale verso un’amministrazione corrotta e un presidente in mano a potentati locali come Chars e Gerlein. Tuttavia, le proteste popolari degli ultimi mesi difficilmente daranno uno scossone alle indagini, siccome la testimone chiave, la senatrice Aìda Merlano, è in esilio in Venezuela e il procuratore capo Barbosa si limita con l’assenso dei poteri forti a svolgere le sue ordinarie funzioni. 

Quanto detto sinora sembra quindi essere l’ennesima dimostrazione di un controllo sotterraneo dei narcos che si amplia sempre di più. Le istituzioni colombiane sono quindi chiamate a dover trovare una soluzione ad una corruzione dilagante che ha messo in ginocchio il Paese. In questo contesto, la campagna di sradicamento delle piantagioni di coca, promossa da Duque durante l’emergenza Covid-19, pare essere già destinata al fallimento.


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  • L'Autore

    Domenico Barbato

    Laureato in Scienze Internazionali Istituzioni Europee a dicembre 2018 con una tesi sul caso Saramaka, primo caso di violazione del diritto di proprietà indigena di fronte agli organi dell'OSA. A gennaio ha inoltre svolto un corso sulla cybersecurity che gli ha permesso di comprendere le dinamiche relative alla privacy e ai diritti ad esso inerenti. Ha partecipato a diverse simulazioni delle Nazioni Unite MUN e ha anche assistito al primo International Participant Meeting, nella funzione di staff.

    Attualmente collabora con Mondo Internazionale scrivendo di America Latina per Framing the World ed è Vice-Responsabile del progetto Tra Scienza e Conoscenza.

    ll suo sogno sarebbe quello di poter diventare un giornalista su dinamiche internazionali e/o sullo sport. Magari aggiungendo alle competenze acquisite durante i tre anni di studi universitari, tra cui una buona conoscenza di inglese e spagnolo, una migliore comprensione delle dinamiche sportive.

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