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Focus su Hong Kong – Parte 3

Leggi liberticide, guerre commerciali e crisi finanziarie

Negli scorsi articoli sull’argomento, abbiamo visto come Hong Kong è diventata ciò che è oggi, un’eccezionale “storia d’amore tra Oriente e Occidente”, e come la crescente ingerenza cinese, in contrasto con gli accordi stipulati nel 1984, stia erodendo lo stato di diritto dell’ex colonia britannica. Tuttavia, la serie sempre più importante di provvedimenti che la Cina sta adottando da anni per assorbire Hong Kong nel proprio regime sta iniziando a compromettere anche la sua reputazione come snodo finanziario fondamentale per fare affari in Oriente, finendo per distruggere potenzialmente l’economia della città insieme alla sua identità politica.

In particolare, il ruolo economico di Hong Kong è messo a rischio da due fattori: le maggiori difficoltà reali che compagnie e individui sperimentano nell’operare nella città, esacerbate dal conflitto fra USA e Cina, e la percezione che il pubblico ha della questione e quindi anche delle aziende coinvolte.

I nuovi rischi di operare a Hong Kong

Il 16 luglio 2021, il governo statunitense ha rilasciato un importante comunicato alle compagnie americane situate a Hong Kong, avvisandole che, alla luce della legge per la sicurezza nazionale, “dovrebbero fare attenzione ai potenziali rischi reputazionali, economici e legali legati al mantenere una presenza a Hong Kong”.

Ma se è vero che la nuova amministrazione ha adottato una politica più aggressiva e più aperta nel criticare la Cina e le sue violazioni dei diritti umani, è anche reale il pericolo che la legge per la sicurezza nazionale pone alle aziende estere: l’art. 43 della legge dà alle autorità ampi poteri di perquisizione, sequestro, congelamento di beni e censura, e il numero crescente di indagini e procedimenti penali aumenta il rischio per le compagnie di essere accusate sotto le vaghe e arbitrarie disposizioni della legge, o di dover fornire informazioni sui propri clienti e censurare la propria attività in casi che non le riguardano direttamente solo per non essere processate a loro volta.

A questo si aggiunge che la perdita di autonomia di Hong Kong rispetto alla Repubblica Popolare Cinese (RPC) le farebbe perdere il suo status speciale, il quale le consente di intrattenere rapporti privilegiati con gli Stati Uniti, e quindi le esportazioni della città diventerebbero soggette alle stesse tariffe applicate alle merci cinesi. Inoltre, il modello economico cinese si basa sulla restrizione dei flussi di capitali internazionali da e verso il Paese, e l’integrazione di Hong Kong al suo interno sarebbe un grave colpo per la città, che ha fatto della libera circolazione di merci, persone e capitali uno dei capisaldi della sua crescita economica e della sua attrattiva come polo finanziario internazionale.

Tutto ciò viene peggiorato dalla guerra commerciale attualmente in corso fra USA e Cina: gli Stati Uniti hanno posto sanzioni su vari funzionari cinesi coinvolti nella limitazione delle libertà di Hong Kong, e queste sanzioni di per sé ostacolano le compagnie che operano nell’area e che devono fare attenzione a seguire le disposizioni americane. Per tutta risposta, la Cina ha attuato delle politiche che puniscono le aziende che si allineano ai divieti occidentali con una legge “anti-sanzioni”, che si estende anche a Hong Kong. Questo significa che ora le aziende straniere a Hong Kong si trovano serrate fra due superpotenze, rischiando di violare le leggi di una se ottemperano a quelle dell’altra.

Hong Kong non è più un luogo sicuro

Il rischio più grande per Hong Kong, tuttavia, è una conseguenza dei problemi sopracitati, ovvero il cambiamento della percezione della città nei mercati globali. La tensione crescente fra il mercato orientale, sempre più dominato dalla Cina, e quello occidentale, sempre più critico delle politiche cinesi, rende le grandi multinazionali restie a continuare a operare nella regione: il costo reputazionale e morale nell’aiutare la repressione dell’attivismo per i diritti umani sarebbe altissimo per compagnie ancora fortemente legate al mercato occidentale.

Infatti, proprio l’autonomia di Hong Kong, e in particolar modo le garanzie legislative basate sulla Common Law britannica, la rendevano un luogo stabile e allettante per le major internazionali, nonché un modo sicuro e affidabile di connettersi allo sconfinato mercato cinese. Tuttavia, di fronte ai problemi sopracitati, molte aziende non possono più permettersi di essere associate alla città, in quanto continuare a operarvi sarebbe un tacito assenso alla svolta autoritaria e all’ingerenza cinese.

Inoltre, lo stesso futuro incerto di Hong Kong, ormai sempre più soggetta alle decisioni improvvise della “madrepatria”, mette la città in una posizione critica. Molte delle crisi finanziare della modernità sono state causate dall’erosione progressiva o improvvisa della fiducia internazionale in un certo settore o Paese, e Hong Kong potrebbe non fare eccezione. La legge sulla sicurezza nazionale, così come gli scontri violenti degli ultimi anni e l’incarcerazione di attivisti e non, rendono la città meno sicura per aprire una sede o investire i propri capitali, e mettono un luogo sempre meno aperto e cosmopolita in una situazione di progressivo svantaggio rispetto ad altre destinazioni asiatiche, come Singapore o Tokyo.

Tuttavia, la Cina non sembra eccessivamente preoccupata, anzi ha espresso più volte la sua intenzione di rendere Shanghai il principale snodo finanziario del Paese. Infatti, Hong Kong ha un peso sempre più piccolo nell’economia cinese (meno del 3% oggi rispetto al 18% di venticinque anni fa), e la RPC conta sul fatto che l’infrastruttura finanziaria e il clima economico della città continueranno a renderla una destinazione attraente nonostante le repressioni. Dopotutto, le guerre commerciali, le relazioni sempre più tese con Washington, le violazioni dei diritti umani e le sanzioni occidentali non hanno ancora convinto la maggior parte delle aziende occidentali a lasciare Hong Kong. E se anche in futuro una parte di lavoratori e aziende estere decidesse di trasferirsi, potrebbe comunque valerne la pena in cambio del rafforzamento del controllo politico cinese sul “porto profumato”.


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è un ragazzo fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e all'attualità. Attualmente studente di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per l'area tematica Tecnologia e Innovazione, in particolare in ambito economico, contribuisce come autore e revisore per altre associazioni ed è volontario presso Volt Torino. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e l'attualità perché crede nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is a boy strongly interested in the field of international relations, politics and current affairs. Currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the section Technology and Innovation, in particular of economic matters, gives his contribution as writer and editor for other associations, and volunteers at Volt Torino. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and current affairs because he believes in the people's capacity to have an impact and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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