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Coronavirus: Globalizzazione e UE nel contesto di una sfida globale

Origine del coronavirus, come ha reagito l'UE e il ruolo della globalizzazione

Coronavirus: tema caldo del momento, negli occhi e sulla bocca di tutti.

Tra panico, paura e disinformazione, regna nell’opinione pubblica una grande confusione. Si proverà quindi a fornire un’informazione corretta ed imparziale su ciò che sta accadendo, attraverso un’analisi comprensiva di riferimenti e comparazioni di tipo politico, economico, sociale e anche storico, nella speranza di stimolare l’attenzione e la comprensione dei lettori.


La Cina come epicentro del contagio e i possibili rischi al di fuori di essa

Si ipotizza che, come nel caso della SARS, anche Covid-2019 possa essere causata da un virus di origine animale.

In questo senso, Wuhan (il focolaio dal quale si è diramato il contagio) presenta una serie di indizi che la qualificano come il colpevole perfetto. Il mercato del pesce della metropoli cinese è un luogo di aggregazione dove non vengono soltanto scambiati prodotti ittici, ma anche volpi, koala, serpenti, salamandre, topi e coccodrilli[1]. Un’elevata concentrazione di animali le cui condizioni igienico-sanitarie sono piuttosto basse.

A questo devono poi aggiungersi altri fattori, i quali spiegano perché la diffusione del virus abbia subito un’impennata proprio in Cina.

In primis, l’elevata densità di popolazione (Wuhan conta 12 milioni di abitanti), che rende sicuramente più facile la propagazione del virus.

In secondo luogo, la debolezza del sistema sanitario. Nonostante il Dragone rappresenti la seconda economia mondiale, gli investimenti in questo settore sono minoritari rispetto a quelli effettuati in altre aree e lasciano l’efficienza del sistema sanitario cinese ancora distante da quella presente in Occidente (si pensi che Wuhan è dotata di due nosocomi che possono ospitare al massimo 3000 persone)[2].

In terzo luogo, il tipo di medicina prevalente. Si chiama Zhongyi ed anche in questo caso la Cina differisce nettamente dall’Occidente. Tale tipo di medicina, più “tradizionale”, si fonda meno sull’ospedalizzazione e più sulla cura preventiva delle malattie, attraverso l’equilibrio di diversi elementi, quali lo stile di vita, l’alimentazione e il benessere interiore (l’aspetto psicologico gioca dunque un ruolo importante). Si punta meno quindi ad intervenire sui sintomi con i farmaci e si preferisce evitare la loro insorgenza attraverso uno stile di vita sano[3].

La congiuntura di questi fenomeni spiega perché il virus abbia trovato terreno fertile in Cina. Ma può anche spiegare l’iniziale inerzia del Partito Comunista nell’arginare la minaccia[4], in modo da fugare qualsiasi ipotesi di complotto. Con un’elevata densità di popolazione e un sistema sanitario dalle possibilità limitate, diffondere la notizia di una possibile epidemia non è certo una faccenda semplice. Tenuto conto poi del fatto che, pur essendo Wuhan una megalopoli di “secondo livello”, è situata in una posizione strategica, ovvero a metà tra la Pechino-Hong Kong e la Shanghai-Chengdu[5]. Il costo a cui la Cina deve far fronte è quindi anche economico, considerato inoltre che l’intera regione dello Hubei (oggi sigillata) è un importante polo del settore automobilistico.

A dimostrazione dello sforzo che sta compiendo la Cina, una lancia in suo favore è stata spezzata proprio dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus[6].

Quanto ai territori esterni alla Cina, il contagio si è rivelato essere rapido, tanto da far configurare il coronavirus come emergenza internazionale dalla stessa WHO.

Esso non è particolarmente distruttivo: l’80% dei contagiati è riuscito a guarire[7]. Tuttavia, presenta un tasso di mortalità che, seppur più basso di quello della SARS (11%), è molto alto in relazione ad un’influenza (2-3%).

A seguire, possiamo identificare un altro tipo di problema, ovvero quello della capacità degli ospedali. Prendiamo ad esempio l’Italia. Il 20% dei contagiati è stato ospedalizzato, il 5% dei quali in condizioni gravi. Se la situazione dovesse andare avanti di questo passo, il risultato potrebbe essere quello di un sovraffollamento (a discapito, ovviamente, delle altre malattie), in un paese che ha già una media dei posti letto ogni 1000 abitanti inferiore alla media europea[8].

Adottare soluzioni poco incisive, forti della certezza che il virus sia innocuo, potrebbe risultare miope e far aggravare il costo umano ed economico della sottovalutazione. Prendendo sempre ad esempio l’Italia, le stime della sua crescita economica, già basse prima dello scoppio dell’emergenza, sono ora prossime allo zero, tanto da rendere appetibile agli occhi della Commissione Europea lo sforamento dei parametri del deficit di bilancio[9].

È importante specificare anche tutte le possibili ripercussioni, per evitare, come è successo in occasione di questa imponderabilità, che l’opinione pubblica si frantumi in due fazioni contrapposte: chi da troppa importanza e chi per nulla.

La soluzione corretta non giace mai in uno dei due estremi, ma sempre in un corretto equilibrio di vedute. Ed è necessario raggiungere tale equilibrio, se si vuole rispondere in maniera chiara, lucida e razionale al problema.

Che fine ha fatto l’UE?

Come per tutte le disgrazie avvenute in tempi recenti, nemmeno per il coronavirus sono mancate accuse di negligenza all’UE[10].

In effetti dell’UE si è sentito parlare poco. Che fine ha fatto, dunque?

Prima di rispondere, è opportuno specificare una serie di cose.

La salute pubblica rientra sia tra le materie di competenza concorrente, sia tra quelle per azioni di sostegno previste dal Trattato di Lisbona. E la base giuridica con la quale l’UE potrebbe giustificare il proprio intervento è l’art.168 TFUE.

Tuttavia, le competenze di natura concorrente (cioè quelle dove l’UE potrebbe sostituirsi agli Stati membri) che si ravvisano in tale articolo sono quelle presenti al par.4: la fissazione di standard di qualità e sicurezza di organi e sostanze di origine umana, di materiale veterinario e fitosanitario, di medicinali e di dispositivi di impiego medico[11]. Per quanto riguarda le emergenze sanitarie transfrontaliere (= coronavirus), il Consiglio e il Parlamento potrebbero soltanto adottare, mediante procedura legislativa ordinaria, delle “misure di incentivazione”, senza che queste implichino l’armonizzazione delle disposizioni regolamentari degli Stati membri. Cosa che, al momento, non è stata fatta.

Quindi l’UE non ha fatto nulla?

Per venire incontro all’emergenza[12], è stato stanziato un fondo del valore di 232 milioni di euro[13], di cui:

  • 114 sono destinati alla WHO;
  • 100 all’attività di ricerca;
  • 15 all’Institute Pasteur di Dakar;
  • 3 allo Eu Civil Protection Mechanism.

Particolare interesse riveste l’ultimo punto. Lo Eu Civil Protection Mechanism è un servizio di protezione civile finalizzato ad assistere le capacità degli Stati membri in caso di emergenza[14]. Esso copre almeno il 75% dei costi di trasporto che gli Stati membri devono affrontare per rimpatriare i cittadini europei.

I voli che Francia e Germania hanno inviato a Wuhan per rimpatriare un totale di 447 cittadini europei hanno operato sotto lo scudo di questo meccanismo. Così come i due voli che l’Italia ha inviato per rimpatriare i cittadini presenti sulla Diamond Princess.

Attraverso questo sistema, sono stati coperti anche i costi di trasporto dell’invio alla Cina di 30.5 tonnellate di equipaggiamento medico, fornito da Francia, Germania, Italia, Lettonia ed Estonia.

L’UE, poi, potrebbe aver operato indirettamente per tenere a bada il coronavirus. Come già si è accennato, il Covid-19 potrebbe avere origine animale. E l’UE, sulle importazioni di animali vivi e di prodotti alimentari, pone regole stringenti. Le aziende di paesi al di fuori dell’UE, infatti, per importare all’interno del mercato unico tali prodotti, devono passare al vaglio di un’autorità competente nel paese terzo e della Direzione generale sulla Salute e la sicurezza alimentare della Commissione Europea[15].

Parallelamente a tutto ciò, l’UE conduce costantemente un’attività autonoma di ricerca, in conformità alle competenze che le sono attribuite. Significativo è il Platform for European Preparedness against (Re)-emerging Epidemics (PREPARE)[16], un network di ricerca al quale ogni cittadino può sottoporre analisi, purché in possesso di informazioni sufficientemente accurate.

Quanto scritto, però, è fondamentale per comprendere una cosa: che l’UE non è un soggetto autonomo e originario. La sovranità che esercita sulle materie di competenza è delegata dagli Stati membri e non si è determinata in maniera spontanea come nel caso, per l’appunto, degli Stati. Detto in modo semplice: l’UE non si è presa quello che ha con la forza, con una guerra. Né la sua autorità si è affermata per una serie di casualità storiche.

L’UE ha dimostrato in questo caso di aver operato nel pieno rispetto del principio di attribuzione[17].

Chi ha interesse a che l’UE si occupi direttamente anche di simili emergenze, deve allora esortare gli Stati membri a prendere misure in tale direzione. Così magari, in una futura revisione dei Trattati istitutivi, ci sarà spazio per l’assegnazione all’UE, in via esclusiva o concorrente, di questa competenza.

I responsabili della diffusione del virus sono la globalizzazione e la libera circolazione delle persone?

I lettori di quest’articolo, con tutta probabilità, si saranno imbattuti in post che additano come colpevoli della diffusione del coronavirus la globalizzazione e la libera circolazione delle persone[18].

Partiamo con la citazione di un fatto storico arcinoto: la peste bubbonica, l’epidemia che nella metà del XIV secolo stroncò la vita di numero di persone stimato tra il 40% e il 60% della popolazione europea.

Secondo Mark Wheelis dell’Università della California il contagio ebbe inizio a Caffa (nell’attuale Crimea), nel contesto di una guerra tra genovesi e mongoli, dove questi ultimi, ad un certo punto, utilizzarono i cadaveri infetti del loro esercito come arma batteriologica contro i nemici[19].

Di ritorno da una zona oramai invivibile, i mercanti genovesi (Caffa era un emporio commerciale) diedero inizio alla propagazione del virus che avrebbe messo in ginocchio l’Europa.

Col senno di poi, potremmo sostenere che se nel 1266 i genovesi non avessero stipulato un accordo con i mongoli per la creazione di una colonia commerciale, milioni di vite umane sarebbero state risparmiate?

In altre parole: possiamo dire che se i genovesi avessero rinunciato a commerciare, si sarebbe potuta evitare l’epidemia più devastante che la storia abbia lasciato in eredità?

Proviamo a porci la stessa domanda utilizzando riferimenti moderni: può, la diffusione del coronavirus, essere attribuita a un processo socioeconomico iniziato 30-35 anni fa? Si sarebbe potuto evitare il contagio se gli Stati avessero rinunciato a una progressiva integrazione e all’apertura degli scambi commerciali?

La domanda, come molti dei lettori avranno sicuramente capito, può risultare capziosa e fuorviante. Come è possibile giudicare la natura di un processo nato in tempi passati, prendendo come parametro un solo dato del tempo presente (per di più, un’esternalità negativa)?

Ma, soprattutto, ogni qualvolta si parla di globalizzazione, si trascura spesso un dettaglio, piccolo ma fondamentale. Cioè che, concettualmente, essa è sempre esistita. Uomini diversi per cultura, tradizioni, lingua e costumi sono in contatto tra loro fin dall’alba dei tempi. Uniti principalmente per il comune obiettivo del commercio.

Negare la globalizzazione significa sostanzialmente questo: impedire alle persone di commerciare, o di allocare il loro lavoro (o anche semplicemente il tempo libero) come meglio credono e dove vogliono.

Bisognerebbe chiedersi, a questo punto, se una tale situazione sarebbe migliore della libera circolazione delle persone.

Prendiamo ad esempio l’Italia. A causa del blocco della mobilità imposto ai turisti cinesi, il nostro paese registrerà un calo netto dell’1.5% nel settore della moda[20]. Peggio ancora il turismo (che ricopre il 12% del Pil italiano), dove gli albergatori si sono trovati di fronte al 40% delle disdette a Venezia, al 60-70% nel Lazio e addirittura all’80% a Milano durante l’ultima settimana di febbraio[21]. A tutto ciò deve aggiungersi lo stop alle gite scolastiche, che generano un indotto pari a 316 milioni di euro l’anno.

Per avere poi un quadro più chiaro di ciò che significherebbe chiudere le porte alla globalizzazione, possiamo analizzare anche qualche altro dato. Nel 2017, le esportazioni hanno garantito 36 milioni di posti di lavoro all’interno dell’Unione Europea (il 15% del totale e il 5% in più rispetto al 2000)[22]. Ciò che è importante comprendere di questi numeri è l’interconnettività dei lavori legati alle esportazioni. Ad esempio, nel 2014, le esportazioni dal settore chimico hanno sostenuto 750.000 posti di lavoro nell’industria dei trasporti. Sempre nel 2014, le esportazioni di machinery and trasnport equipement hanno sostenuto 3 milioni di posti di lavoro nella medesima industria.

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Non è da meno l’importanza della quota di lavoro associata alle esportazioni in ogni singolo settore.

Nel 2014, le esportazioni dal settore chimico ricoprivano il 42% dei posti di lavoro in tale settore, il 39% nel settore machinery and transport equipement e il 35% nel settore tessile.

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Di enorme rilevanza è anche la questione dell’impiego spillover, cioè il lavoro svolto in un dato Stato associabile alle esportazioni di un altro Stato. Dei 36 milioni di posti di lavoro (quelli legati all’export nell’UE nel 2017), 8 milioni sono riconducibili alle esportazioni della Germania. Di questi 8 milioni, tuttavia, 1.6 sono dislocati in altri 5 paesi dell’UE.

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Come verrebbero riassorbiti questi posti di lavoro in assenza di commercio internazionale? Potrebbero, gli Stati, provvedere autonomamente alla produzione dei beni e ad un’allocazione migliore dei lavoratori?

Tutto ciò significa che la globalizzazione abbia portato soltanto benefici?

Ovviamente no. Per quanto riguarda i dati sulle esportazioni dall’UE, possiamo vedere come queste si siano gradualmente ricalibrate a favore dei servizi e a discapito del settore manifatturiero. Così come, nei medesimi ambiti, è cresciuta la domanda di lavoratori qualificati.

Un operaio scarsamente istruito del settore manifatturiero avrà sicuramente patito questo riequilibrio dei fattori produttivi. Più in generale, una fetta di lavoro sarà stata sicuramente poco mobile nel breve e nel medio periodo.

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Al mondo non esiste soluzione che non scontenti qualcuno. Ogni volta che si adotta un provvedimento, si avvantaggia un gruppo e se ne danneggia un altro. La domanda cruciale che bisogna porsi di fronte alla sfida posta dalla globalizzazione è quindi: i danni provocati dalla globalizzazione sono superiori a quelli che ci sarebbero in assenza di essa?

O, formulandola in un altro modo, i benefici della chiusura al libero scambio sarebbero superiori rispetto a quelli della sua apertura?

È molto probabile che, se il blocco alla mobilità dovesse essere prorogato a dopo la risoluzione dei problemi causati dal coronavirus, i settori già menzionati soccomberebbero alla scarsità (di risorse e di lavoro), e così i profitti. Una riduzione dei profitti significherebbe una riduzione degli investimenti in capitale per liberare risorse e creare nuovi posti di lavoro, nonché una riduzione del benessere dei cittadini, dei loro risparmi e della quota di reddito da dedicare ai consumi.

Questo modo di ragionare (concentrarsi solo sulle conseguenze negative e su aspetti marginali di un dato contesto) è indice di una tendenza piuttosto diffusa, ovvero quella di creare nessi di causalità ad hoc solo per supportare le proprie teorie. Unitamente ad un altro fatto, cioè il rifiuto della complessità. Il mondo è sempre più complicato e stargli dietro a volte è difficile; per questo si preferiscono risposte semplici e rappresentazioni idealistiche della realtà, che – però – finiscono solo col distorcere la percezione dei fatti e illudere le persone di poter vivere nel migliore dei mondi possibili.

Proprio per questo motivo, chi veicola le informazioni ha in capo a sé un’enorme responsabilità, che non deve essere sottovalutata. E, in questo senso, non deve essere sottovalutato l’impatto che le informazioni hanno su tutti i tipi di persone. C’è infatti poca differenza, in questi casi, tra idioti e intelligenti, tra colti e illetterati: tutti quanti, di fronte a certi segnali, reagiamo allo stesso modo. Questo soprattutto di fronte ai segnali di pericolo, che sono quelli che recepiamo meglio[23].

Nell’auspicio che tutte le persone ora affette dal coronavirus possano presto guarire, si spera anche che in futuro la corretta informazione possa soppiantare quella ingannevole, affinché rendere giustizia alla verità non passi mai di moda.

In calce, nei riferimenti sitografici e bibliografici, è poi possibile trovare il sito del governo dedicato appositamente al coronavirus, dove si possono apprendere tutti i consigli utili su come contrastarlo.


Fonti consultate per la presente pubblicazione:

[1] https://it.insideover.com/societa/virus-cinese-nel-mercato-di-wuhan-si-vendevano-anche-koala-salamandre-e-topi.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

[2] https://it.insideover.com/societa/la-drammatica-testimonianza-da-wuhan.html

[3] Un quadro più accurato di queste caratteristiche può essere visto alla seguente pubblicazione del Centro Studi sulla Cina Contemporanea: http://www.cscc.it/blog/p/il-virus-piu-pericoloso-lignoranza?fbclid=IwAR2XyezjKTnHzt4RIai59HzwJCts3n1lZteD1XlH9u4My_T7jLedbUY0jo0

[4] https://it.insideover.com/societa/si-sarebbe-potuto-bloccare-il-coronavirus.html

[5] https://it.insideover.com/societa/il-sacrificio-della-cina-per-debellare-il-virus.html?fbclid=IwAR00iIDC_PJLmsK9XP7oFnocIWsldADHVlO9wzqP7oWZbQhQnC6gPI-Mq_w

[6] Queste le sue parole: “La Cina ha condiviso subito la sequenza genetica del nuovo coronavirus 2019-nCoV sia con l’Oms che con altri Paesi, adottando una serie di efficaci misure per contenere la diffusione del contagio. L’Oms spera di rafforzare la cooperazione con la Cina ed è disposta a fornire a Pechino tutto l’aiuto necessario per contenere l’epidemia”.

[7] Dati attendibili si possono trovare sul sito del governo dedicato al coronavirus, dove sono costantemente aggiornati: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus

[8] La media europea è di 5 ogni 1000. Quella italiana è di tre ogni 1000.

[9] La Stampa, 2 marzo 2020. È opportuno poi ricordare, per rendere chiara la situazione attuale, come due anni fa la stessa materia di discussione il governo lo fece quasi saltare.

[10] Qui di seguito, potrete trovare un esempio evocativo di post di denuncia dell’UE, ad opera di un noto personaggio pubblico: https://www.facebook.com/francescogiubileipagina/posts/2625707801048308

[11] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:12016E168

[12] Di seguito, si possono trovare due discorsi fatti dai Commissari Kyriakides e Lenarcic a proposito: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/SPEECH_20_322; https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/STATEMENT_20_321

[13] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/QANDA_20_307

[14] Per chi volesse saperne di più sullo Eu Civil Protection Mechanism, di seguito il link: https://ec.europa.eu/echo/what/civil-protection/mechanism_en

[15] Per informazioni più dettagliate sui requisiti necessari all’importazione di prodotti alimentari, è possibile consultare i seguenti link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:02004R0854-20150101; https://ec.europa.eu/food/safety/international_affairs/trade/non-eu-countries_en

[16] https://www.prepare-europe.eu/why-PREPARE1

[17] Il principio di attribuzione è la direttrice che, insieme ai principi di sussidiarietà, proporzionalità e prossimità, guida l’azione dell’Unione Europea. Per un’analisi più approfondita, è possibile consultare il seguente link: https://eur-lex.europa.eu/summary/glossary/competences.html

[18] Ai seguenti link, potete trovare esempi di condanna della globalizzazione e della libera circolazione delle persone: https://www.facebook.com/MarcoRizzo.Ufficiale/posts/3200770866623060; https://www.facebook.com/diegofusarofilosofo/posts/1751595458315022; https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/paziente-zero-globalizzazione-striscioni-casapound-147506/?fbclid=IwAR3Wh2ObMqLfuufwM_kA9LSH-hIIqIrTsJ6SIyU3jojYPe8fYTXEWMO5Zqg;

http://blog.ilgiornale.it/giubilei/2020/02/28/il-sovranismo-e-il-coronavirus-dai-confini-allue-le-risposte-e-le-contraddizioni-dei-sovranisti/?fbclid=IwAR0NdQ2pfPA7DK_IevJqcmoATPRHdNnE-51Q7pOgpefnl4QTA8SoW90r1ys&repeat=w3tc

[19] Ratti, Antonio, Le navi che trasportavano la morte, BBC History, n°93, pp.82-86, gennaio 2019.

[20] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/quanto-ci-costa-il-coronavirus-25011

[21] https://www.ilsole24ore.com/art/turismo-coronavirus-crollano-prenotazioni-turistiche-pasqua-e-oltre-ACrSd5LB?fbclid=IwAR0KEY-AWnd7PU9Htz3pBFMRMUCkKVxTTleUkIBRCt43BvANnsgpqO0_LJY&refresh_ce=1

[22] Di seguito, si possono trovare tutti i dati sulle esportazioni dall’Unione Europea per il periodo 2000-2017: http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/november/tradoc_157517.pdf

[23] Per chi fosse interessato, di seguito può trovare un interessante e divertente “corso di sopravvivenza” al coronavirus: https://www.facebook.com/AlessioRoccoRanieri/videos/1528794003946345/


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  • L'Autore

    Edoardo Pozzato

    - Nome: Edoardo Pozzato;

    - data di nascita: 16/05/1998;

    - studente di: Scienze Internazionali e Istituzioni Europee, 3°anno

    Amante della scrittura e della lettura, in particolare di gialli e opere di scienza o filosofia politica.

    Pragmatico e realista ortodosso: sono più interessato alla logica e alla durezza dei fatti, piuttosto che alle aspirazioni o ai grandi ideali astratti.

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#coronavirus#China#EU#globalization#globaltrade#freetrade#publichealth#emergency#disinformation#europeasy

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