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Food (in)security e conflitti: il caso dell'area MENA

Il Global Network Against Food Crises, l’unione delle agenzie e dei partner dell’ONU volti a contrastare la fame nel mondo, ha affermato che la pandemia da Covid-19 provocherà (e sta tuttora provocando) una crisi alimentare senza precedenti: circa 265 milioni di persone rischiano un livello grave di insicurezza alimentare, numero più che raddoppiato rispetto al 2019 [1]. La tendenza generale purtroppo, anche nell’anno corrente, è di incremento di questi dati, come si evince dall’ultimo rapporto FAO del luglio 2021.

Lo scorso anno infatti 811 milioni di persone, pari a quasi un decimo della popolazione mondiale, hanno affrontato la fame come esito di una molteplicità di fattori: shock economici che hanno favorito una maggior volatilità dei prezzi dei generi alimentari, cambiamenti climatici e conflitti. Tutto ciò ha determinato un aumento della fame in termini sia assoluti che proporzionali, maggiore della crescita demografica: più della metà di tutta la popolazione denutrita vive in Asia (418 milioni), più di un terzo in Africa (282 milioni) e il rimanente in America Latina e nei Caraibi (60 milioni) [2]. Inoltre, più di 2,3 miliardi della popolazione mondiale non ha avuto accesso continuativo al cibo. La pandemia e le conseguenze economiche della stessa hanno sicuramente rallentato la lotta contro la fame, ma l’incremento della crescita dei livelli di insicurezza alimentare si registra già dal 2010, a conseguenza della drammatica crisi economico-finanziaria del 2008. Il rischio che non si riesca a perseguire l’obiettivo di sviluppo sostenibile n.2 dell’Agenda 2030 zero hunger è ormai una triste realtà, di fatti si teme che non solo non saranno sradicate fame e povertà, ma ci potrebbero essere ancora 600 milioni di persone colpite da questa minaccia [3].

Food security nelle aree di conflitto

L’aumento delle persone a rischio di insicurezza alimentare grave si è registrato principalmente nelle zone di conflitto: dei 265 milioni di cui sopra, almeno 77 abitano in queste aree [4]. La letteratura scientifica mostra una sorta di interdipendenza tra food insecurity e conflitti armati: vi è una relazione di mutuo rafforzamento tra le parti, alla base della quale vi è l’importante variabile delle tendenze economiche (di stampo depressivo). I conflitti portano ad una parziale interruzione dei traffici commerciali e, nello specifico, dei sistemi e dei mercati alimentari, generando a loro volta un innalzamento dei prezzi delle risorse agricole e difficoltà di approvvigionamento di acqua, cibo e carburante. Si crea un circolo vizioso che fa fatica a spezzarsi, a causa dei costi di ricostruzione delle aree colpite e dell’elevato numero di sfollati. La guerra provoca la distruzione delle infrastrutture, l’abbandono delle terre agricole e conseguentemente il crollo del reddito dei piccoli-medi agricoltori nei Paesi in via di sviluppo. In linea generale, causa un problema non tanto di disponibilità di cibo, ma di accesso al cibo: se la situazione post-bellica presenta elevati livelli di insicurezza alimentare come in questo caso, la probabilità di ricadere in un conflitto aumenta del 40%, che a sua volta acuisce l’insicurezza alimentare e così via. [5]

Nonostante queste riflessioni siano verificabili empiricamente, è altrettanto vero che l’insicurezza alimentare non è una condizione sufficiente di per sé per generare un conflitto. Altri “requisiti” determinanti sono regime autoritario, grande disuguaglianza sociale, crisi economica e un’importante fascia di popolazione giovanile. Ad oggi si possono includere anche i cambiamenti climatici tra le minacce non convenzionali alla stabilità di un Paese. Resta però evidente che la questione alimentare ha un peso in queste dinamiche, soprattutto quando favorisce la consapevolezza di parte della popolazione di trovarsi in povertà relativa e – di conseguenza – mostra il desiderio, anche in forma violenta, di voler cambiare il proprio status.

La mancanza di food security, pertanto, è un’importante minaccia alla sicurezza e alla stabilità di uno Stato o, trattandosi di problemi sistemici, di un’intera regione. Emblematica è l’area del Medio Oriente e Nord Africa, ritenuta dalla FAO e dal World Food Programme, una delle regioni più vulnerabili al mondo in merito al rapporto tra insicurezza alimentare e conflitti armati [6]. Le motivazioni che determinano questa infelice condizione vengono descritte come una “vulnerabilità geopolitica” [7] data da elementi geografici, territoriali, climatici. La scarsità di acqua e il clima desertico, insieme ai cambiamenti climatici, implicano che i Paesi dell’area MENA siano net food importers, in quanto non possono soddisfare la domanda di beni alimentari autonomamente. Se si guarda alla produzione agricola, essa non è molto diversificata e spesso viene finanziata per mezzo di sussidi statali, insostenibili sia dal punto di vista economico che ambientale. Il global warming determinerà un peggioramento del livello di sicurezza alimentare nella regione, nella quale almeno il 50% delle calorie consumate è derivato da alimenti di importazione: si stima che entro il 2050 le temperature aumenteranno di 4°, fino ad arrivare ai +6° tra il 2081 e il 2100, rendendo alcune zone inabilitabili [8].

La dipendenza dalle importazioni ha delle conseguenze che si riflettono sulle condizioni economiche della regione. Essa ha determinato un’oscillazione, in merito alla policy migliore da adottare nel mercato alimentare, tra autarchia e quasi-liberismo: se ci si apre completamente al mercato, la volatilità dei prezzi delle derrate non garantisce una stabile sicurezza alimentare; al contrario, l’autarchia risulta altrettanto insostenibile, perché in un’area desertica come quella MENA, raggiungere l’auto-sufficienza in grano e derivati, significa sfruttare le scarse risorse idriche. Nonostante le perplessità che possano derivare dall’adozione di un modello autarchico in un sistema globalizzato, esso è stato fortemente sostenuto a seguito della crisi finanziaria mondiale del 2008: l’aumento esorbitante dei prezzi del cibo ha fatto propendere, soprattutto i regimi autoritari, per il protezionismo statale e la ricerca dell’autosufficienza. Si è trattato però di uno sforzo inutile e dannoso, in quanto l’intersecarsi di altri fattori come il calo delle rimesse dei migranti, l’oscillazione dei prezzi del petrolio e la situazione economica generale hanno causato un aumento dell’insicurezza alimentare [9].

Le stesse dinamiche si possono riattualizzare anche ai giorni nostri, con la disastrosa crisi economica seguita alla pandemia da Covid-19. L’implementazione delle misure sanitarie, con lockdown generali, ha indotto una contrazione economica a partire da marzo 2020: la chiusura delle attività e dei traffici commerciali, il crollo del turismo, il calo delle rimesse ecc. sono all’origine del crollo del PIL nella regione e a un aumento della povertà tra la popolazione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, ci vorranno più di 4 anni per tornare ai livelli pre-pandemia: il Covid-19 è stato un threat multipler in un’area del mondo già teatro di diverse crisi, specialmente in quegli Stati oggetto di conflitti armati [10].

Le situazioni più critiche si registrano in Yemen e Siria, etichettati come Paesi con le crisi alimentari più gravi dal World Food Programme. In Yemen si stima che ci siano 15.9 milioni di persone che si trovano in insicurezza alimentare grave e una buona parte in denutrizione avanzata: la sicurezza alimentare nel Paese era scarsa anche prima dello scoppio del conflitto, che però ha chiaramente acuito tale condizione. Inoltre, il cibo è stato usato come arma di guerra: si pensava che bloccando il transito delle risorse alimentari, la popolazione si sarebbe ribellata (sia quella filo-governativa che quella parteggiante per gli Houthi) [11]. In Siria invece, prima dell’insorgere della guerra civile, il livello di food security era stabile, ma è poi degenerato per gli scontri armati e le ripercussioni economiche delle sanzioni USA e UE, della crisi economica libanese e della pandemia: le zone più insicure dal punto di vista alimentare sono il governatorato di Dara’a, le aree detenute dai ribelli filo-turchi come il nord-ovest e dai curdi nel nord-est, ma anche nella stessa capitale Damasco non è garantito l’accesso al cibo in maniera continuativa [12].

A seguito di questa analisi, è evidente come la food security sia estremamente importante, non solo per lo sviluppo dell’individuo o della regione in cui vive, ma anche per garantire stabilità e sicurezza. Investire maggiormente e trovare delle soluzioni per garantire l’accesso al cibo a tutti, specialmente nell’area della sponda sud del Mediterraneo, ci interessa in primis in quanto europei. Una proposta da tenere in considerazione all’interno della cornice dell’Unione per il Mediterraneo, sarebbe quella di estendere il New Green Deal europeo anche ai Paesi del Maghreb e del Mashreq, in vista di un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e per contenere situazioni di crisi (da quella migratoria a quella climatica). Non attraverso il land-grabbing, ma tramite progetti inclusivi e sostenibili per entrambe le parti.

Fonti consultate

[1] O. Karasapan, Brookings, Middle East food security amid the COVID-19 pandemic, https://www.brookings.edu/blog/future-development/2020/07/14/middle-east-food-security-amid-the-covid-19-pandemic/, 14/07/2020

[2] Report FAO, The State of Food Security and Nutrition in the World, https://www.fao.org/news/story/it/item/1415609/icode/, 12/07/2021

[3] Report World Food Programme, Annual Review 2020, https://www.wfp.org/publications/annual-review-2020, 7/07/2020

[4] O. Karasapan, Brookings, Middle East food security amid the COVID-19 pandemic, https://www.brookings.edu/blog/future-development/2020/07/14/middle-east-food-security-amid-the-covid-19-pandemic/, 14/07/2020

[5] A. Perteghella, ISPI, The Circular Crisis: Food Insecurity in the Middle East's War Zones, https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/circular-crisis-food-insecurity-middle-easts-war-zones-26888, 11/07/2020

[6] Report World Food Programme, 2020 - Global Report on Food Crises, https://www.wfp.org/publications/2020-global-report-food-crises, 20/04/2020

[7] E. Woertz, ISPI, Report MED2020: Navigating the Pandemic, https://med.ispionline.it/publication/report-med2020-navigating-the-pandemic/, novembre 2020

[8] P. Hergersberg, J. Lelieveld, Max Planck Institute for Chemistry, Hot Air in the Orient, https://www.mpg.de/10856695/W004_Environment_climate_062-069.pdf

[9] Zolfaghari, Mehdi e Jariani, Farzaneh, MPRA, Food Security in the Middle East and North Africa (MENA), https://mpra.ub.uni-muenchen.de/105078/1/MPRA_paper_105078.pdf, 1/01/2021

[10] Y. Ido, JIIA, Food Security in the Middle East and North Africa -- Common Regional Challenges and National Approaches to Food Supply, https://www.jiia.or.jp/en/column/2021/04/28-food-security-in-the-middle-east-and-north-africa.html, 28/04/2021

[11] P. Sleet, Future Directions International, Food Security in the Middle East During the Covid-19 Pandemic: From Bad to Worse, https://www.futuredirections.org.au/wp-content/uploads/2021/03/Food-Security-in-the-Middle-East-During-the-Covid-19-Pandemic-From-Bad-to-Worse1.pdf, 2/03/2021

[12] Ibidem


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  • L'Autore

    Sara Oldani

    Sara Oldani, classe 1998, ha conseguito la laurea triennale in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano, con una tesi dal titolo “La protezione internazionale delle minoranze: il caso dei curdi del Rojava”.

    I suoi interessi principali sono la geopolitica e la politica internazionale, in particolare dell’area MENA dove ha potuto svolgere uno stage in Israele e Palestina durante il periodo di studi. La passione per questa zona geografica l’ha spinta a cimentarsi nello studio della lingua araba e della cultura stessa.

    Dopo la laurea ha svolto un tirocinio per una ONG a tutela dei diritti umani e si è trasferita a Roma per intraprendere la laurea magistrale in Criminalità e sicurezza internazionale.

    Attualmente ricopre il ruolo di Caporedattore per il tema Framing the World e da marzo 2021 è autrice per la sezione Medio oriente e Nord Africa.


    Sara Oldani, born in 1998, got a Bachelor's Degree in Political sciences and international relations at the Catholic University of the Sacred Heart, Milan, with a thesis entitled "The international protection of minorities: the case of the Kurds of Rojava".

    Her main interests are geopolitics and international politics, in particular the MENA area where she was able to carry out a stage in Israel and Palestine during the period of study. The passion for this area led her to learn Arabic language and culture.

    After graduating, she attended an interniship for a NGO which promotes human rights and moved to Rome to undertake a Master's Degree in Crime and international security.

    She currently holds the role of Editor-in-Chief for the Framing the World project and since March 2021 she has been author for the Middle East and North Africa section.

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