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Focus economico sull’Afghanistan – Parte 1

Dove sono finiti i miliardi spesi in vent’anni di conflitto?

Dopo vent’anni di guerra e peace-keeping, finiti notoriamente in tragedia, le truppe americane hanno infine abbandonato il territorio afghano decretando la fine di una delle operazioni militari statunitensi più lunghe e sanguinose dal secondo conflitto mondiale. Tuttavia, dopo l’annuncio da parte dell’amministrazione Biden, i talebani così ferocemente combattuti dalle truppe occidentali hanno rapidamente ripreso il controllo del Paese, arrivando il 15 agosto a conquistare la capitale.

Ma i talebani non hanno semplicemente ripreso il controllo del territorio. Le forze armate afghane, dopo la notizia dell’imminente partenza delle truppe americane, hanno capitolato così rapidamente che i talebani hanno potuto mettere le mani sulla maggior parte degli armamenti, veicoli e infrastrutture di costruzione americana, arrivando in definitiva a essere più potenti, consolidati nel territorio e capaci di proiettare la propria forza all’esterno di quanto non fossero prima dell’invasione americana.

Per questo, mentre nel prossimo articolo ci concentreremo su chi ha da guadagnare da questi avvenimenti e perché, oggi dobbiamo guardare alla scia non solo di vite umane rovinate, ma anche di soldi sprecati. Concentrarsi sulle spese enormi e inutili della guerra può sembrare l’ultimo dei problemi, ma spesso guardare semplicemente a quanti soldi sono stati spesi e come sono stati spesi può aiutare a quantificare e comprendere meglio l’entità di ciò che abbiamo lasciato in Afghanistan.

I numeri

Dopo l’11 settembre 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti hanno avviato quella che è stata definita la global war on terror, ovvero una lotta senza quartiere dell’Occidente contro il terrorismo internazionale e gli Stati considerati collusi con le organizzazioni terroristiche. Questa è stata un’operazione che ha toccato (per usare un eufemismo) più di ottanta Paesi e che è costata nel complesso 6.400 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali sono stati spesi in Iraq e in Afghanistan.

In particolare, gli USA hanno speso circa 2.300 miliardi di dollari nella sola guerra in Afghanistan, dei quali 800 miliardi in costi diretti di guerra e 83 miliardi per addestrare e armare l’esercito afghano sconfitto. Sono 300 milioni di dollari al giorno, per due decenni, e di questi 750 milioni annui in buste paga ai soldati afghani.

I contribuenti statunitensi continueranno a pagare per molto tempo dopo la fine delle operazioni. Le quattro amministrazioni USA che si sono susseguite in questi vent’anni hanno finanziato questa spesa principalmente emettendo debito, ed è stimato che siano già stati pagati più di 500 miliardi di dollari di interessi (inclusi nella cifra totale di 2.300 miliardi) e che entro il 2050 il debito potrebbe raggiungere i 6.500 miliardi di dollari (o 20.000 dollari per ogni cittadino statunitense).

Ma questi soldi sono davvero andati sprecati? E perché?

Le ragioni

Gli USA sono arrivati in Afghanistan con grandi progetti, promettendo non solo di sconfiggere Al-Qaeda e i talebani, ma anche di istituire una democrazia moderna e centralizzata, esportando la democrazia a suon di bombe com’è tipico dell’approccio statunitense dalla Guerra Fredda in avanti.

Tuttavia, invece di collaborare e comprendere il complesso sistema di poteri locali e decentralizzati del Paese, gli Stati Uniti hanno adottato una politica basata sul pagare e cooptare i signori della guerra e i trafficanti di droga locali, mossa che ha eroso velocemente la fiducia del popolo afghano in un governo centrale arrivista e corrotto che l’Occidente ha aiutato a costruire. Un governo che non è mai riuscito ad avere una visione d’insieme e a sviluppare l’idea di un “sistema-Paese” che potesse rappresentare e dare fiducia al popolo e coordinare efficacemente la nuova forza militare per mantenere il controllo sul territorio. Un governo che già nel 2006 si era organizzato in una cleptocrazia, in cui le persone al potere potevano impadronirsi delle risorse del Paese e dei soldi erogati dall’Occidente senza alcun freno.

Ma le amministrazioni statunitensi di questi ultimi vent’anni (sia Repubblicane che Democratiche) hanno continuato a dare all’opinione pubblica analisi rosee della situazione, cosa che rievoca in maniera preoccupante l’atteggiamento nel periodo della guerra in Vietnam, ovvero mentire al mondo; secondo le 2.000 pagine e più ottenute dal Washington Post, comandanti militari, operatori umanitari e diplomatici hanno in privato caratterizzato l’operazione come “una missione confusa e una strategia fallita […]”. L’Ispettore Generale Speciale per la Ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR) – un ufficio governativo statunitense incaricato di produrre relazioni oneste sulla reale situazione in Afghanistan – ha osservato che “gli obiettivi del governo americano sono stati spesso operativamente impraticabili o concettualmente incoerenti”.

L’incomprensione delle dinamiche di potere e del tessuto politico e sociale del Paese, che hanno impedito la creazione di un governo centrale con qualche legittimità agli occhi della popolazione, è stata affiancata da una strategia militare altrettanto fallimentare: degli 83 miliardi indirizzati alla creazione di una forza armata afghana, la maggior parte è andata ad appaltatori militari per allestire progetti senza alcun piano su come avrebbero dovuto continuare a funzionare dopo l’inevitabile partenza degli USA, creando in questo modo un sistema militare tecnicamente, operativamente e moralmente dipendente dal supporto americano, e senza sforzarsi di garantire che fosse sostenibile da solo. L’esempio più eclatante di questi sprechi è stato forse l’acquisto di elicotteri e aerei per l’aeronautica militare afghana, dal momento che questi non potevano essere usati dai militari afghani perché fra loro non c’erano i piloti, il personale a terra e nemmeno i manutentori, rendendo chiaramente questa spesa nel migliore dei casi inutile, con elicotteri che prendono polvere senza nessuno in grado di usarli o ripararli, e nel peggiore controproducente, con il nemico che ne prende il controllo, come infatti è accaduto. Infatti, le forze afghani si sono arrese così velocemente che hanno lasciato ai talebani un’enorme quantità di armi, veicoli militari e infrastrutture, armamenti per miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi nuovi di zecca e pronti per essere utilizzati dai combattenti talebani.

Questa mancanza di lungimiranza politica e strategica ha dato i suoi frutti: l’unione di un sistema politico corrotto, inviso alla popolazione e incapace di coordinare lo sforzo bellico, e un sistema militare costruito sulla totale dipendenza dal supporto occidentale e incapace di operare da solo hanno portato una forza enormemente superiore per uomini e armamenti a soccombere, in poche settimane, a una milizia capace di sfruttare le debolezze strutturali del nemico. Dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi, infatti, l’esercito si è sentito abbandonato e, con un governo centrale assente e malvoluto, ai talebani è bastato fare un po’ di pressione, persuadendo molti e minacciando gli altri, per garantirsi il supporto dei governatori locali e la resa dell’esercito, sancendo così inequivocabilmente il totale fallimento degli obiettivi strategici e politici degli USA nel Paese.


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è un ragazzo fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e all'attualità. Attualmente studente di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per l'area tematica Tecnologia e Innovazione, in particolare in ambito economico, contribuisce come autore e revisore per altre associazioni ed è volontario presso Volt Torino. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e l'attualità perché crede nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is a boy strongly interested in the field of international relations, politics and current affairs. Currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the section Technology and Innovation, in particular of economic matters, gives his contribution as writer and editor for other associations, and volunteers at Volt Torino. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and current affairs because he believes in the people's capacity to have an impact and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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USA Unites States Economy dollars war Military international terrorism Weapons democracy

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