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Eurobond, una grande occasione persa

È ormai un dato di fatto che le decisioni che verranno prese a livello europeo durante la pandemia di coronavirus determineranno i cambiamenti delle nostre società anche quando la malattia sarà superata. Molti provvedimenti emergenziali, pensati per risolvere un problema a breve termine, rimarranno anche successivamente. Lo storico israeliano Yuval Noah Harari, in un articolo sul Financial Times, ha scritto che «la natura dell’eccezione è stravolgere i normali processi decisionali : quello che in tempi normali verrebbe deciso in anni, adesso impiega poche ore; le tecnologie immature o addirittura pericolose vengono utilizzate prima del tempo, perché il rischio di non far nulla è più grande».

Anche nelle relazioni internazionali nulla sarà come prima. I comportamenti delle grandi potenze in questo periodo oscillano tra la cooperazione internazionale - basti pensare agli aiuti di materiali sanitario arrivati in Italia negli ultimi giorni - e il nazionalismo/sovranismo (alimentato in parte anche da questi giorni di lockdown forzato), che spinge molti governi a preoccuparsi solo dei propri problemi ignorando il contesto esterno.

Il contesto esterno è quello di una crisi senza precedenti dai tempi della Seconda guerra mondiale o, come l'ha definita l'ex-governatore della BCE Mario Draghi in un articolo sul Financial Times, «una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche». Sempre nello stesso articolo, Draghi spiega che la prospettiva per il futuro è quello di un enorme aumento del debito pubblico di tutti i paesi colpiti, finalizzato a mitigare gli effetti dello shock economico.

Non a caso, uno dei primi provvedimenti presi dall'Ecofin (riunione di tutti i ministri dell'economia e finanze della UE) del 23 marzo scorso è stata la sospensione del patto di stabilità e crescita, per permettere ai singoli paesi di attuare politiche espansive per fronteggiare l'emergenza. Ciò mette in risalto uno degli aspetti incompleti del processo di integrazione europea: la separazione dei singoli debiti pubblici nazionali. Questo vuol dire che, terminata l’emergenza, ogni paese sarà solo con sé stesso e col proprio debito.

La BCE, dopo i primi tentennamenti iniziali e le incaute dichiarazioni del governatore Lagarde, ha già avviato un programma di intervento per cercare di contenere (o addirittura rendere nulli) i tassi di interesse, in maniera tale che il debito pubblico possa essere - nel lungo periodo - ripagato, ma questo pare non essere sufficiente. In particolare i paesi ad elevato debito pubblico, in primis l'Italia che è anche la più colpita dal coronavirus, chiedono un intervento di mutualizzazione del debito che conseguirà dalla pandemia.

Nel consiglio straordinario dei capi di stato e di governo europei di giovedì 26 marzo (riuniti in video-conferenza, altro segno dei tempi), il primo ministro italiano Conte ha ufficialmente chiesto l'emissione degli Eurobond, ossia titoli obbligazionari europei, per poter finanziare le misure straordinarie a sostegno di famiglie ed imprese. Il consiglio europeo, dopo quattro ore di negoziati, si è spaccato su tale proposta.

Da un parte abbiamo il gruppo dei nove (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Slovenia - al quale forse in queste ore si aggiungeranno altre nazioni), che chiede all'UE di compiere un salto culturale prima ancora che finanziario ed è dunque favorevole all'emissione degli Eurobond. Dall'altra parte, la Germania e suoi alleati (Austria, Olanda, Finlandia) che sono fermamente contrari agli Eurobond - pur ammettendo la necessità di politiche solidaristiche - e che quindi propongono misure di altro tenore per aiutare i paesi in difficoltà.

Il punto centrale è che gli Eurobond, essendo emessi congiuntamente da tutti i paesi UE e ripartiti percentualmente in proporzione al GDP, sono anche garantiti in solido da ognuno di loro, per cui in caso di insolvenza di un paese gli altri sono chiamati a pagare la sua quota. E qui si consuma, in tutta la sua drammaticità, la rottura: il gruppo dei nove chiede debito mutualizzato (per contenere il debito nazionale e la spesa per interessi), mentre i paesi del Nord non vogliono accollarsi il debito altrui e vogliono dimostrare che la loro “buona gestione” paga nei tempi difficili. Occorre precisare che gli Eurobond avrebbero un tasso di interesse calcolato in base alla affidabilità creditizia di tutti i paesi, per cui per paesi come la Germania, sicuri e solvibili, si tratterebbe di un tasso di interesse superiore a quello dei propri titoli di stato nazionali.

Vediamo gli scenari possibili. Nell'ipotesi in cui dovessero essere emessi gli Eurobond, si renderà necessaria una politica sanitaria europea (che tanto sarebbe servita per fronteggiare la pandemia) e una revisione dei trattati, poiché l'art. 125 del Trattato dell'Unione Europea prevede la cosiddetta “clausola di non salvataggio”, secondo cui l’Unione e gli Stati membri non sono responsabili e non subentrano nei debiti di un altro Stato membro. Inoltre, per controllare l'implementazione di politiche economiche atte a rimborsare gli Eurobond, gli Stati membri dovrebbero accettare da parte della UE un controllo molto più incisivo sui provvedimenti fiscali e di spesa pubblica, il che rappresenta una ulteriore cessione di sovranità nazionale.

Nell'ipotesi in cui gli Eurobond dovessero essere bocciati per fare spazio a politiche di aiuto limitate a linee di credito speciali per i singoli paesi, vincolate all'assunzione di impegni precisi e ad una verifica costante della sostenibilità del debito pubblico da parte della Commissione Europea (di fatto la proposta tedesca, utilizzando il MES - Fondo Salva Stati), le conseguenze sarebbero sia di natura economica, con un aumento del debito pubblico dei singoli paesi (seppur a tassi di interesse vantaggiosi), che politiche.

Purtroppo le due settimane di tempo assegnate all'Eurogruppo - la riunione dei ministri di economia e finanze dei paesi dell'eurozona - per trovare nuove soluzioni entro il 9 aprile ha prodotto un compromesso al ribasso, frutto dei reciproci veti posti da Italia e Paesi Bassi. La proposta, che dovrà essere approvata dal prossimo consiglio europeo, è basata su tre punti, a sostegno rispettivamente di lavoratori, imprese e Stati membri. In dettaglio :

  • Progetto SURE (proposto dalla Commissione Europea), acronimo di "Support to mitigate Unemployment Risks in Emergency": si tratta di prestiti concessi agli Stati UE per finanziare le misure nazionali di sostegno al reddito dei lavoratori (come ad esempio la cassa integrazione italiana), per un importo totale di 100 miliardi di euro;
  • Fondo di garanzia della BEI (Banca Europea degli Investimenti) per offrire linee di credito, prestiti ponte e capitali alle imprese europee, per un importo garantito fino a 200 miliardi di euro;
  • Pandemic Crisis Support del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, noto anche come Fondo Salva Stati): è stata predisposta una linea di credito del valore pari al 2% del Pil degli Stati membri - circa 240 miliardi - alla quale ogni Stato che ne farà richiesta potrà accedervi senza condizionalità (che rimangono invece per tutti gli altri casi) se i fondi verranno impiegati per "supportare il finanziamento nazionale dei costi diretti e indiretti della sanità per la cura e la prevenzione dell'epidemia di coronavirus".

Da ultimo, nelle conclusioni dell'Eurogruppo si accenna alla possibilità di predisporre un "Recovery Found" per rilanciare l'economia europea, con un budget previsto di almeno 500 miliardi di euro, il quale potrà finanziarsi anche con "strumenti innovativi ma coerenti con gli attuali trattati europei"; il che significa chiudere la porta agli Eurobond e ad altre forme di debito condiviso, pur rimanendo chiara la necessità di ulteriori interventi a sostegno dei paesi più colpiti.

Date le circostanze, forse si tratta dell'unico accordo possibile, ma è facile prevedere che il movimento populista, già presente in forme diverse in tanti paesi europei e destinato a crescere per via dell'impoverimento che la crisi produrrà nei ceti medio-bassi, tornerà a premere con forza per un ritorno a politiche nazionali. Quel che è certo è che si è persa un'altra (l'ennesima) storica occasione per fare un passo avanti decisivo nel processo di integrazione europea.

A cura di Giada Pagnoni

FONTI :

- Yuval Noah Harari - The world after coronavirus - Financial Times del 20-03-2020 ;

- Draghi Mario - We face a war against coronavirus - Financial Times del 25-03-2020 ;

- Altomonte Carlo, Villafranca Antonio - Europe in identity crisis - ISPI Editore 2020 ;

- Migliorisi Angelica - Eurobond, un'altra crepa nella integrazione europea - Scuola di giornalismo LUISS del 28 marzo 2020 ;

- Collomp Florentin - Coronavirus: Rome appelle l’Europe à plus d’ambition et de courage - Le Figarò del 03-04-2020 ;

- Beda Romano - Eurogruppo, trovato l’accordo economico - Il Sole 24 Ore del 09-04-2020.


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