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Focus sul presidente della Repubblica parte 3: Il secondo mandato del presidente della Repubblica

Il secondo mandato del presidente della Repubblica

Il presidente della Camera Roberto Fico ha convocato il Parlamento lunedì 24 gennaio alle 15:00 per l'inizio delle sedute che eleggeranno il nuovo presidente della Repubblica.

La scadenza del mandato dell'attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella è fissata al 3 febbraio. Per quanto Mattarella abbia negli ultimi mesi espresso più o meno esplicitamente la sua contrarietà ad una eventuale rielezione, questa ipotesi è al centro delle cronache e della discussione politica perché metterebbe d'accordo una grande maggioranza dei partiti. In questa eventualità non sarebbe quindi necessaria una lunga discussione parlamentare seguita da un grande numero di scrutini, estremamente probabile in situazioni di stallo politico come quella che stiamo vivendo.

La rielezione di un presidente della Repubblica non è vietata dalla Costituzione; tuttavia nell’articolo 88 – che sancisce il potere maggiore della prima carica dello Stato, ovvero quello di poter sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni – è contenuto un comma, conosciuto con il nome di “semestre bianco”, che impedisce al presidente della Repubblica di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio mandato.

Articolo 88
Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.
Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

Questa norma ha la funzione di evitare che un presidente scelga deliberatamente di sciogliere il Parlamento con l’intenzione di eleggerne uno a lui più vicino, favorendo quindi un’eventuale rielezione. Antonio Segni, quarto presidente della Repubblica, evidenziò questo aspetto sotteso al “semestre bianco”, auspicandosi che «il principio della non immediata rieleggibilità del presidente della Repubblica […] sia introdotto nella Costituzione, essendo il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato».

L’ipotesi di una rielezione, tanto temuta da Segni in quanto possibile sintomo di eccessivo personalismo da parte della prima carica dello Stato, non si è di fatto mai presentata prima dell’aprile 2013, con la rielezione del predecessore di Mattarella: Giorgio Napolitano.

Il precedente Di Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano, eletto presidente della Repubblica nel 2006, definirà il periodo tra marzo e aprile del 2013 come un «momento terribile». In seguito al biennio del governo tecnico presieduto da Mario Monti, i risultati elettorali delle politiche del 24 e 25 febbraio avevano infatti restituito una situazione di stallo politico; la coincidenza del semestre bianco con la grave situazione in cui versava l’Italia sul piano politico ed economico, inoltre, rendeva impraticabile lo scioglimento del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni. La resa di Pier Luigi Bersani, a cui Napolitano aveva affidato l’incarico di formare un governo, aveva portato il presidente a nominare il 30 marzo una commissione di dieci saggi con il compito di individuare – sulla base di convergenze tra le forze parlamentari – un programma condiviso per un eventuale governo di larghe intese, ovvero appoggiato da partiti molto distanti fra loro. In seguito a questa decisione, Napolitano annunciò di volersi dimettere – il suo mandato sarebbe scaduto il 15 maggio – per anticipare l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica. Il 18 aprile fu indetta la votazione per scegliere il nuovo presidente, che si concluse il 20 aprile al sesto scrutinio con la rielezione di Napolitano.

La rielezione, fortemente influenzata dall’urgenza di formare un governo stabile, avvenne con una maggioranza ampissima: 738 voti favorevoli su 997 votanti, ben 195 voti in più rispetto a quelli che gli garantirono il primo incarico nel 2006.

Napolitano, nonostante avesse più volte dichiarato la sua indisponibilità a svolgere un nuovo mandato, accettò la rielezione a patto che i partiti si impegnassero a riformare la legge elettorale. La sua figura fu ritenuta l’unica in grado di garantire la coesione nazionale, anche perché nei primi cinque scrutini il Partito Democratico, che all’epoca aveva la maggioranza alla Camera, aveva fallito – anche, e soprattutto, a causa dei suoi conflitti interni – nell’eleggere un candidato gradito al centrodestra prima, nella figura di Franco Marini, e al Movimento 5 Stelle poi, ovvero Romano Prodi.

L'eventuale secondo mandato di Mattarella

Lo scorso 2 dicembre il Partito Democratico ha depositato un disegno di legge che, modificando gli articoli 85 e 88 della Costituzione, vieterebbe la rielezione del presidente della Repubblica e abolirebbe il semestre bianco. Diversi giornali hanno interpretato questa mossa dei senatori Zanda, Parrini e Bressa come un tentativo per convincere Mattarella ad accettare un secondo incarico: dati i tempi di approvazione della legge, infatti, questa potrebbe entrare in vigore solo dopo l’elezione del nuovo presidente. La legge dovrebbe quindi garantire a Mattarella che una sua rielezione non trasformi l’eccezione (che già era stata accettata a malincuore da Napolitano) in norma, ma serva a riempire il tempo che intercorre fino alla fine dell’attuale legislatura nel 2023.

Mattarella, che da mesi sta facendo trasparire la sua contrarietà nei confronti di un secondo mandato, ha fatto sapere tramite i portavoce del Quirinale di aver accolto il testo del disegno di legge “con stupore”, come riporta sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda, che in Italia rappresenta la voce più autorevole nei rapporti tra presidente della Repubblica e informazione. Il senatore Zanda ha respinto, in un’intervista pubblicata su Repubblica il 4 dicembre scorso, l’interpretazione secondo cui la riforma rappresenterebbe un incentivo per Mattarella ad accettare un secondo mandato; tuttavia il quirinalista di Repubblica, Concetto Vecchio, fa notare come sia insolito che dall’ufficio stampa del Quirinale filtrino gli umori di un presidente riservato come Mattarella e che «il fatto che stavolta siano usciti sono la riprova del [suo] malumore».

Le attuali forze parlamentari non riescono ad accordarsi su un candidato che possa essere eletto con la maggioranza assoluta (a partire dal quarto scrutinio): in questo scenario il nome di Mattarella sbloccherebbe un inevitabile e preannunciato stallo politico, dato che rappresenta un nome che la maggioranza dei partiti sarebbe pronta a votare; anche il Movimento 5 Stelle, dopo che a inizio legislatura ne aveva invocato l’impeachment in seguito al veto su Paolo Savona come ministro dell’economia, ha indicato Mattarella come migliore soluzione per il Quirinale. Al momento l’unico leader ad aver pubblicamente escluso un appoggio ad un eventuale Mattarella bis è Matteo Salvini della Lega, che ha dichiarato: «Se qualcuno a sinistra vuole tirare per la giacchetta il Presidente Mattarella manca di rispetto soprattutto a lui, che più volte ha ribadito l’indisponibilità a un secondo mandato».


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  • L'Autore

    Francesco Marchesetti

    Studente di Lettere Moderne.
    Aspirante giornalista, certo che l'informazione libera debba essere un diritto universale.

    Student in Modern Literature.
    Aspiring journalist, certain that freedom of information should be a universal right.

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