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Drive My Car

Hamaguchi e la ricerca dell’universale linguistico

Dopo 13 anni di attesa l’Academy Award per il miglior film in lingua straniera torna in Giappone con Drive My Car di Hamaguchi Ryūsuke. Il regista, ispiratosi al racconto omonimo, nonché a quelli intitolati Scherazade e Kino, tutti tratti dalla raccolta Uomini senza donne di Murakami Haruki. Hamaguchi sviluppa nella pellicola diverse questioni manipolando il materiale di riferimento per mettere sotto i riflettori non soltanto il rapporto tra spazio teatrale e spazio cinematografico, ma anche il problema che riguarda più profondamente la possibilità di comunicare oltre le barriere linguistiche.

Drive My Car segue l’attore e regista teatrale giapponese Kafuku Yūsuke (interpretato da Nishijima Hidetoshi) a seguito della morte della moglie e sceneggiatrice Oto (Mishima Reika). Kafuku, forte della sua esperienza come attore in un Aspettando Godot di Samuel Beckett, recitato dagli attori in madrelingua (filippino e giapponese), viene chiamato al ruolo di regista dal teatro di Hiroshima e decide di rappresentare Zio Vanja di Anton Čechov. Riluttante, viene costretto dal teatro ad assumere Watari Misaki (Miura Tōko) affinché porti la sua Saab 900 Turbo per lui e inizia così ad approfondire sempre di più il rapporto con lei lungo il tragitto dal suo appartamento al teatro. Raccoglie nel cast dell’opera di Čechov attori di diverse provenienze, formazioni ed età e riesce a raccogliere cinque lingue diverse (cinese, coreano, filippino, giapponese e linguaggio dei segni coreano), spingendo gli attori a memorizzare tutta l’opera e a interagire tra di loro nelle proprie lingue madri.

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Da questo momento in poi Hamaguchi oltre a farci esplorare il rapporto tra Kafuku e gli altri personaggi, prima tra tutti Watari, ci porta all’interno dell’abisso comunicativo che separa gli individui. Il protagonista, ancora tormentato dal ricordo di Oto e dalle domande cui da lei non aveva mai ricevuto risposta, inizia a cercare il confronto all’esterno (in particolare con l’amante della moglie, il giovane attore Takatsuki Kōji, interpretato da Okada Masaki), cercando di risolvere il mistero che agli occhi di Kafuku era Oto. A fare da specchio a questo percorso vi è quello degli attori di Zio Vanja, presi non soltanto dalla memorizzazione ed interpretazione delle parti ma anche dal desiderio di comunicare e comprendere le idee e i pensieri espressi dai personaggi di Čechov. Proseguendo nel film vediamo come al crollare delle barriere linguistiche tra gli attori emerge in Kafuku un desiderio sempre più cosciente di aprirsi e comunicare in maniera più aperta, proprio in virtù delle cose che non aveva creduto di poter dire ad Oto, la persona per lui ancora più importante nonostante i due anni passati dalla sua dipartita. Il frutto di questa nuova apertura lo si vede fiorire appieno nel rapporto di amicizia con Watari, persona anch’essa restia ad aprirsi. Quando la prima di Zio Vanja è ormai vicinissima i due intraprendono un viaggio lungo il Giappone al fine di uscire dalla loro condizione di stallo per ritornare a vivere appieno; Kafuku riprende il ruolo di Vanja e si esibisce nel confronto recitativo/linguistico con gli altri attori superando le ultime barriere che lo tenevano legato al suo passato ed alla sua idea di Oto.

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Hamaguchi per questo film raccoglie diverse fonti, le rovescia e le rimette insieme, a partire dal Drive My Car di Murakami, che viene utilizzato soprattutto per i quaranta minuti di film che precedono i titoli di testa. Il regista giapponese sceglie poi l’opera di Čechov perché veicola i messaggi che inserisce nel film riguardanti le incomprensioni, i conflitti, l’immobilismo nei confronti del cambiamento, ma anche il desiderio di lasciarsi alle spalle certi meccanismi tossici: Vanja risulta essere quindi una figura estremamente vicina a Kafuku ma caratterizzata da un destino profondamente diverso, dove il primo ritorna alla condizione stagnante iniziale, mentre il secondo sfrutta la consapevolezza acquisita per tornare alla vita.

La pellicola raggiunge il suo apice nel tentativo di rappresentare uno spazio dove le barriere linguistiche vengono superate. Ne è il segno la formazione pan-asiatica che rappresenta l’opera russa nel film, così come la volontà iniziale di Hamaguchi di girare il film a Busan, in Sud Corea (location abbandonata poi per Hiroshima a causa dell’emergenza sanitaria). Gli attori nel corso del film avvicinandosi all’opera di Čechov si avvicinano anche tra di loro nonostante la distanza linguistica sembrasse per alcuni di loro insormontabile, dimostrando che ci sono certe emozioni e certi desideri che si possono trasmettere a prescindere dalla lingua che viene “parlata”. Menzione d’onore infatti va fatta su Park Yu-rim che interpreta l’attrice muta Lee Yoon-A: la sua interpretazione è forse quella più forte e poterla vedere esprimere emozioni così forti nel silenzio assordante dei suoi movimenti è uno spettacolo di rara bellezza.

Drive My Car ci costringe a ripensare tutto ciò verso cui siamo istintivamente proni come esseri umani: l’attaccamento ai luoghi, alle persone, ai meccanismi comunicativi fino anche ai ricordi, dando così allo spettatore la possibilità di sperimentare una via di fuga possibile da questi ricordi che finiscono spesso per ristagnare nel percorso dell’esperienza di vita umana. Mettendo sotto i riflettori nel film le differenze tra i personaggi, queste finiscono per assottigliarsi mostrando allo spettatore quanto esperienze diversissime di vita, sia dal punto di vista del tempo che dei percorsi spesi, sono fatte della stessa sostanza umana e dello stesso desiderio di vivere una vita quanto più pacificata possibile.

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Non sorprende che questa pellicola sia stata candidata oltre che alla statuetta come miglior film straniero anche a quella di miglior film dell’anno: l’universalità del linguaggio del film assieme alla tematica di riflessione sull’esperienza recitativa rendono Drive My Car un candidato perfetto per quelle che sono le propensioni naturali dell’Academy.

L’espressione finale del film viene quindi condensata nell’ultima sequenza prima dei titoli di coda: Misaki si trova in Sud Corea e l’epidemia è già scoppiata ma, nonostante il cambio di location e di ambiente, si trova perfettamente a suo agio, linguisticamente e non, in compagnia della Saab regalatale da Kafuku, simboli questi del superamento dell’attaccamento ai luoghi, agli oggetti e anche alle modalità di espressione.


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  • L'Autore

    Tobia De Siati

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Temi Cultura Società


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