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Il nuovo bilancio europeo e l'introduzione di nuove risorse proprie

Lo scorso 21 luglio dopo una fortissima contrapposizione interna, il Consiglio europeo ha raggiunto l’accordo sull’ormai famoso Next Generation EU, anche attraverso delle profonde modifiche alla struttura originale del progetto.

L’iniziativa ha la peculiarità di essere direttamente correlata al nuovo Multiannual Financial Framework 2021-2027 (MFF), più comunemente conosciuto come bilancio europeo.

Le risorse finanziarie necessarie per dar vita agli aiuti del Next Generation EU saranno infatti raccolte attraverso l’emissione di titoli nei mercati finanziari da parte della Commissione Europea. Il connesso debito europeo che si andrà a generare e che avrà una durata di lunghissimo periodo (le prime scadenze matureranno nel 2028, mentre le ultime nel 2058) sarà in questo modo garantito dai prossimi MFF; un aspetto molto importante che assicurerà credibilità e solidità, e un rating positivo sull’emissione dei titoli.

La peculiarità in questo caso risiede nel fatto che il debito andrà ripagato, compresi gli interessi, mediante incrementi delle stesse entrate nei prossimi MFF, anche attraverso l’introduzione di nuove risorse proprie. [1]

Quest’ultimo aspetto, soprattutto nel lungo periodo, giocherà un ruolo essenziale sia dal punto di vista strettamente economico ma anche da quello politico, attraverso il raggiungimento di importanti soluzioni per eliminare o comunque limare aspetti negativi che si presentano tuttora nella regolamentazione europea.

Nuove risorse proprie: un dibattito che precede la crisi

Il dibattito inerente alle risorse proprie all’interno dei bilanci pluriennali europei non è un argomento nuovo, presentandosi ciclicamente con l’approvazione di ogni bilancio, ed un esempio molto calzante in questo caso riguarda le proposte avanzate dalla Commissione Juncker, durante i lavori preparatori per il nuovo bilancio europeo 2021-2027. Proposte, che come vedremo in seguito non sono state accantonate totalmente dalla nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen, ma che hanno fornito un contributo molto importante al dibattito attuale.

Fra le proposte avanzate in via provvisoria dalla nuova Commissione e poi accettate dal Consiglio, vi è una riforma sullo scambio delle quote di emissione (EU ETS), che si andrebbe a sommare, completando allo stesso tempo l’attuazione di un meccanismo di adeguamento del CO2 alle frontiere (Carbon Tax).

Questa proposta ha assunto una crescente importanza nell’ultimo periodo grazie anche all’appello lanciato lo scorso maggio firmato da 27 premi Nobel, seguito da un’iniziativa popolare “StopGlobalWarming”[2]

In particolare, la proposta ha come finalità quella di intervenire sul prezzo del carbonio, fissandolo a 50 euro a tonnellata; prezzo che dovrà aumentare a 100 euro a tonnellata entro il 2025, garantendo un guadagno stimato di 180 miliardi all’anno.

Lo scopo è di cercare di imporre un prezzo uniforme a livello globale per ridurre le emissioni, contrastando le pratiche di dumping da parte di paesi che non hanno fissato un prezzo al carbonio; una pratica che verrebbe così osteggiata attraverso l’introduzione di una tassa alle frontiere europee.

Per l’attuazione di questa articolata proposta è necessaria una forte convergenza interna a livello europeo, che dovrà accompagnare due azioni: da una parte le istituzioni europee dovranno farsi carico di un rafforzamento del ETS EU, estendendolo ai settori per ora esclusi come ad esempio quelli degli allevamenti intensivi e quello dei trasporti aerei e marittimi, con un aumento dei prezzi delle emissioni, a cui dovrà far seguito la creazione di una Carbon Tax europea.

Si tratta di una proposta molto suggestiva che potrebbe risultare molto importante per il futuro dell’Unione Europea, proprio perché garantirebbe importantissime risorse per la promozione di una “crescita giusta, verde e digitale”, favorendo allo stesso tempo l’attuazione dello European Green Deal, e l’abbattimento delle emissioni di carbonio. [3]

La Commissione ha avanzato anche l’ipotesi di introdurre una nuova tassa rivolta alle attività delle multinazionali che operano in Europa; un’ipotesi ben poco chiara, ma che mirerebbe a favorire entrate per circa 10 miliardi di euro all’anno.

A livello teorico si tratterebbe di un’imposta a livello centrale, che supererebbe i vincoli imposti dalle differenti politiche fiscale attuate dagli Stati; un’ipotesi che in parte segue la proposta di alcuni anni fa avanzata dal Parlamento europeo volta ad introdurre una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (common consolidated corporate tax base o CCCTB)[4].

A fianco di questa proposta va annoverata anche l’iniziativa volta ad introdurre la cosiddetta Web Tax, ampiamente discussa in un articolo di alcuni mesi fa; un'imposta che dovrebbe assicurare una nuova tassazione per i colossi digitali che tuttora godono di benefici dal punto di vista fiscale.

Ormai da alcuni anni questo tema è centrale nel dibattito europeo, con la Francia che ne era diventato vero e proprio promotore sia a livello nazionale che europeo; un posizionamento molto forte che aveva causato anche una forte contrapposizione con gli USA, paese di origini dei più grandi colossi digitali che operano nel Vecchio continente.

L’avvento della nuova Commissione aveva già posto l’accento sulla questione prima dell’avvento della crisi, seguendo l’importante lavoro svolto dall’OCSE che poneva le basi per una soluzione a livello internazionale.

L’iniziativa promossa dall’OCSE mira all’intera platea delle multinazionali (non solo del digitale) e viene strutturata su due pilastri: la tassazione viene applicata infatti dove le aziende raggiungono un profitto, invece che dove le aziende hanno la propria sede legale (nexus); oltre al fatto che i ricavi trasferiti all’estero dovranno essere in parte riallocati sui mercati dove si svolge l’attività (profit allocation, seguendo il modello Iva). [5]

Nonostante le difficoltà dal punto di vista negoziale e l’avvento della pandemia, è tuttora presupposto della Commissione sostenere la proposta guidata dall'OCSE [6], attendendo i futuri appuntamenti del G20 per trovare una soluzione definitiva e di compromesso, dimostrando allo stesso tempo determinazione nel raggiungere una soluzione anche unilaterale che possa risolvere il problema, proteggendo gli Stati dal fenomeno definito “Base Erosion and Profit Shifting” (BEPS). [7]

La proposta andrebbe così a completare quanto già discussa dalla Commissione Juncker, che già nel 2018 aveva presentato una prima bozza di progetto per una Digital Service Tax europea, che introduceva un’aliquota del 3% sul fatturato delle aziende digitali. [8]

Le due proposte sopra citate però causeranno sicuramente fortissime tensioni interne alla stessa Unione, dimostrando una certa fragilità sistemica nel riuscire ad affrontare un tema centrale come quello della fiscalità. A paesi come Francia ed Italia, che si trovano in una posizione favorevole, anche se per certi aspetti attendista sul tema, ne sono presenti infatti altrettanti come Olanda, Lussemburgo ed Irlanda, che attraverso politiche fiscali particolarmente aggressive ricavano importanti vantaggi economici. [9]

Infine, sempre per quanto riguarda le nuove proposte in tema di entrate, si andranno ad aggiungere la novità sull’IVA che verrà sottoposta a semplificazione attraverso la nuova regolamentazione, introdotta dalla Commissione nel 2019, con l’imposizione di un’aliquota uniforme dello 0,3% che verrà applicata alle basi imponibili IVA di tutti gli Stati; ed infine ad una nuova imposta sulle transazioni finanziarie ed una sugli imballaggi di plastica non riciclata.

La cosiddetta Plastic Tax, anche in questo caso già proposta dalla Commissione Juncker, secondo i piani originali prevedeva l’introduzione di un contributo in base alla quantità di rifiuti non riciclati di imballaggi in plastica.

La nuova imposta, che segue quanto ideato dalla vecchia Commissione, fisserà un importo di 0,80 euro al Kg sugli imballaggi in plastica non riciclati, ed entrerà in vigore 1° gennaio 2021.

Questa iniziativa ha sollevato notevoli perplessità in molti settori economici per gli impatti negativi che potrebbe causare, mentre è stato a più riprese elogiata dalle associazioni ambientaliste poiché in grado di ridurre i rifiuti plastici ed incentivare strategie di riciclo, seguendo quanto introdotto dal Circular Economy Action Plan[10]

Vengono delineate in questo modo importanti prospettive per il sostegno del prossimo bilancio UE, che allo stesso tempo perseguono quanto tracciato dallo European Green Deal; sarà in questo caso determinante vedere come suddetti presupposti verranno attuati in pratiche efficienti o se rimarranno semplici proposte.

Una cosa è risultata chiara dalle divergenze emerse durante il Consiglio europeo: all’attività propositiva svolta dalla Commissione, ha fatto seguito un atteggiamento molto più refrattario da parte degli Stati, ulteriormente esacerbato dalla strutturazione europea e dal modello intergovernativo, che continua ad anteporre con forza gli interessi nazionali a quelli europei.

Un fenomeno che può essere notato dalla scarsa volontà di affrontare con forza una questione fortemente contraddittoria, preferendo procrastinare i lavori, e rimandando l’introduzione della Digital Tax e della Carbon Tax entro il 1° gennaio 2023. Una scelta controversa nei confronti di una decisione centrale per il futuro dell’Unione Europea.

Fonti consultate per il presente articolo:

[1] https://sep.luiss.it/sites/sep.luiss.it/files/Next Generation EU - Italiano.pdf

[2] https://www.stopglobalwarming.eu/?lang=it

[3] https://www.linkiesta.it/2020/05/recovery-fund-carbon-tax/

[4] https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/economy/20180308STO99329/elusione-fiscale-le-multinazionali-paghino-le-tasse-dove-realizzano-i-profitti

[5] https://www.oecd.org/tax/oecd-leading-multilateral-efforts-to-address-tax-challenges-from-digitalisation-of-the-economy.htm

[6] https://www.ilsole24ore.com/art/nuova-web-tax-via-portera-ogni-anno-108-milioni-piu-ACesBi8

[7] https://formiche.net/2019/12/web-tax-italia-europa/

[8] http://www.giuliapastorella.eu/wp-content/uploads/2019/07/IP-Digital-taxation-EN1.pdf

[9] https://www.ilsole24ore.com/art/gualtieri-web-tax-serve-accordo-globale-ma-l-italia-non-si-ferma-ACebPoDB

[10] https://www.consilium.europa.eu/media/45118/210720-euco-final-conclusions-it.pdf


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  • L'Autore

    Tiziano Sini

    Tiziano Sini dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze politiche presso la facoltà "Cesare Alfieri" di Firenze, si specializza presso la Luiss "Guido Carli" di Roma in Relazioni Internazionale con una tesi in Economia Europea sull'analisi dell'European Green Deal e la relazione con le politiche promosse dal Next Generation Eu.

    Da sempre appassionato di politica nazionale ed internazionale, con uno sguardo sempre rivolto alla dimensione economica.

    All'interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di autore occupandosi di tematiche europee.

    Tiziano Sini after having obtained the Bachelor's Degree in Political Science at faculty "Cesare Alfieri" of Florence, majored at Luiss "Guido Carli" of Rome in International Relations with dissertation in European Economy on the analysis of the European Green Deal and the relationship with policies promoted by the Next Generation Eu.

    He was always been passionate about national and international politics, always looking at the economic dimension.

    In the context of Mondo Internazionale he holds the position of author dealing with European affairs.


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