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Il Consiglio Europeo: fra narrazioni e risultati

Framing the World Focus

Sezione: Unione Europea


Il Consiglio Europeo, che si è tenuto lo scorso 23 aprile, può essere inserito nella lista degli appuntamenti più importanti degli ultimi anni. Molti cittadini hanno seguito con attenzione il dibattito europeo, cercando di capire se Bruxelles potesse introdurre una strategia innovativa per far fronte all’emergenza economica causata dalla pandemia. In queste settimane si è anche parlato del Covid-19 come di un virus democratico, che colpisce tutti indistintamente. Abbiamo visto che non è stato proprio così e, infatti, all'interno di ogni singola Nazione alcuni continuano a lavorare mentre altri invece rischiano di rimanere fermi per mesi. Molti attori della società civile temono che questa situazione possa accentuare le diseguaglianze economiche ed esporre le fasce più deboli della popolazione ad un periodo davvero difficile. Allo stesso modo, l’impatto economico del Covid-19 si differenzia anche da Paese a Paese. Ad esempio, in Italia, in Francia e in Spagna il turismo rappresenta una componente importante dell’economia nazionale ed è stato colpito duramente. L’altro aspetto da tenere in considerazione è lo spazio di manovra fiscale di ogni Stato, tutt’altro che uguale all’interno dell’area euro. Per tutte queste ragioni, si riponeva molta fiducia nel Consiglio Europeo di giovedì scorso.

Durante queste settimane, l’opinione pubblica si è mostrata sempre più insofferente ad una mancanza di solidarietà da parte di alcuni Paesi europei. Da un punto di vista comunicativo, la divisione fra il Sud in difficoltà e il Nord egoista può sicuramente fare presa, ma la questione è più complessa. Alla base c’è una divergenza sull’idea stessa di Europa. Si è parlato moltissimo della creazione di bond comuni da utilizzare per combattere le conseguenze economiche della pandemia. Puntualmente è arrivata l’opposizione da parte di Olanda, Austria e altri Paesi del Nord Europa con la posizione ambigua della Germania. In una lettera al Financial Times[1] del 16 febbraio 2020, quando ancora il Covid-19 sembrava lontano, i cosiddetti Frugal Four (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia) ribadivano la loro contrarietà all’aumento del budget europeo che era stato proposto. C’è quindi la paura, alla base, che uno strumento pensato per essere temporaneo possa poi tramutarsi in definitivo, richiedendo un maggior impegno da parte dei singoli Stati. In Italia abbiamo discusso molto di Eurobond, come se questi fossero una soluzione immediata, ma nel discorso al Bundestag, la cancelliera Merkel ha ricordato che si richiederebbe molto tempo per attivarli, visto la necessità di modificare i Trattati.

Per tutta questa serie di ragioni, appena è terminato il Consiglio Europeo del 23 aprile, la prima domanda che ha cominciato a circolare è stata: “Chi ha vinto?”, come se la politica europea potesse essere paragonata ad un match di calcio da 90 minuti. In realtà, non c’è una finale in cui ci si gioca il tutto per tutto, ma un sottile lavoro diplomatico che va avanti da mesi. Dal Consiglio Europeo non escono né sconfitti né vincitori, per adesso. Ci sono stati dei passi avanti importanti, è vero, ma molto rimane indeciso. I leader europei si sono accordati su un pacchetto di misure che dovrebbe essere operativo dal primo giugno: 540 miliardi divisi fra Bei, Mes e Sure. Rispettivamente questi fondi dovrebbero rivolgersi alle imprese, agli Stati e ai lavoratori. Il Meccanismo Europeo di Stabilità ha attirato su di sé le più aspre critiche, soprattutto nel nostro Paese. La paura che possano spuntare delle condizionalità dopo l’attivazione ha suscitato l’opposizione di alcuni schieramenti politici, anche se dal governo c’è stato l’impegno a valutare nel dettaglio ogni singola condizione prima di firmare. In realtà, quella che si è consumata sul Mes è stata una battaglia più ideologica che sul merito, anche se rimangono certamente alcuni nodi da chiarire. Come si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli. Il punto più importante segnato dal Consiglio Europeo non riguarda, però, i 540 miliardi introdotti, ma l’istituzione di un recovery fund necessario ad aiutare le aree e i settori più colpiti dalla crisi economica. Perché conta? Conta perché è una misura innovativa, non prevista fino ad ora, che traduce la presa di coscienza da parte della comunità europea rispetto al momento che stiamo attraversando (che non ha nulla a che fare con quanto affrontato in passato). Nella conferenza stampa del 26 aprile, il Presidente Conte ha posto l’accento sul significato politico di questo fondo. In questo modo può ottenere due risultati: da una parte è un modo per indirizzare l’Unione Europea su un sentiero ben preciso, quello di una comunità politica e non di un’architettura meramente funzionale alle quattro libertà. Dall’altra, gli ha permesso di segnare un punto sull’opinione pubblica interna, visti i recenti attacchi delle opposizioni e le voci su un possibile governo di larghe intese. Questo ha sicuramente permesso di rilanciare mediaticamente la credibilità estera di Giuseppe Conte. Ad oggi, però, questo recovery fund è più un simbolo che uno strumento effettivo. Il Consiglio Europeo ha infatti incaricato la Commissione di analizzare la situazione e presentare una proposta adeguata nelle prossime settimane. Ursula Von der Leyen ha dichiarato di puntare su una connessione fra il fondo e il QFP (Quadro di finanziamento pluriennale). Facile a dirsi, difficile a farsi. Il Consiglio svolge un ruolo centrale nel definire il QFP e, dopo il 23 aprile, non si è vista unità di intenti. I nodi principali da risolvere riguardano come finanziarie questo fondo e in che modo possa poi agire. Il Presidente Macron, come riporta Politico, [2] constata il mancato accordo sulla fruizione di questi fondi. Saranno prestiti? Saranno trasferimenti? Non è un aspetto da poco, viste le finanze pubbliche di alcuni Paesi ed è probabile che su questo aspetto ci sarà un nuovo scontro. Siamo ancora lontani dalla narrazione vittoriosa che ci è stata presentata in queste settimane, ma un notevole passo in avanti è stato comunque fatto.

Al di là degli aspetti tecnici che saranno chiariti dalla Commissione, la cui proposta somiglierà sicuramente ad un compromesso fra le varie anime europee, c’è un insegnamento che possiamo trarre da tutta questa situazione. La semplificazione con cui la politica europea è stata presentata, come sostenevamo all’inizio, ha imbrigliato gli esecutivi nelle trattative. In un'interessante analisi su Limes[3], Manlio Graziano prova a decostruire la narrazione comune che oppone le cicale e le formiche (Sud Europa contro Nord Europa). Dal nostro punto di vista, è semplice lamentare la mancanza di solidarietà della Germania, come se questa non fosse toccata dalla crisi in corso. In realtà, anche il Paese teutonico sta attraversando un momento di politica interna particolarmente delicato. Non c’è sicurezza sul dopo-Merkel e abbiamo visto crescere in questi mesi la destra di Alternative für Deutschland. La paura è che un eccesso di solidarietà nei confronti dei vicini europei, unito al ricordo dell’iperinflazione degli anni Venti, possa portare ad un ribaltamento dei rapporti di forza in politica interna, con conseguenze disastrose per il processo di integrazione europeo. Per tutti questi motivi, è importante mettere da parte le semplificazioni e rispolverare un po’ di realismo politico per valutare, soppesare e poi agire, liberi da ogni condizionamento, ma consapevoli del rischio che stiamo correndo.

[1] https://www.ft.com/content/7faae690-4e65-11ea-95a0-43d18ec715f5

[2] https://www.politico.eu/article/eu-leaders-back-budget-reboot-for-coronavirus-recovery/

[3] https://www.limesonline.com/ue-solidarieta-coronavirus-sovranisti-francia-italia-germania-economia/117640


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  • L'Autore

    Leonardo Cherici

    Leonardo Cherici si è laureato in Filosofia Politica all’Università di Padova con una tesi sul processo di integrazione europeo e sulle teorie politiche che lo hanno ispirato. Si è poi iscritto ad una Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, discutendo una tesi di economia politica nella quale si analizza il recente fenomeno di aumento della diseguaglianza economica e la sua relazione con l’innovazione tecnologica e la globalizzazione.

    All’interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di Vicedirettore di Redazione, coordinando il lavoro dei nostri autori. Fin dal 2019 scrive per l’Area Tematica Europa e per Framing the World

    Leonardo Cherici graduated in Political Philosophy from the University of Padua with a thesis on the European integration process and the political theories that inspired it. He then enrolled for a Master's Degree in International Relations at the Catholic University of Milan, discussing a thesis on political economy in which he analysed the recent phenomenon of increasing economic inequality and its relationship with technological innovation and globalisation.

    Within Mondo Internazionale he holds the position of Deputy Editor-in-Chief, coordinating the work of our authors. Since 2019 he has been writing for the Europe Thematic Area and Framing the World


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Dal Mondo Europa Sezioni Organizzazioni Internazionali Pace, giustizia e istituzioni solide


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