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Alle origini della crisi al confine tra Polonia e Bielorussia

Gli eventi (tragici) cui si è assistito nelle ultime settimane al confine tra Polonia e Bielorussia rappresentano l'esito di un'escalation della tensione tra i due Paesi che ha avuto inizio intorno alla metà di ottobre. L'afflusso in Bielorussia (attraverso viaggi organizzati dal regime di Alexandr Lukashenko) e poi in Lettonia, Lituania e Polonia di migranti provenienti dal Medio Oriente – Siria, Iraq e Afghanistan soprattutto – ha avuto inizio ben prima, nel mese di giugno, ma è a partire dalla metà di ottobre che la situazione al confine tra Polonia e Bielorussia ha cominciato a degenerare, fino a dare vita a una vera e propria crisi umanitaria che ha prodotto, sinora, almeno 13 morti.

L'ultima vittima è stato un bambino siriano di un anno, morto dopo aver trascorso un mese e mezzo al gelo, nelle foreste tra Polonia e Bielorussia, insieme alla propria famiglia. Quando il padre e la madre hanno ricevuto il soccorso dell'organizzazione non governativa che ha poi constatato la morte del bambino, i due si trovavano già in Polonia, anche se nei pressi della frontiera con la Bielorussia, e si nascondevano nella foresta per scongiurare il respingimento oltre confine. Ma procediamo con ordine.

Le elezioni presidenziali in Bielorussia e le sanzioni dell'Unione

“La strumentalizzazione dei migranti per scopi politici da parte della Bielorussia è inaccettabile. Le autorità bielorusse devono capire che fare pressione sull'Unione Europea in questo modo, attraverso una cinica strumentalizzazione dei migranti, non li aiuterà ad avere successo nei loro propositi”. Così la Presidente von der Leyen, nella dichiarazione sulla situazione al confine rilasciata l'8 novembre. Anche il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e l'Alto Rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, hanno riconosciuto il tentativo del regime di Lukashenko di generare artificialmente una crisi migratoria alle porte orientali dell'Unione – attraverso l'organizzazione di viaggi aerei verso la Bielorussia e poi l'accompagnamento al confine dei migranti così approdati in Europa – come espressione di una strategia finalizzata al conseguimento di obiettivi politici. Proprio per questo il regime è stato accusato di strumentalizzare i migranti, ovvero di impiegarli come pedine o addirittura armi (la Vicepresidente della Commissione Schinas ha parlato proprio di una “weaponisation of people”) in un attacco ibrido contro l'Unione Europea.

Ma quali sarebbero gli obiettivi politici perseguiti dal regime di Lukashenko sulla pelle dei migranti? Secondo l'Alto Rappresentante Borrell, il traffico di migranti verso l'Unione organizzato dal regime bielorusso sarebbe stato finalizzato a distrarre l'attenzione della comunità internazionale, oltre che dei propri cittadini, dalle violazioni dei diritti umani in corso all'interno del Paese, dove il regime non ha interrotto i propri sforzi di oppressione dell'opposizione e di silenziamento dei giornalisti dissidenti. Ma non è tutto: è infatti alle sanzioni imposte dall'Unione Europea a partire dall'ottobre del 2020 che bisogna guardare per comprendere a quale scopo il regime di Lukashenko abbia deciso di servirsi dei migranti come arma di ricatto nei confronti dell'Unione Europea.

È il 19 agosto del 2020. I capi di stato e di governo dei Paesi membri dell'Unione, riuniti nel Consiglio Europeo, si rifiutano di riconoscere l'esito delle elezioni presidenziali tenutesi in Bielorussia il 9 agosto, perché né libere né eque, e denunciano le violenze esercitate dal regime contro i manifestanti pacifici e i membri dell'opposizione. Al Consiglio Europeo successivo, riunitosi l'1 e 2 ottobre, i leaders europei concordano sulla necessità di introdurre misure restrittive contro i responsabili delle violazioni dei diritti umani in corso in Bielorussia. Le sanzioni, che il Consiglio impone ufficialmente il 2 ottobre, riguardano 40 soggetti, responsabili della repressione e intimidazione di manifestanti pacifici, membri dell'opposizione e giornalisti e delle negligenze e irregolarità registratesi nel corso del processo elettorale. È il primo round di sanzioni motivate dalle violenze esercitate dal regime a seguito delle elezioni del 9 agosto. Ne seguiranno un secondo e un terzo tra i mesi di novembre e dicembre, che porteranno il numero di soggetti colpiti a 91. Tra di essi anche Alexandr Lukashenko e suo figlio Viktor, consigliere per la sicurezza nazionale.

Solo nell'estate del 2021 sarà poi introdotto un quarto (e ultimo, per ora) pacchetto di sanzioni, in risposta all'atterraggio forzato di un volo Rayanair a Minsk, il 23 maggio 2021, e al contestuale arresto del giornalista dissidente Roman Pratasevich e della fidanzata Sofia Sapega. Oltre all'imposizione alle compagnie aeree bielorusse di un divieto di accesso allo spazio aereo degli Stati membri e di transito attraverso i loro aeroporti, infatti, il Consiglio introduce il 21 giugno un quarto pacchetto di sanzioni, che interessano 86 soggetti (tra persone fisiche e giuridiche), di cui 8 coinvolti nell'atterraggio forzato del 23 maggio.

È proprio nel mese di giugno, quindi, che il regime comincia a organizzare voli dal Medio Oriente e trasporti interni allo scopo di condurre al confine con la Lituania, la Lettonia e la Polonia – e dunque con l'Unione Europea – il maggior numero possibile di migranti, così da potersene servire come leva nei rapporti con l'Unione. Certo non è servita molta fantasia al Presidente bielorusso per immaginare di poter impiegare i migranti come leva politica, considerata la storia recente della gestione europea del fenomeno migratorio. Anna Iasmi Vallianatou lo spiega con grande chiarezza dalle pagine del Guardian:

“nonostante le azioni di Lukashenko siano terribili, quel che è veramente da incolpare per questa crisi è la serie di accordi miopi e transazionali che l'Unione Europea ha concluso negli ultimi anni con alcuni Paesi del vicinato. […] Pagando il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan per trattenere i migranti, è stata l'Unione a introdurre per prima in politica estera l'uso dei rifugiati come pedine di scambio. Da allora, è stato creato un precedente. […] L'esternalizzazione del controllo migratorio da parte dell'Unione Europea non giustifica le strategie del regime bielorusso volte a ingegnerizzare una crisi umanitaria propulsa dallo Stato. Ma dovrebbe allertare i leaders europei circa i rischi insiti nel trattare le persone in termini transazionali. […] L'Unione Europea ha creato il suo tallone d'Achille – e le persone continuano a pagarne il prezzo”.

La legge polacca che legalizza i respingimenti al confine e l'escalation della crisi

Per tutta l'estate migranti siriani, afghani e iracheni hanno attraversato i confini bielorussi per fare ingresso irregolarmente in Lettonia, Lituania e Polonia, ma solo intorno alla metà di ottobre la situazione alla frontiera tra Polonia e Bielorussia ha cominciato a precipitare, dando inizio a quella crisi umanitaria che ha poi conosciuto il suo culmine tra l'8 e il 18 novembre. La ragione va rintracciata nell'emendamento approvato dal Parlamento polacco il 14 ottobre, che ha legalizzato il respingimento dei migranti alla frontiera. La legge polacca, così emendata, consente infatti alle guardie di frontiera di espellere immediatamente chiunque attraversi irregolarmente i confini del Paese, senza prendere in esame la domanda d'asilo internazionale eventualmente presentata.

La pratica dei respingimenti, si badi, è vietata dal diritto internazionale, che stabilisce che a chiunque debba essere garantito l'accesso alla procedura d'asilo, anche in caso di immigrazione irregolare. Ma non è questo che prevede la nuova disciplina polacca, che intorno alla metà di ottobre ha cominciato a produrre le sue vittime.

I migranti spinti a oltrepassare il confine polacco dalle guardie di frontiera bielorusse, infatti, si sono trovati bloccati tra i due Paesi, in un limbo gelido e inospitale: da un lato la Bielorussia, dove non potevano rimanere, e dall'alto la Polonia, cui non potevano accedere perché respinti dalle massicce forze schierate al confine o, in caso di successo nel superamento del muro di filo spinato predisposto dalle autorità polacche, perché ricondotti oltre la linea di frontiera dalla polizia polacca. Politico riporta: “se qualcuno viene catturato, ed è difficile immaginare che non succeda con un sistema così fitto di controlli, questi viene ricondotto al confine con la Bielorussia e spinto oltre. Nessuna richiesta d'asilo o supplica a causa della fame viene ascoltata”. Chi, attraversato il confine, non è stato subito identificato e arrestato – come la famiglia del bambino di un anno morto al gelo – è stato comunque costretto a nascondersi nella foresta, proprio per evitare il respingimento reso legale dall'emendamento approvato il 14 ottobre.

La tensione è quindi esplosa in corrispondenza del valico di frontiera tra Bruzgi (Bielorussia) e Kuźnica (Polonia), dove l'8 e il 16 novembre la polizia di frontiera polacca ha risposto con idranti e gas lacrimogeni al tentativo di un gruppo di migranti di violare il confine.

E ora?

Il 18 novembre le autorità bielorusse hanno provveduto a evacuare l'accampamento di fortuna allestito dai migranti nella zona di Bruzgi e a dare temporaneo rifugio a un migliaio di persone in un magazzino a qualche centinaio di metri dal confine. Un portavoce del regime di Lukashenko ha poi riportato che un primo gruppo di migranti iracheni sarebbe stato rimpatriato già il 18 novembre.

Seppur la fase più calda della crisi sembri essersi esaurita, l'emergenza è tutt'altro che risolta, perché il regime bielorusso potrebbe aver semplicemente cambiato strategia – come sostenuto dal ministro della difesa polacco Mariusz Błaszczak. Nel frattempo, il 15 novembre il Consiglio dell'Unione ha esteso i criteri in base a cui persone e società bielorusse potranno divenire bersaglio di sanzioni, così da poter colpire anche chi contribuisce ad agevolare l'immigrazione irregolare verso l'Unione attraverso i suoi confini esterni.


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  • L'Autore

    Irene Boggio

    IT_ Irene Boggio si è laureata in Scienze Politiche e Sociali presso l'Università degli Studi di Torino con una tesi in Analisi delle Politiche Pubbliche sul ruolo dell'expertise nel policy-making ed è prossima a conseguire la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso la medesima università, con specializzazione in Studi Europei. E' inoltre studentessa della Scuola di Studi Superiori "Ferdinando Rossi" di Torino, sin dall'inizio del suo percorso universitario.

    EN_ Irene Boggio graduated in Political and Social Sciences at the University of Turin, with a dissertation in Public Policy Analysis on the role of expertise in policy-making. She is about to earn a masters' degree in International Studies at the same university, specializing in European Studies. She's also been a student at the "Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi" of Turin right from the beginning of her academic journey.

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