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Focus economico sull’Afghanistan – Parte 2

Chi guadagna dal disastro afghano?

Nello scorso articolo sull’Afghanistan abbiamo parlato del disastroso buco di bilancio causato dalla “guerra globale al terrore” e in particolare da questo conflitto, e infine di come il fallimento strategico e politico degli USA nella regione abbia finito per avvantaggiare i talebani, rifornendo loro anziché l’esercito di armi pagate coi soldi dei contribuenti americani (e non solo).

Ma oggi ci focalizziamo su chi ha guardato con interesse e non terrore alle vicende degli ultimi mesi, chi ha da gioire e da guadagnarci a vedere una piccola forza estremista che, dopo vent’anni di conflitto, riesce a riprendere il controllo e vincere una guerra contro la più grande potenza occidentale: le forze jihadiste di tutto il mondo da un lato e l’Eurasia a leadership sino-russa dall’altro.

La prossima jihad

L’Islamismo estremista ha molte facce, e molti gruppi nel mondo sono in disaccordo sulla dottrina e sulle strategie. Molti finiscono persino per combattere fra loro. Inoltre, la maggior parte dei gruppi jihadisti è motivata principalmente da ingiustizie locali e non si vede sempre come parte di una lotta globale contro l’Occidente e i suoi valori.

Tuttavia, il loro mondo, così come il nostro, è sempre più connesso e globalizzato, e molti percepiscono l’oppressione locale come parte di un disegno più grande di persecuzione dell’Islam, che va dai gulag in Xinjiang all’inferno della striscia di Gaza. Dunque, quando un gruppo jihadista ha successo in una parte del mondo, tutti gli altri gruppi sentono la vittoria come propria e come una chiamata alle armi, e il ritorno al potere dei talebani è senza dubbio il momento più felice per gli islamisti dalla creazione del “califfato” dell’ISIS. Per la prima volta dalla sconfitta sovietica in Afghanistan del 1989, i jihadisti hanno strappato un Paese a una superpotenza, e in molti ora si chiedono: se i nostri fratelli afghani hanno sconfitto una superpotenza, perché non dovremmo riuscirci anche noi?

In Pakistan, India, Yemen, Siria, Thailandia, Malesia, Indonesia, Nigeria, Somalia, Mozambico e molti altri luoghi i jihadisti aspirano a controllare il territorio o quantomeno impedire al governo di farlo, e la partenza disastrosa degli americani dall’Afghanistan ha comunicato a tutti loro che basta continuare a combattere e prima o poi gli stranieri e gli oppressori si arrenderanno e se ne andranno.

Ma una volta che i jihadisti prendono il potere, il loro zelotismo rende difficile governare. Il loro desiderio di creare una società perfettamente pia e la loro intolleranza estrema verso qualunque deviazione da questo ideale sono in netto contrasto con il pragmatismo e il compromesso necessari a un buon governo. Nessun gruppo è mai riuscito a governare più di qualche villaggio e zona rurale, anche perché le loro entrate di guerra, basate su saccheggio ed estorsione, mal si adattano all’economia di una nazione e, così come lo è stato l’ISIS, anche il precedente governo talebano in Afghanistan, prima dell’invasione americana, è stato terribile. Tutto dipende da quanto i talebani hanno imparato dai propri errori, perché se un gruppo di jihadisti riuscisse non soltanto a conquistare un Paese ma anche a governarlo, sarebbe un faro ancora più luminoso per gli estremisti islamici in tutto il mondo.

Le prossime superpotenze

Ma se i jihadisti in tutto il mondo gioiscono per la sconfitta dell’invasore straniero e infedele, altre potenze gioiscono in quanto vedono un vuoto di potere lasciato dagli USA e una possibile alleanza con l’Afghanistan, crocevia storico e geopolitico fondamentale nel conflitto fra britannici e russi prima, americani e sovietici poi e americani e cinesi oggi.

Da quando Washington ha annunciato il ritiro delle truppe, Cina e Russia hanno adottato strategie per guidare la transizione afghana in loro favore, dal ricevimento dei leader talebani a Tianjin e Mosca al summit dell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione, indetto appositamente per discutere di e con il nuovo governo afghano. I due Paesi, e specialmente la Cina, stanno cercando di costruire un’alleanza strategica con i talebani che possa beneficiare entrambi gli schieramenti: se i talebani cercano appoggio economico e riconoscimento internazionale, cinesi e russi hanno ben chiaro che l’Afghanistan può diventare uno snodo economico e strategico essenziale per il loro consolidamento nella regione, e per vari motivi.

L’Afghanistan è innanzitutto un’area di influenza da sottrarre agli USA: controllare e condizionare Kabul significa creare le basi per un nuovo ordine a leadership sino-russa in Asia occidentale, istituendo così nuovi equilibri tra Iran e Emirati Arabi, e Asia meridionale, condizionando anche le relazioni fra India e Pakistan.

In secondo luogo, l’Afghanistan è essenziale per creare un ponte commerciale diretto che colleghi Cina, Pakistan, Iran e Russia. Nell’ottica della tutela ed espansione della Nuova Via della Seta (il gigantesco piano cinese di investimenti che coinvolge oltre 120 Paesi), un Afghanistan stabile, cooperativo e possibilmente integrato nel Corridoio Economico fra China e Pakistan sarebbe una garanzia per gli investimenti cinesi nell’Asia centrale e in Medio Oriente.

Inoltre, l’Afghanistan è estremamente ricco di risorse naturali, dagli idrocarburi ai minerali preziosi e rari con un valore potenziale di 3.000 miliardi di dollari. La Cina detiene gran parte dei diritti estrattivi del sottosuolo della regione ma, per essere accessibili ai cinesi, questi giacimenti dovrebbero essere controllati da un governo stabile e alleato, a cui chiaramente andrebbero gli ampi guadagni derivanti dal tessuto produttivo costruito attorno a queste attività estrattive.

Infine, controllare il governo afghano sarebbe una strategia preventiva per la sicurezza interna della Cina, perché Pechino teme che un Afghanistan a briglia sciolta potrebbe diventare una base logistica per separatisti e jihadisti uiguri, mentre se alleato potrebbe essere usato per controllare i terrorismi dell’area.

Tuttavia, la transizione afghana potrebbe anche portare il Paese a diventare un nido del terrorismo internazionale o uno Stato fallito in perenne guerra civile, e Cina e Russia lo sanno benissimo. Il loro primo obiettivo è infatti impedire che l’Afghanistan diventi un catalizzatore per destabilizzare i Paesi limitrofi, molti dei quali partner cinesi e russi. Per fare questo bisogna tenere i talebani al guinzaglio, convincendoli a essere quanto più moderati e inclusivi ma, come abbiamo visto, una forza estremista fatica ad adattarsi al compromesso, e mentre i miliziani talebani hanno già iniziato a commettere atrocità, una parte della popolazione afghana, dopo due decenni di maggiori libertà sotto l’occupazione americana, è già insofferente verso il nuovo regime.

Certo, i talebani hanno garantito ai cinesi che l’Afghanistan non sarà usato per favorire il terrorismo internazionale. Ma, come fa giustamente notare Claudio Bertolotti dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “è bene ricordare che sono gli stessi talebani che pochi mesi fa hanno garantito agli Stati Uniti che avrebbero cessato le violenze per dialogare con il governo afghano.


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è un ragazzo fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e all'attualità. Attualmente studente di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per l'area tematica Tecnologia e Innovazione, in particolare in ambito economico, contribuisce come autore e revisore per altre associazioni ed è volontario presso Volt Torino. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e l'attualità perché crede nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is a boy strongly interested in the field of international relations, politics and current affairs. Currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the section Technology and Innovation, in particular of economic matters, gives his contribution as writer and editor for other associations, and volunteers at Volt Torino. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and current affairs because he believes in the people's capacity to have an impact and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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