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Gennaio, un mese da Brexit

Entro il 31 gennaio 2020, il Regno Unito dovrà portare a termine la cosiddetta Brexit, ossia l’uscita dall’Unione Europea. La data della Brexit doveva essere il 29 marzo 2019, poi il 31 ottobre dello stesso anno. Questa volta probabilmente non ci sarà bisogno di ulteriori rinvii: dopo la vittoria dei Conservatori alle elezioni anticipate del 12 dicembre 2019, il premier Boris Johnson è più che mai motivato a portare a termine l’uscita dall’UE. Proprio per questo, durante il mese di gennaio la rubrica EuropEasy si occuperà di approfondire i vari aspetti della Brexit, come quello economico, storico, culturale o socio-politico.

L’uscita di uno Stato membro dall’Unione Europea è sancita dall’articolo 50 paragrafo 1 del Trattato di Maastricht: “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione.” Non era mai accaduto che uno Stato membro procedesse con il fine di uscire dall’Unione; alcune dipendenze territoriali (come l’Algeria) hanno lasciato l’UE o la Comunità Economica Europea (CEE), di queste solo la Groenlandia nel 1985 aveva indetto un referendum sull’uscita dalla CEE e dieci anni prima anche il Regno Unito, referendum che però aveva visto vincere la fazione che voleva rimanere nella Comunità. Il primo referendum nazionale sull’uscita dall’Unione Europea si è tenuto nel Regno Unito il 23 giugno 2016: fu indetto dall’ex primo ministro e leader del Partito Conservatore David Cameron, il quale stava negoziando un nuovo accordo con Bruxelles e, per aver maggior margine di manovra nelle trattative, scelse la via del referendum nazionale per mostrare ai partner europei che l’opzione di uscita dall’UE era concreta, anche se non rientrava tra i suoi obiettivi politici. Le opzioni erano Leave o Remain, e il 51,89% dei votanti ha scelto di uscire dall’Unione. Si formarono così due fronti che divisero a metà il Partito Conservatore: da una parte i conservatori guidati da Cameron schierati con altri partiti per il Remain, dall’altra la rimanente parte del Partito Conservatore capeggiati da Boris Johnson e altri partiti sostenitori del Leave.

Il processo di uscita dall’UE ha avuto inizio ufficialmente il 29 marzo 2017, con la lettera di notifica della ex premier britannica Theresa May all’allora Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, nella quale invocava il diritto del proprio Stato di recedere dall’UE, secondo la procedura indicata nell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea. Infatti, uno Stato membro può notificare al Consiglio Europeo la sua intenzione di separarsi dall'Unione e un accordo di ritiro viene quindi negoziato tra l'Unione europea e lo Stato. L'accordo è concluso a nome dell'Unione dal Consiglio e stabilisce le modalità per l'uscita, tra cui un quadro di riferimento per future relazioni dello Stato interessato con l'Unione. L'accordo deve essere approvato dal Consiglio, che lo delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo.

Durante Novembre 2018, è arrivato il via libera politico all’intesa tra UE e Regno Unito: il 25 novembre i 27 Paesi UE hanno dato la loro certificazione politica del patto di divorzio consensuale in un summit straordinario. Il 13 dicembre 2018, i Paesi UE hanno preparato una bozza di conclusioni sulla Brexit che è stata presentata a Theresa May. Il 15 gennaio 2019 si è tenuta la votazione sulla Brexit alla Camera dei Comuni: Westminster ha votato contro, con 432 voti a sfavore e una mozione di sfiducia nei confronti della May. A marzo, di nuovo, il Parlamento britannico boccia un nuovo accordo proposto da Theresa May e vota contro l’uscita “no deal”. Dopo altri fallimenti, arrivano le dimissioni di Theresa May, la quale si dimette il 7 giugno 2019 lasciando la guida del partito conservatore. Viene eletto come suo successore il super favorito Boris Johnson e il 24 luglio 2019 diventa ufficialmente primo ministro britannico. Il 19 agosto 2019 viene firmato dal ministro britannico per la Brexit, Steve Barclay, un decreto che cancella l’European Communities Act, l’atto del 1972 che permetteva alle leggi europee di confluire direttamente nel sistema normativo britannico. A fine agosto Johnson annuncia la chiusura del Parlamento britannico, mossa che impedisce al fronte dell’opposizione di neutralizzare i piani del governo: il 24 settembre 2019 la Corte Suprema britannica infatti giudica illegale la sospensione del Parlamento. Il 17 ottobre 2019 Johnson trova finalmente un accordo con l’UE, ma nemmeno questo viene approvato in tempi utili dal Parlamento britannico, spingendo il primo ministro a chiedere un’ulteriore proroga all’Unione Europea. La proroga viene concessa fino al 31 gennaio 2020, termine ultimo per portare a compimento la Brexit. Intanto, Johnson ottiene una vittoria schiacciante durante le elezioni del 12 dicembre 2019: il leader conservatore ha così la possibilità di ottenere più facilmente la ratifica di un deal per la Brexit tra dicembre e gennaio, entro la data limite del 31 gennaio 2020 concessa dall'Unione europea. "Con questo mandato finalmente realizzeremo la Brexit", ha detto Johnson dopo la vittoria.

Come andrà a finire?


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  • L'Autore

    Camilla Giovanelli

    Studentessa al terzo anno di Scienze Internazionali e Istituzioni Europee, curriculum Istituzioni e Organizzazioni Internazionali. Ho intrapreso questo percorso di studi perché l'internazionalità mi affascina e mio obiettivo è quello di impegnarmi nella tutela dei diritti umani. Mentre perseguo i miei obiettivi, mi impegno con Mondo Internazionale a raccontare i fatti del nostro periodo storico.

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Dal Mondo Europa


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Brexit ue Boris Johnson Theresa May Leave Remain United Kingdom

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