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Gli sviluppi in Myanmar e la posizione dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani

Dopo il colpo di Stato di inizio febbraio l’instabilità politica del Myanmar ancora non sembra trovare un equilibrio. La realtà dei fatti vede una situazione in netto peggioramento, poiché le prime proteste pacifiche (almeno nelle manifestazioni da parte dei civili) stanno lasciando progressivamente spazio a veri e propri gruppi armati formati da civili per contrastare la brutalità dell’esercito. Vi sono preoccupazioni da questo punto di vista, poiché le proteste starebbero andando nella direzione di una vera e propria guerra civile.

Nel Paese, che aveva una situazione precaria dal punto di vista umanitario ed economico già da prima del colpo di Stato, lo scenario sta precipitando a seguito del caos e si teme che questa instabilità possa coinvolgere l’intera area del Sud-Est Asiatico.

Michelle Bachelet, l’attuale Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, è intervenuta sulla questione il 6 luglio, in occasione della quarantasettesima sessione dello Human Rights Council (HRC), sottolineando come la situazione in Myanmar stia influendo negativamente sui diritti delle persone nell’intera regione.

Un primo dato fortemente negativo riguarda il numero di vittime civili causate dalla brutalità della polizia e dell’esercito birmano nei mesi precedenti, che supera le 900 unità. Ulteriormente, i raid delle forze armate nei villaggi e negli insediamenti hanno costretto circa duecentomila persone a fuggire dalle proprie abitazioni.

In un contesto più ampio, i passi indietro nel processo di democratizzazione del Myanmar hanno riacuito le tensioni con le comunità etniche di confine, quali quella Shan e Kachin. Queste comunità hanno sempre manifestato posizioni autonomiste, cui lo Stato centrale ha spesso risposto con l’intervento dell’esercito. L’Alto commissario, a sostegno di queste ricostruzioni, ha sottolineato come queste aree di confine siano state oggetto di bombardamenti e deportazioni a seguito del golpe, dopo che vi era stato un allentamento delle tensioni negli ultimi anni.

Oltre alle vittime causate dalla violenza dell’esercito, è opportuno ricordare come la crisi alimentare, già grave in alcune aree del Myanmar, sia stata ulteriormente aggravata dalla pandemia e dal colpo di Stato. Inoltre, le politiche sulla libertà di espressione dello Stato birmano hanno portato ad ulteriori restrizioni a seguito del golpe, avendo come conseguenza arresti, detenzioni e sparizioni di giornalisti.

La situazione così delineata si deve sommare alle accuse di genocidio ai danni della comunità Rohingya. Per i fatti relativi a tali episodi, il Myanmar è attualmente coinvolto in un processo dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia e gli è stato imposto di preservare la situazione di fatto fino alla conclusione del processo. Il golpe di febbraio fa supporre che non possa esserci stato un miglioramento, anche considerato che, all’interno dei rapporti presentati dalla Missione incaricata di accertare i fatti dalle Nazioni Unite, sia risultato essere Min Aung Hlaing, attuale Capo di Stato birmano, il principale artefice di tali operazioni.

Nel commentare l’intero contesto, l’Alto commissario Michelle Bachelet si è espressa con preoccupazione: “Temo che questa escalation di violenza possa avere conseguenze disastrose per la popolazione civile. Tutte le parti che facciano uso di armi devono rispettare i diritti umani, ed assicurarsi che i civili e le strutture civili, quali ospedali e scuole, siano protette.”.

Dopodiché, ha richiamato la comunità internazionale a monitorare ed intervenire: “È compito della comunità internazionale mostrarsi unita nel fare pressione sui militari affinché cessino i loro continui attacchi sulla popolazione del Myanmar e riportino la nazione alla democrazia, ciò riflettendo la chiara volontà della popolazione.”. Perché questo risultato possa essere ottenuto, tuttavia, è necessario ulteriormente arrestare qualunque flusso di armi all’interno del Paese.

In ultimo, l’Alto commissario ha sottolineato l’importanza di perseguire i responsabili, anche in contesti caotici quali quello birmano: “La continua impunità mina qualunque possibilità di democrazia, riconciliazione, sviluppo sostenibile o progresso verso stabilità e pace. Un qualunque governo democratico in Myanmar dovrà avere il potere di esercitare un controllo civile effettivo sui militari.”. Questa ultima considerazione manifesta la speranza che venga di fatto ribaltata la conformazione politica del Myanmar, in cui i militari hanno sempre avuto controllo sul governo civile, quando è stata data la possibilità di formarne uno. In attesa di conoscere il futuro politico del Myanmar, la speranza collettiva è che si eviti di coinvolgere la popolazione civile negli scontri armati.

Per il testo integrale della dichiarazione dell'Alto commissario, si veda: https://www.ohchr.org/EN/HRBod...

https://www.ilpost.it/2021/06/27/myanmar-guerra-civile/

https://news.un.org/en/story/2021/07/1095392

https://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/Pages/NewsDetail.aspx?NewsID=27274&LangID=E


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  • L'Autore

    Alessandro Micalef

    Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Milano.

    Ha una propensione per lo studio delle materie umanistiche sin dagli anni del liceo, soprattutto quelle storiche.

    Durante i suoi studi universitari sviluppa un interesse per il Diritto Internazionale ed Europeo, più in particolare per i Diritti dell’Uomo in entrambi i contesti.

    Oggetto della sua tesi di laurea è stato il caso che coinvolge Gambia e Myanmar davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, in cui il Myanmar viene accusato di genocidio ai danni della minoranza etnica Rohingya.

    All’interno di Mondo Internazionale è autore per l’area tematica di Organizzazioni Internazionali.

    Law Graduate from Università degli Studi di Milano.

    He has a propensity for humanistic subjects since high school, especially for historical ones.

    During his academic studies, he develops an interest for International Law and European Law, in particular Human Rights in both contexts.

    His final dissertation was related to the case concerning The Gambia and Myanmar in front of the International Court of Justice, where Myanmar is accused of genocide perpetrated against Rohingya ethnic minority.

    Within Mondo Internazionale he is author in the context of International Organizations.

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