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Marina Abramovic

Domina

Marina Abramović, “The Grandmother of performance art”, un’artista rivoluzionaria, ideatrice del “metodo Abramović”, capace di indagare i limiti del corpo e le profondità dell’animo umano, con lo scopo di aiutare le persone a entrare in contatto con le parti più profonde di se stesse.

Marina Abramović nasce a Belgrado nel 1946, dove muove i primi passi nel mondo dell’arte frequentando l’Accademia di Belle Arti (1965-1972), ma la prima vera svolta della sua carriera arriva con Joseph Beuys, che le permette di capire con estrema chiarezza quale sia la sua strada: la performance.

Un’altra città molto importante nella sua vita è Amsterdam, qui conosce l’artista tedesco Ulay (Frank Uwe Laysiepen), con il quale inizia una relazione ma soprattutto un sodalizio artistico per tantissimi anni.

Una delle prime opere della coppia è Imponderabilia (Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna, 1977): per visitare il museo si deve passare attraverso un passaggio molto stretto, dove i due si sono posizionati completamente nudi, l’uno di fronte all’altra. Performance considerata scandalosa, tanto da essere interrotta dopo alcune ore dalle forze dell’ordine.

Un altro loro capolavoro è Rest Energy (Amsterdam, 1980): Marina regge un arco e Ulay ne tende la corda, in una tensione costante, se lui molla la presa trafigge lei. L'obiettivo è rappresentare l’estrema fiducia che riponiamo nelle altre persone.

L’ultima opera è The Lovers (1988), che sancisce la fine del loro sodalizio artistico e amoroso: i due si recano agli estremi opposti della Muraglia Cinese (Ulay parte dal deserto del Gobi, Marina dal Mar Giallo) e dopo una lunga camminata (2500 km circa) si incontrano a metà strada per abbracciarsi e dirsi addio.

Negli anni successivi Abramović viaggia tantissimo, da Parigi al Brasile, realizzando performance, laboratori e mostre, ma è a New York che raggiunge la consacrazione definitiva e fonda la sua casa e punto d’incontro per artist* performativ* di tutto il mondo.

Le principali performance di Marina Abramović sono:

1) la serie Rhythm, contiene al suo interno l’opera Rhythm 0 (Napoli, 1974): l’artista, in piedi al centro di una stanza, presenta vari oggetti (coltelli, piume, corde, forbici e una pistola) al pubblico, il quale può usarli e fare al suo corpo ciò che vuole, senza che lei faccia nulla per sei ore. Poco alla volta, qualcun* inizia ad accanirsi sull’artista in modo violento e incontrollato, tanto da puntarle contro la pistola. La performance ha funzionato: dimostrare il peggio degli esseri umani che, se sicuri dell’impunità, possono dare sfogo alle peggiori fantasie sadiche. L’opera però si conclude con una debole speranza: qualcun* si è oppost* a quella violenza insensata.

Sempre di questa serie fa parte Rhythm 5 (1974): l'artista cerca di rappresentare la purificazione fisica e mentale, utilizzando una grande stella di legno intrisa di petrolio che accende all'inizio della performance. Rimanendo fuori dalla stella, inizia a tagliarsi capelli e unghie di mani e piedi, li getta nelle fiamme, creando ogni volta un'esplosione di luce, infine salta attraverso le fiamme spingendosi nel centro della grande stella, ma l'artista perde conoscenza per la mancanza di ossigeno. Solo quando le fiamme arrivano molto vicine al suo corpo, il pubblico si accorge che è svenuta e qualcun* interviene per estrarla dalla stella.

2) la serie Freeing The Body, Freeing The Memory, Freeing The Voice (1976): nella prima l’artista balla nuda per 8 ore a ritmo di un tamburo, finché non è completamente esausta e cade per terra. Nella seconda è seduta con la testa reclinata all'indietro e pronuncia tutte le parole che è in grado di ricordare, in questo modo cerca di liberarsi della lingua acquisita intesa come convenzione comunicativa. Nella terza è supina con la testa reclinata all'indietro ed emette dalla bocca un unico suono atono, poi la sua voce vacilla, si trasforma in pesante respirazione ed infine muore. L’obiettivo è svuotare fisico e testa, annullare corpo e mente.

3) Balkan baroque (Biennale di Venezia, 1997): Marina è seduta in una cantina piena di ossa bovine insanguinate e maleodoranti, che pulisce dal sangue e dai vermi senza mai fermarsi per giorni, cantando litanie e lamenti. L’opera, premiata con il Leone d’oro, fa esplicito riferimento agli orrori della guerra dei Balcani.

4) The artist is present (Moma di New York, 2010): l’artista, vestita di un ampio abito rosso, per tre mesi si è seduta a un tavolo di fronte al quale ha posto una sedia su cui sedersi per fissarla negli occhi. Sono 750 le persone che vi si sono sedute, tra queste anche Ulay, ventitré anni dopo il loro addio.

5) GrandMother Of Performance sarà, probabilmente, l’ultima performance di Abramović, che vedrà la luce solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare, ciascuna verrà inviata in una delle tre città che hanno segnato la vita dell’artista: Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una conterrà il corpo dell’artista, ma nessun* saprà quale.



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  • L'Autore

    Irene Ghirotto

    Irene Ghirotto è laureata in Educazione Sociale e Culturale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.
    Nella sua tesi di laurea in “Empowerment e strategie di cittadinanza attiva” ha osservato come la lingua italiana sia usata in modo sessista e la necessità di modificarla per raggiungere una reale parità di genere, che è uno dei diritti umani essenziali. È un’attivista femminista intersezionale, ritiene che bisogna cambiare la cultura patriarcale in cui viviamo, poichè produce oppressioni e discriminazioni verso la maggior parte delle persone, togliendo loro non solo opportunità di migliorare le personali condizioni di vita ma anche i diritti umani di base che dovrebbero essere garantiti a chiunque. Per poter contribuire a questo cambiamento e andare verso un mondo più equo, ha fatto attività di volontariato presso una Casa delle Donne occupandosi della parte di comunicazione e sensibilizzazione sulle questioni di genere, inoltre, ha contribuito alla formazione di un Collettivo transfemminista LGBT+ che si occupa principalmente di informare e formare su svariate tematiche come: violenza sistemica e violenza sulle donne, identità di genere, decostruzione di stereotipi tossici.
    Pensa che per riuscire a creare un mondo più equo bisogna partite dalla scuola, dove introdurre l’educazione: sentimentale e sessuale; ai generi; anti-razzista, solo così si può capire il rispetto verso se stesse/i e le altre persone. In Mondo Internazionale ricopre il ruolo di autrice nell’area di Diritti Umani e in particolare nella sezione Domina.


    Irene Ghirotto graduated in Social and Cultural Education at the Alma Mater Studiorum in Bologna.
    In her thesis on "Empowerment and active citizenship strategies" she noted that the Italian language is used in a sexist way and the need to change it to achieve real gender equality, that is one of the essential human rights. She is an intersectional feminist activist, she believes that we need to change the patriarchal culture in which we live, because it produces oppression and discrimination against most people, taking away from them not only opportunities to improve personal living conditions but also basic human rights that should be guaranteed to anyone. To contribute to this change and move towards a more equitable world, has volunteered at a Women’s House dealing with the communication and awareness of gender issues, in addition, she has contributed to the formation of an LGBT+ Transfemminist Collective which is primarily concerned with informing and training on various topics such as: systemic violence and violence against women, gender identity, deconstruction of toxic stereotypes.
    She thinks that to succeed in creating a more equitable world it is necessary to start from school, where to introduce education: sentimental and sexual; gender; anti-racist, only in this way we can understand the respect towards ourself/s and other people. In the International World she holds the role of author in the area of Human Rights and in particular in the section Domina.

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