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OneCoin: la truffa da 4 miliardi di dollari della “Cryptoqueen”

Le criptovalute, che per molti sono sintomo di opportunità e libertà dalle “catene” della finanza internazionale, hanno anche la grande attrattiva di poter rendere molto ricchi i fortunati che investono per primi in nuovi progetti dal grande potenziale economico. Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica, e avvicinarsi impreparati al mondo delle valute digitali può costare caro: lo sanno bene le 3 milioni di persone che in soli tre anni sono state truffate da Ruja Ignatova, che grazie ad uno schema piramidale e ad una finta criptovaluta (OneCoin) è riuscita a creare una truffa per un valore stimato di almeno 4 miliardi di dollari.

Ma come ha fatto la sedicente “Cryptoqueen” a mascherare come reale un progetto che non era minimamente legato alle tecnologie di blockchain alla base di qualunque criptovaluta? E come è riuscita a convincere così tante persone in tutto il mondo, anche qui in Italia?

Ruja Ignatova

La fantomatica “regina delle cripto” nasce a Sofia nel 1980, ma presto emigra in Germania e nel 2005 consegue il Dottorato in Diritto Privato Europeo presso l’Università di Costanza. Qui finiscono le poche notizie certe che abbiamo su di lei.

Infatti, secondo alcune fonti Ruja avrebbe studiato a Oxford per poi andare a lavorare per la McKinsey, una delle società di consulenza più rinomate al mondo. Tuttavia, le informazioni che si possono reperire sulla truffatrice bulgara vanno prese con molta cautela, perché Ruja si è costruita un’immagine pubblica almeno parzialmente fittizia col preciso intento di dare autorevolezza ai suoi progetti truffaldini: emblematico è l’esempio tuttora visibile in rete di una sua foto in copertina di Forbes, che però a più attenta analisi risulta contraffatta con Photoshop.

Quello che la Ignatova non tende a promuovere del suo passato è che, già prima di fondare OneCoin, aveva avuto problemi con la legge. Infatti, nel 2012 Ruja era stata accusata di frode e condannata a 14 mesi per l’acquisto di una società tedesca fallita in condizioni misteriose poco dopo. Inoltre, nel 2013 era rimasta coinvolta nello scandalo BigCoin, un precursore di OneCoin in quanto entrambe sono considerabili scamcoin, ovvero criptovalute che esistono con il solo fine di truffare e che non possiedono alcun valore intrinseco.

OneCoin

A fine 2014 Ruja fonda il progetto OneCoin, una criptovaluta che a sua detta avrebbe superato il Bitcoin, rendendo ricchissimi gli investitori. Questo perché la prima tattica della “Cryptoqueen” è stata sfruttare la grande frenesia che c’era all’epoca intorno al mercato delle criptovalute. Nel 2015 il Bitcoin era già cresciuto molto, anche se non ai livelli attuali, e promettere guadagni paragonabili significava assicurare agli investitori milioni di dollari a rischio contenuto e la possibilità di “lasciare il proprio lavoro”, come diceva lei stessa durante le sue conferenze.

La gente rimaneva impressionata dai guadagni promessi, ma anche da Ruja: un personaggio autorevole, con un passato ad Oxford e alla McKinsey e una copertina su Forbes, e una figura molto carismatica, che catturava il pubblico con discorsi di rivalsa contro il sistema finanziario tradizionale. Infatti, la “regina delle cripto” spacciava OneCoin come la valuta digitale che banche e governi di tutto il mondo temevano, una moneta che voleva restituire il potere alle persone comuni.

Così, dalla fine del 2015 la Ignatova, con conferenze e seminari in tutto il mondo, ha convinto persone in 175 Paesi ad acquistare i pacchetti offerti dalla compagnia, facendo sentire gli investitori parte di qualcosa di più grande.

Peccato che quel qualcosa fosse uno schema piramidale.

Multi-Level Marketing

Il meccanismo di diffusione di OneCoin era in realtà piuttosto semplice e si basava sul Multi-Level Marketing, una forma di vendita diretta che punta sul meccanismo del reclutamento: si utilizzano premi, incentivi e commissioni per invogliare gli stessi investitori a cercare nuovi acquirenti.

Forme illegittime di questo sistema vengono anche definiti schemi piramidali (di cui un esempio famoso è lo schema Ponzi): il truffatore coinvolge i primi investitori promettendo enormi guadagni e usando risultati falsi li convince a diventare a loro volta reclutatori per nuovi aderenti. Grazie ai nuovi introiti, il truffatore può fingere di aver raggiunto risultati ancora più spettacolari e nel frattempo ripagare i primi investitori, mentre i nuovi arrivati a loro volta diventano recruiter. Questo meccanismo funziona finché non è più possibile trovare nuovi investitori che tengano alti i risultati e forniscano nuova liquidità per retribuire chi è sopra di loro nella “piramide”. A questo punto, il castello di carta crolla e il truffatore fugge con il malloppo.

Nel caso specifico di OneCoin, chi investiva otteneva un pacchetto di corsi per studiare la blockchain e la possibilità di minare OneCoin, ovvero sfruttare il meccanismo di verifica delle transazioni per guadagnare criptomonete. Oltre a questi strumenti, la piattaforma offriva come ricompensa dell’investimento iniziale dei token della criptovaluta, con la promessa che il loro valore sarebbe cresciuto a breve (anche grazie all’aumento del numero degli investitori adescati dagli stessi aderenti, a cui venivano offerti bonus aggiuntivi in caso di reclutamento).

Tuttavia, poiché i contenuti educativi erano incompleti e di scarsa qualità e OneCoin non era costruito su una blockchain (quindi non si poteva minare e non aveva quasi alcun valore), la “Cryptoqueen” riceveva il denaro degli investitori dando in cambio poco o nulla. Così facendo, la Ignatova ha sottratto una cifra stimata fra i 4 e i 15 miliardi di dollari ai 3 milioni di investitori in soli tre anni.

Poi, nel 2017, il castello di carte è iniziato a barcollare.

Le indagini

In realtà, già nel 2015 la Commissione di Supervisione Finanziaria della Bulgaria aveva messo in guardia contro i rischi di criptovalute come OneCoin, mentre nel 2016 le autorità finanziarie del Regno Unito avevano definito OneCoin “un’attività a forte rischio”.

Ma è nel 2017 che le cose hanno iniziato a muoversi, con 18 arresti effettuati dalle autorità indiane nell’aprile di quell’anno. Dopo questo avvenimento, la “Cryptoqueen” è sparita completamente dai radar, portandosi con sé 500 milioni di dollari e 230.000 Bitcoin, che all’epoca valevano circa 250 milioni ma che se ancora posseduti dalla truffatrice al valore attuale sarebbero circa 10 miliardi di dollari.

Alla sua scomparsa le è subentrato il fratello Konstantin, che però nel marzo 2019 è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio e frode e condannato a 90 anni di carcere. Il processo negli USA è terminato nel 2021, ma della “Cryptoqueen” si sono perse le tracce, ed è tuttora latitante e ricercata da FBI e Interpol.

È chiaro che questo caso possa essere usato dai detrattori delle cripto come esempio lampante dei loro problemi. Per riportare le parole del Dottor Jonathan Levy, procuratore per la Cryptocurrency Resolution Trust: “Le autorità sembrano ignare del fatto che il fine primario delle criptovalute sia facilitare e premiare criminali come Ruja Ignatova. […] I vincitori sono chiaramente i cattivi: crimine organizzato, riciclatori di denaro e manipolatori del mercato guadagnano, mentre le persone comuni sono continuamente frodate, raggirate e sfruttate.”


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  • L'Autore

    Davide Bertot

    IT

    Davide Bertot, torinese classe 2000, è un ragazzo fortemente interessato alle relazioni internazionali, alla politica e all'attualità. Attualmente studente di laurea triennale in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, collabora con Mondo Internazionale come Caporedattore per l'area tematica Tecnologia e Innovazione, in particolare in ambito economico, contribuisce come autore e revisore per altre associazioni ed è volontario presso Volt Torino. Ragazzo intraprendente, pragmatico, curioso e sempre pronto ad imparare, spera un giorno di poter lavorare nelle istituzioni europee e dare il suo contributo per il miglioramento della società. Studia e lavora con la politica e l'attualità perché crede nella capacità delle persone di avere un impatto e nella necessità di parlare dei problemi e lavorare insieme per risolverli.

    EN

    Davide Bertot, born in Turin in 2000, is a boy strongly interested in the field of international relations, politics and current affairs. Currently an undergraduate student of International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he works with Mondo Internazionale as Chief Editor for the section Technology and Innovation, in particular of economic matters, gives his contribution as writer and editor for other associations, and volunteers at Volt Torino. Resourceful, pragmatic, curious, and a fast-learner, he hopes one day to work in the European institutions and do his part to improve our society. He studies and works with politics and current affairs because he believes in the people's capacity to have an impact and in the need to acknowledge problems and work together to fix them.

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