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Comunità energetiche

Riappropriarsi delle risorse, innescare innovazione

In un mondo dove sempre più attività sono digitalizzate, orientato al consumo, e con una forbice di disuguaglianza sociale che si fa di anno in anno più evidente, la decarbonizzazione è solo uno dei tre grandi problemi che il settore energetico si trova ad affrontare. Il primo, riuscire garantire una fornitura elettrica affidabile e costante; la seconda, assicurarsi che detta fornitura sia accessibile da chiunque, evitando i fenomeni di povertà energetica; infine, la sfida della sostenibilità: abbattere le emissioni del settore concorrendo ad invertire la tendenza del global warming.

Gli strumenti internazionali e sovranazionali che trattano queste sfide ormai sono numerosi, e forniscono strumenti diversissimi che puntano soprattutto a vincere la sfida della sostenibilità sul lungo termine. L’Unione Europea ha preso in mano la questione energetica con forza a partire dalla Strategia dell’Unione dell’Energia emanata dalla Commissione nel 2015 che è stata poi tradotta nel pacchetto Clean Energy for All Europeans del 2016. La stessa Commissione ha affermato che attraverso questi strumenti si vuole fare in modo che l’UE “non si adatti alla transizione energetica, ma la guidi”[1].

Tra le moltissime riforme introdotte dalle diverse direttive contenute nel pacchetto, che tra le altre cose portano al centro per la prima volta il ruolo del consumatore e lo ridefiniscono come parte attiva, è entrata formalmente nell’ordinamento europeo la possibilità di costituire le cosiddette comunità energetiche.

Pur riferendosi sempre a forme di partecipazione di soggetti pubblici o privati al sistema di produzione energetica, le comunità energetiche sono definite in due diverse forme nella legislazione europea: da una parte le comunità energetiche dei cittadini (CEC), che possono basarsi su fonti rinnovabili e fossili e accettano come membro qualunque soggetto giuridico (anche società di grandi dimensioni), dall’altra le comunità energetiche rinnovabili (CER), che nascono su territori circostanti l’impianto rinnovabile stesso che deve essere di proprietà dei membri, e a cui possono aderire tanto cittadini quanto associazioni e imprese commerciali piccole e medie e autorità locali. Formalmente sono soggetti giuridici che, pur svolgendo attività economica, hanno come scopo primario quello di produrre benefici economici, sociali ed ambientali per la comunità ed area in cui operano, attraverso l’autoconsumo di energia.

Introdotte nella Renewable Energy Directive II, (EU) 2018/2001 per quanto riguarda le CER e nella Internal Electricity Market Directive II, (EU) 2019/944 per quanto riguarda le CEC, le organizzazioni collettive di produzione e consumo di energia esistono in realtà da oltre un secolo in Italia e in Europa: già nel 1921 nella Val di Funes, in Alto Adige, nasceva una società che si prefiggeva di sfruttare l’idroelettrico per garantire il consumo di elettricità così prodotta ai propri soci. Paesi come la Germania e la Danimarca sono stati pionieri nella costituzione di cooperative ed imprese sociali a tale scopo, e ad oggi hanno il maggior numero di comunità sul proprio territorio rispetto agli altri paesi europei.

Nel territorio dell’Unione le cosiddette cooperative energetiche (una delle forme che le comunità possono assumere) sono più di 3500, confermando la loro convenienza a livello sia economico che sociale: non solo permettono, banalmente, di risparmiare sulle bollette, ma mettono in moto pratiche positive di innovazione sociale ed empowerment dei consumatori, che possono partecipare alla comunità pur non avendo redditi alti o accesso a capitali rilevanti. Inoltre, le CER vengono indicate dai report della Commissione Europea come uno dei migliori strumenti per combattere la povertà energetica di gruppi marginalizzati.

I benefici riportati dalla partecipazione ad una comunità energetica sono stati rilevati dal Joint Research Centre della Commissione Europea in un policy report del 2019. Essi sono principalmente legati alla possibilità di partecipare alle decisioni sugli investimenti nell’impianto e alla comproprietà dello stesso, al beneficio economico, alla coesione sociale: addirittura si attesta un percepito miglioramento dello stile di vita (probabilmente legato alla diffusione sempre maggiore della sensibilità alle questioni ambientali).


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Fonte: Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, policy report del 2019 sulle comunità energetiche realizzato su 24 casi studio all’interno dell’UE

Il decreto Milleproproghe del 2020 e la delibera dell’Autorità di Regolazione per Energia, Reti ed Ambiente (ARERA) hanno introdotto in Italia la normativa sulle CER: ad oggi vi sono già decine di esperienze di comunità energetiche rinnovabili documentate in Italia, da Pinerolo in Piemonte a Roseto Valfortore in Puglia, che sfruttano fonti diverse (e in alcuni casi circolari, come l’energia prodotta dal trattamento di rifiuti organici) e utilizzano strumenti che vanno dalle nanogrid ai contatori intelligenti, per alleggerire la pressione sulle reti e garantire sicurezza ed accessibilità della fornitura.

Rimane aperta la questione della distinzione tra comunità rinnovabili e comunità di cittadini, così come delineata negli strumenti europei. Sembrerebbe preferibile, nel recepimento delle Direttive del pacchetto del 2016 nell’ordinamento italiano, creare un unico modello che integri gli aspetti positivi dei due esistenti e miri alla semplificazione dei procedimenti.

Secondo uno studio del politecnico di Milano, il territorio italiano ha il potenziale di ospitare fino a 500mila comunità energetiche rinnovabili: se anche solo il 15% di queste venisse realizzato, si potrebbe ottenere un risparmio aggregato fino a 6 miliardi di euro l’anno sulle spese elettriche, una diminuzione delle emissioni di CO2 fino a 11 tonnellate l’anno, e ulteriori benefici sulla gestione della rete elettrica nazionale[2].

La transizione energetica, quindi, è ormai in atto, e rimane solo da capire se ci si voglia adattare controvoglia al suo passaggio o se invece si possa guidarla in una direzione che sia davvero innovativa solo se inclusiva: e dunque, equa.


[1]
Comunicato stampa Commissione Europea 30/11/2016. https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_16_4009.

[2] Tavazzi, Lorenzo. ‘Lo sviluppo delle Energy Community in Italia e le implicazioni strategiche per il Sistema Paese’. The European House Ambrosetti (blog), 27 June 2016. https://www.ambrosetti.eu/whats-hot/citta-e-territori/lo-sviluppo-delle-energy-community-in-italia/.


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  • L'Autore

    Lidia Tamellini

Categorie

Sezioni Energia pulita e accessibile


Tag

Energia comunità locali EuropeanUnion Clean Energy Package social innovation

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