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Il caso Charlie Hebdo: terrorismo, memoria storica e libertà di espressione

L’attentato del 7 gennaio 2015 alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, che aveva inaugurato una stagione di attacchi jihadisti in Europa, è tornato di recente all’attenzione delle cronache in seguito ad alcuni eventi significativi. Ripercorrendo brevemente tali circostanze, vedremo come esse coinvolgano diverse questioni, dal terrorismo e la sicurezza, alla memoria storica, al dibattito sulla libertà di espressione.

Il processo

Il 2 settembre scorso è iniziato il processo contro 14 persone accusate a vario titolo di avere avuto un ruolo nei fatti del gennaio 2015. Il processo si riferisce, oltre all’operazione armata di Saïd e Chérif Kouachi negli uffici di Charlie Hebdo, anche ai successivi attacchi a un agente di polizia e ad un supermercato kosher compiuti dal un terzo terrorista Amédy Coulibaly.

Nonostante la differente collocazione nel panorama jihadista – i fratelli Kouachi dichiararono la propria affiliazione ad al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), mentre Coulibaly aveva manifestato il proprio supporto all’ISIS – la ricostruzione dei fatti ha dimostrato che gli attentatori avevano incrociato i loro percorsi di radicalizzazione, ed erano forse a conoscenza dei reciproci piani[1].

Mentre i tre terroristi, morti in scontri a fuoco con la polizia, sono stati gli esecutori materiali degli attentati, le persone oggi imputate sarebbero state a conoscenza delle affiliazioni jihadiste dei terroristi, o avrebbero fornito supporto economico, armi o mezzi di trasporto che sono stati poi utilizzati per portare a termine le operazioni[2].

Ali Reza Polat, l’unico accusato per “complicità”, rischia l’ergastolo per l’aiuto logistico fornito a Coulibaly, del quale secondo gli inquirenti conosceva e supportava attivamente le intenzioni; non è chiaro se abbia sostenuto direttamente anche Saïd e Chérif Kouachi[3]. Tre imputati, invece, verranno processati in contumacia: riuscirono a recarsi in Siria poco prima degli attacchi, per unirsi al sedicente Stato Islamico. Due di loro, i fratelli Belhoucine, potrebbero essere morti, mentre la terza, Hayat Boumeddiene, ex compagna di Coulibaly, sarebbe viva e si troverebbe ancora in Siria, nel campo profughi di al-Hol[4].

Nonostante la morte degli attentatori e l’assenza di alcuni tra i principali accusati, il processo ha un’ampia risonanza ed è stato definito da molti un evento storico. Lo testimonia, tra l’altro, la decisione di registrarlo per la sua intera durata: si tratta di una misura riservata a processi considerati particolarmente importanti per la memoria storica e la ricerca.

In Francia, ad oggi, sono stati filmati soltanto otto processi, a partire da quello contro Klaus Barbie, gerarca nazista di Lione, nel 1987. Le successive udienze filmate riguardano altri collaborazionisti della seconda guerra mondiale, criminali legati al genocidio ruandese e alla dittatura cilena, e i responsabili del disastro ambientale del 2001 a Tolosa[5]. Quello contro i complici degli attentati del 2015 sarà il primo processo legato a un episodio di terrorismo ad essere ripreso. I filmati saranno consultabili trascorsi 50 anni dalla fine del processo, che dovrebbe durare fino a novembre[6].

La ripubblicazione delle vignette e la “libertà di blasfemia”

Contestualmente all’apertura del processo, la redazione di Charlie Hebdo ha deciso di ripubblicare le controverse vignette ritraenti il profeta dell’islam, che avevano motivato i terroristi a scegliere il settimanale come obiettivo del loro attentato[7]. Molte di queste immagini erano apparse sul quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2005, poi ripubblicate nel 2006 dal settimanale francese, insieme a una vignetta inedita di Cabu, che sarebbe stato poi tra i collaboratori uccisi nell’attentato del 2015.

In quell’occasione, alcune associazioni musulmane avevano tentato un procedimento giudiziario contro Charlie Hebdo per “insulti pubblici contro un gruppo di persone in ragione della loro religione”, ma la Corte d’appello aveva deliberato in favore della rivista, non considerando la sua pubblicazione come un atto volto a “offendere direttamente e gratuitamente tutti i musulmani”[8].

Il dibattito sulla libertà di espressione e i suoi eventuali limiti non è dunque nuovo, ma si è riacceso proprio in relazione ai recenti eventi. Nell’editoriale che ha accompagnato la pubblicazione del 2 settembre, la scelta di riproporre le caricature in concomitanza del processo è stata rivendicata dalla redazione come “indispensabile”:

“Tutte le motivazioni che potrebbero essere addotte contro di noi non indicano altro che vigliaccheria politica e giornalistica. Vogliamo vivere in un paese che si vanta di essere una grande democrazia libera e moderna, ma che allo stesso tempo rinuncia alle sue convinzioni più profonde?”[9]

Anche Macron si è espresso sulla questione, dichiarando il proprio impegno, in quanto presidente francese, a tutelare le libertà di stampa e di coscienza, comprendenti anche la libertà di blasfemia[10].

In Francia – e non solo – si è così tornato a parlare del concetto di libertà e delle sue implicazioni, con toni, come di consueto, contrastanti. La legittimità della satira “blasfema” si inserisce, agli occhi di molti francesi, nella tradizione nazionale che fa capo ai valori dell’illuminismo e della rivoluzione del 1789. Le critiche al tipo di satira proposta da Charlie Hebdo, in questo senso, sono viste come un rifiuto di questa tradizione, che trova negli attacchi terroristici la sua espressione più estrema, violenta e oscurantista. La libertà di blasfemia darebbe inoltre la possibilità ai “musulmani non offesi” di rivendicare la loro scelta di laicismo o ateismo, spesso delegittimata o marginalizzata nei contesti di provenienza[11].

Secondo alcuni osservatori, invece, la retorica tipicamente francese sulla libertà di espressione è sintomatica della mancata presa di coscienza del razzismo e dell’atteggiamento neo-coloniale cui le minoranze sono sistematicamente sottoposte. Le vignette raffiguranti Maometto sarebbero quindi offensive non soltanto in relazione alla diffusa reticenza della tradizione islamica nel raffigurare il profeta[12], ma soprattutto perché ripropongono un rapporto di dominazione socio-culturale[13]. Nella cultura francese (o, più in generale, occidentale) dominante, i musulmani troverebbero posto unicamente come “integralisti” e dunque “estranei”, oppure come “emancipati” e “integrati”, in grado di liberarsi dalle costrizioni della propria cultura d’origine.

Un nuovo attentato: questioni aperte

Il 25 settembre, qualche settimana dopo l’inizio del processo e la polemica innescata dalle vignette, un uomo armato di coltello si è recato nei pressi dell’ex sede di Charlie Hebdo. Lì ha ferito gravemente due astanti, impiegati presso gli uffici dell’emittente Premiéres Lignes, un tempo ospitanti la redazione della rivista satirica.

Poche ore dopo l’incidente, la polizia ha arrestato un uomo di origine pakistana, non precedentemente noto all’intelligence come individuo radicalizzato. Inizialmente identificato come Ali Hassan, diciottenne, l’attentatore è invece ora noto come Zaheer Hassan Mahmood, 25 anni. Secondo le ricostruzioni, avrebbe utilizzato un’identità falsa che gli ha permesso di beneficiare dello status di minore non accompagnato dal suo arrivo in Francia nel 2018[14].

Durante un interrogatorio l’uomo ha confermato la propria responsabilità, dichiarando di aver agito in risposta alla ripubblicazione delle vignette da parte di Charlie Hebdo. L’intenzione era dunque quella di colpire nuovamente gli autori della rivista, la cui sede era stata però trasferita in un luogo ignoto per motivi di sicurezza.

Il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha definito l’episodio un “attacco contro il nostro Paese” e ha interrogato la Prefettura di polizia di Parigi sul perché la minaccia nella zona sia stata sottovalutata. Anche un portavoce di Premiéres Lignes ha lamentato l’assenza di protezione dell’edificio, necessaria a suo avviso dopo l’inizio del processo. La Prefettura ha risposto che il luogo non era stato sottoposto a minacce[15]. L’autore del gesto avrebbe dichiarato le proprie intenzioni in un video, in cui non rivendica però nessuna affiliazione a gruppi terroristici[16].

Dopo questi eventi, la situazione sicurezza e le strategie di prevenzione sono nuovamente al centro dell’attenzione pubblica. A fine agosto il Ministero dell’Interno francese aveva reso noto che attualmente più di 8 mila persone sono inserite nel database FSPRT, il programma nazionale che monitora e classifica gli individui radicalizzati, istituito proprio in seguito agli attentati del gennaio 2015[17].

In merito all’efficienza dei servizi di sicurezza vi è stata una controversa dichiarazione ad inizio processo dell’avvocata di Polat, Isabelle Coutant-Peyre, secondo cui la sofferenza delle vittime sarebbe stata evitabile “se i servizi segreti avessero svolto correttamente il loro lavoro”[18].

Al di là delle considerazioni sulle strategie di sicurezza, le politiche di prevenzione restano un nodo fondamentale che tuttavia passa spesso in secondo piano. Se è vero che l’attacco del 25 settembre è stato commesso da un individuo che si trovava in Francia soltanto da due anni, la maggior parte dei recenti attentati di matrice islamista in Europa è stata compiuta da homegrown terrorists, e molti estremisti coinvolti in attività jihadiste sono cittadini europei.

La stessa storia dei fratelli Kouachi e di Amédy Coulibaly, caratterizzata da legami con la criminalità comune e radicalizzazione in prigione[19], rappresenta la declinazione di un paradigma abbastanza frequente. Perseguire una strategia di sicurezza a lungo termine significa sviluppare, insieme al monitoraggio degli individui radicalizzati e dei loro network, misure mirate ad agire sui contesti che favoriscono la diffusione di ideologie e attività estremiste.

Fonti consultate per il presente articolo

Immagine:

https://www.stockvault.net/photo/112644/paris-skyline

[1]https://www.nytimes.com/2015/01/18/world/europe/paris-terrorism-brothers-said-cherif-kouachi-charlie-hebdo.html?action=click&contentCollection=World®ion=Footer&module=WhatsNext&version=WhatsNext&contentID=WhatsNext&moduleDetail=undefined&pgtype=Multimedia

[2]https://www.ladepeche.fr/2020/09/02/proces-des-attentats-de-janvier-2015-ce-qui-est-reproche-aux-14-accuses-9045379.php

[3]https://www.marianne.net/societe/proces-charlie-qui-est-ali-riza-polat-bras-droit-d-amedy-coulibaly

[4]https://www.ladepeche.fr/2020/09/02/proces-des-attentats-de-janvier-2015-ce-qui-est-reproche-aux-14-accuses-9045379.php

[5]https://it.euronews.com/2020/09/03/charlie-hebdo-primo-processo-per-terrorismo-trasmesso-in-diretta-francia

[6]https://www.rfi.fr/en/france/20200902-france-charlie-hebdo-terrorism-trial-filmed-for-french-national-archives-police-jihadist-mohamed-cartoon

[7]https://twitter.com/Charlie_Hebdo_/status/1300728001227829257/photo/1

[8]https://www.lesinrocks.com/2015/01/07/actualite/actualite/de-laffaire-des-caricatures-la-tuerie-du-7-janvier-comment-charlie-hebdo-est-devenu-une-cible/

[9]https://charliehebdo.fr/2020/09/societe/la-couverture-a-laquelle-vous-nechapperez-pas/

[10]https://www.youtube.com/watch?v=H8o16YIiDuk&feature=emb_title

[11]https://charliehebdo.fr/2020/09/religions/paroles-de-musulmans-non-offenses/

[12]https://www.theguardian.com/world/2015/jan/10/drawing-prophet-islam-muhammad-images

[13]https://www.aljazeera.com/opinions/2020/9/10/reprinting-the-charlie-hebdo-cartoons-is-not-about-free-speech/

[14]https://www.ouest-france.fr/attentats-paris/attaque-a-paris-fausse-identite-influences-ce-que-l-on-sait-du-profil-de-l-assaillant-6992221

[15]https://www.lemonde.fr/societe/article/2020/09/26/attaque-a-paris-l-auteur-presume-pensait-s-attaquer-au-siege-de-charlie-hebdo_6053745_3224.html

[16]https://www.lemonde.fr/societe/article/2020/09/27/attaque-a-paris-huit-gardes-a-vue-en-cours-les-enqueteurs-cherchent-a-authentifier-une-video_6053792_3224.html

[17]https://www.lesechos.fr/politique-societe/societe/cinq-questions-sur-le-fsprt-le-fichier-sur-la-radicalisation-en-france-1243291

[18]https://www.lesechos.fr/politique-societe/societe/charlie-hebdo-montrouge-hyper-cacher-premieres-tensions-au-debut-du-proces-des-attentats-de-2015-1238824

[19]https://www.lepoint.fr/societe/les-freres-kouachi-et-amedy-coulibaly-le-trio-meurtrier-des-attentats-de-janvier-2015--29-08-2020-2389478_23.php#


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  • L'Autore

    Laura Morreale

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Dal Mondo Europa Sezioni Sicurezza Internazionale Società


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terrorism freedom of expression France Charlie Hebdo attack Justice memory

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