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La strategia della Commissione per una moda sostenibile e circolare, contro le storture della fast fashion

L’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) stima che nel 2020 gli europei abbiano consumato 6,6 milioni di tonnellate di prodotti tessili, per una media di 15 kg a persona. Nel corso dell’anno, in altre parole, ogni europeo avrebbe acquistato mediamente 15 kg di nuovi capi d’abbigliamento, calzature e tessili per la casa.

I consumi registratisi all’interno dell’Unione Europea nel 2020 risultano pressoché in linea con la media decennale (2010-2020), ma a livello globale si assiste ormai da decenni a un progressivo incremento della domanda e dell’offerta di prodotti tessili: oggi al mondo si produce, rispetto al 1975, quasi il triplo delle fibre tessili – il 60% delle quali è di origine sintetica – e la produzione globale di tessili è duplicata tra il 2000 e il 2015. Pare, inoltre, che nei prossimi anni la domanda non cesserà di aumentare: al contrario, alcune proiezioni preannunciano un incremento del 63% dei consumi di abbigliamento e calzature entro il 2030, quando il consumo globale di prodotti tessili arriverà a superare i 102 milioni di tonnellate (il dato attuale è di 62 milioni di tonnellate).

Che gli attuali consumi (spropositati) di prodotti tessili non servano a soddisfare un’effettiva necessità è testimoniato dal dato relativo alla quantità di capi d’abbigliamento, calzature e tessili per la casa di cui ci si sbarazza ogni anno. Nell’Unione Europea, per esempio, sono 5,8 i milioni di tonnellate di tessili di cui i cittadini si disfano ogni anno (circa 11 kg a persona). Di questi, una porzione crescente viene esportata – verso l’Europa orientale, l’Asia o l’Africa – mentre la parte restante è destinata alla discarica o all’inceneritore. A livello globale, infatti, si stima che solo l’1% dei rifiuti tessili venga riciclato per dare vita a nuove fibre (“fibre-to-fibre recycling”).

Insomma: ciascuno di noi compra più del necessario e getta buona parte di quel che acquista senza averne fatto granché uso, determinando un enorme spreco di risorse e inquinando l’ambiente in maniera del tutto innecessaria. Questo tipo di approccio – usa e getta, si potrebbe dire – all’acquisto e all’utilizzo del vestiario rappresenta il presupposto fondamentale su cui si regge il modello imprenditoriale oggi predominante nel settore della moda prêt-à-porter, noto come “fast fashion”. Il modello “fast fashion”, che prevede si produca una collezione dopo l’altra di abbigliamento a basso costo e di bassa qualità, ma al passo con le tendenze comparse sulle passerelle o emerse sul web, presuppone infatti che i consumatori acquistino costantemente nuovi capi, per sbarazzarsi progressivamente degli articoli non più alla moda. Le dinamiche di overconsumption e overproduction che ne derivano non possono che risultare insostenibili per l’ambiente.

La produzione, l’utilizzo e lo smaltimento di indumenti e calzature, infatti, esercitano sull’ambiente un impatto tutt’altro che trascurabile e contribuiscono significativamente al cambiamento climatico. La produzione di fibre tessili, innanzitutto, richiede lo sfruttamento di ampie estensioni di terra e l’utilizzo di acqua e prodotti fitosanitari, nonché di energia e derivati del petrolio per la fabbricazione delle fibre sintetiche. Acqua, energia e altri composti chimici sono poi richiesti dai processi di manifattura dei prodotti tessili, e un ulteriore dispendio di energia e risorse è determinato dal confezionamento e dalla distribuzione dei prodotti finiti, così come dal loro ripetuto lavaggio e asciugatura – che sono in più motivo di inquinamento da microplastiche. Come trascurare, infine, l’inquinamento e le emissioni di gas a effetto serra prodotti dallo smaltimento dei rifiuti tessili in discarica o mediante incenerimento.

Tra le varie voci in cui si articolano i consumi domestici degli europei, nel 2020 il consumo di prodotti tessili si è posizionato ai primi posti per impatto ambientale, secondo l’analisi del ciclo di vita condotta dall’Agenzia Europea dell’Ambiente. A spiccare è soprattutto il consumo di acqua (4 milioni di metri cubi) e di terra (180 000 km2, cioè 400 m2 – o un campo da basket – a persona) richiesto per la produzione, il confezionamento e la distribuzione di quei 6,6 milioni di tonnellate di vestiario, calzature e tessili per la casa acquistati dagli europei nel corso dell’anno. Il consumo di prodotti tessili si piazza così al terzo posto, tra i consumi domestici degli europei (la lista include i consumi alimentari, quelli relativi all’illuminazione e al riscaldamento dell’abitazione, all’utilizzo dell’auto o di altri mezzi per i propri spostamenti, etc.), per impatto ambientale in termini d’impiego di acqua e di terra. Risulta al quinto, invece, per utilizzo di materie prime ed emissioni di gas a effetto serra.

È evidente, dunque, che il sistema necessita di urgente ristrutturazione. È questo l’obiettivo della “Strategia dell’UE per prodotti tessili sostenibili e circolari”, presentata dalla Commissione Europea il 30 marzo scorso. La Strategia si propone di far sì che entro il 2030 i prodotti tessili immessi sul mercato dell’Unione Europea siano di alta qualità, durevoli e riciclabili, in larga misura costituiti da fibre riciclate, privi di sostanze pericolose e prodotti nel rispetto dei diritti sociali e dell'ambiente, ma comunque commercializzati a prezzi accessibili.

Più in generale, secondo la visione per il 2030 che la Strategia si propone di tradurre in realtà, entro la fine del decennio la “fast fashion” lascerà il passo a un modello imprenditoriale circolare, capace di rendere il settore tessile non solo più sostenibile, ma anche più competitivo, resiliente e innovativo. In questo contesto, si osserverà un’ampia disponibilità di servizi di riutilizzo e riparazione economicamente vantaggiosi e i produttori si assumeranno la responsabilità dei loro prodotti lungo l’intera catena del valore, fino allo smaltimento, così da favorire il riciclo a ciclo chiuso dei prodotti tessili (“fibre-to-fibre”) e da ridurre al minimo il ricorso alla discarica e all’incenerimento.

Varie e numerose sono le misure previste dalla Strategia, alcune già in via di definizione – essendo già stata presentata una formale proposta legislativa da parte della Commissione – e altre ancora oggetto di discussione e confronto con gli stakeholders.

Alcune delle misure più interessanti di cui la “Strategia per prodotti tessili sostenibili e circolari” si compone si trovano contenute nella proposta di regolamento sulla progettazione ecocompatibile di prodotti sostenibili (Ecodesign for Sustainable Products Regulation), avanzata dalla Commissione lo stesso 30 marzo. Il nuovo regolamento – che dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento e dal Consiglio – abrogherebbe e sostituirebbe la direttiva 2009/125/CE sulla progettazione ecocompatibile, attualmente vigente, che riguarda solamente i prodotti che per essere utilizzati richiedono il consumo di energia.

Allo scopo di incrementare le prestazioni dei tessili (in termini di durabilità, riutilizzabilità, riparabilità, riciclabilità a ciclo chiuso), ma anche di ridurre al minimo la presenza di sostanze potenzialmente dannose e gli impatti negativi dei prodotti tessili sul clima e sull'ambiente, il regolamento proposto introdurrebbe una serie di requisiti obbligatori di progettazione ecocompatibile – specifici per ciascuna classe di prodotto tessile – cui i produttori del settore sarebbero tenuti ad attenersi. Il regolamento imporrebbe altresì alle grandi aziende produttrici del settore tessile di rendere pubblico il numero di prodotti che gettano e distruggono e istituirebbe, a determinate condizioni, un divieto di distruzione di prodotti invenduti o restituiti (pratica piuttosto diffusa, che determina un grandissimo spreco di risorse e di valore). Il regolamento, inoltre, conterrebbe misure volte a contrastare il rilascio di microplastiche derivante dal lavaggio di tessili contenenti fibre sintetiche e darebbe vita a un passaporto digitale da associare a ogni prodotto, contenente informazioni relative alla sua sostenibilità e circolarità.

Cover image: https://pixabay.com/it/photos/asciugamani-tessile-igiene-bagno-1511875/


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  • L'Autore

    Irene Boggio

    IT_ Irene Boggio si è laureata in Scienze Politiche e Sociali presso l'Università degli Studi di Torino con una tesi in Analisi delle Politiche Pubbliche sul ruolo dell'expertise nel policy-making ed è prossima a conseguire la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso la medesima università, con specializzazione in Studi Europei. E' inoltre studentessa della Scuola di Studi Superiori "Ferdinando Rossi" di Torino, sin dall'inizio del suo percorso universitario.

    EN_ Irene Boggio graduated in Political and Social Sciences at the University of Turin, with a dissertation in Public Policy Analysis on the role of expertise in policy-making. She is about to earn a masters' degree in International Studies at the same university, specializing in European Studies. She's also been a student at the "Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi" of Turin right from the beginning of her academic journey.

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fast fashion consumismo circolarità settore tessile Moda sostenibilità impatto ambientale

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